funerale-tomba-ottomana-anticaCon questo post non pretendo di insegnare nei dettagli come sia un funerale musulmano.

Ci sono molte cose che non ho capito, che mi hanno colpita o lasciato perplessa o confusa.

Voglio semplicemente raccontarvi la mia esperienza di straniera cattolica ad un funerale musulmano.

Il fatto di non saper cosa fare, cosa dire, o cosa non fare. Non posso descrivere il senso di inadeguatezza, perché la famiglia del mio fidanzato non mi ha mai fatto pressioni sul fatto che io sia cattolica; però, indubbiamente, mi sono sentita un po’ fuori luogo.

Andiamo con ordine.

Il primo aprile è stata una giornata che ci ha visti impegnati su diversi fronti.
Barış, il mio fidanzato, ha avuto la sua ultima guida prima dell’esame, che avrebbe sostenuto il 2 aprile, in prima mattinata.
Sempre sabato 1, è stato trasferito dalla sede centrale della compagnia per cui lavora alla sede di Bornova.

Bornova è la zona di Izmir dove viviamo. Il trasferimento è stato un bene perché è decisamente più vicino a casa e posso andare a trovarlo quando voglio. Resta il fatto che lui era in ansia per il primo giorno con i nuovi colleghi e, soprattutto, con un nuovo capo che non ha una buonissima fama.

Il mattino presto, sveglia e guida di due ore. Dopo, corsa al primo giorno di lavoro, appunto. E, fino a qui, ancora tutto bene. Io torno a casa e mi metto a cucinare una cenetta un po’ speciale, per festeggiare.

Alle 18.30 squilla il mio telefono. Corro a rispondere tutta contenta e convinta che fosse Barış. Vedo, invece, sullo schermo il nome di sua mamma.

Mi chiama spesso anche lei, mi fa piacere, solo che non ho ancora superato l’ansia della chiamata della suocera. Usa infatti un turco con molte formule che non conosco e non sempre riesco a capirla. Ad ogni modo rispondo e dall’altro capo sento la voce del fratello di Barış.

Qualcosa non va! Una voce mogia mi dice infatti: “Abbiamo perso la nonna! Non riesco a contattare Barış, puoi dirglielo tu?“.

In quel momento, il vuoto. Mi dimentico come si dice “condoglianze”, non so che cosa dire.

Resto come congelata per un istante. Poi, in qualche modo, farfuglio qualcosa e metto giù.

Chiamo subito Barış, che ha sempre il telefono in muto e, quindi, non risponde. “Vedendo la chiamata mia e del fratello sicuramente capirà” mi dico. Vorrei essere vicino a lui per dirglielo di persona.

Mi richiama poco dopo e mi dice soltanto “So tutto. Ti chiamo appena riesco“.
Effettivamente mi richiama dopo una decina di minuti, per dire che sta venendo a casa. Il primo giorno nel nuovo negozio ha dovuto chiedere un permesso per uscire prima.

Farfuglia che sta arrivando, che si cambierà veloce e che partirà subito per Manisa. Che mi consiglia di stare a casa… Lo interrompo e gli dico “vieni e ne parliamo“.

Sua nonna viveva a Manisa con la mamma e il fratello di Barış. Manisa è la città natale del mio fidanzato, a circa 40 min di bus da Izmir.funerale-nonna-Saniye
La nonna, la povera Saniye, era malata da oltre 11 anni: Alzheimer, Parkinson.

Da anni non si alzava più dal letto e veniva costantemente pulita e nutrita dalla figlia, cioè la mamma di Barış.

Quest’ultima non poteva uscire di casa, non dormiva più la notte, visto che la malata urlava nel sonno e la voleva sempre vicina.

Esattamente una settimana prima di morire, era stata ricoverata in terapia intensiva. Il cervello era morto del tutto e non si riusciva più nemmeno a nutrirla.

Non parlava più, non apriva gli occhi. Mia suocera ci aveva chiamato il 25 marzo per avvisarci del peggioramento. Non eravamo potuti andare subito a vederla, lo abbiamo fatto alla prima occasione, il martedì. Quattro giorni prima che morisse.

La terapia intensiva qui in Turchia ha delle regole più severe di quelle che avevo già avuto modo di vivere in Italia.
Entra solo una persona al giorno, precisamente alle 14.30 e per un massimo di 5 minuti. Anche per questo motivo non eravamo andati la sera in cui l’avevano ricoverata. Non avremmo potuto fare nulla, nemmeno vederla.

La famiglia si alternava e, ogni giorno, entrava una persona diversa. Martedì sarebbe stato il turno dello zio di Barış il quale, però, ha ceduto il posto al mio fidanzato affinché vedesse la nonna un ultima volta.

Alle 14.30 precise hanno aperto le porte, chiamando uno alla volta il nome dei malati. Quando è arrivato il turno della nonna, Barış ha dato all’infermiera nome, cognome e grado di parentela con la malata, ha firmato ed è entrato. Io e sua mamma siamo rimaste fuori.

Mia suocera non aveva più una vita, dovendo badare alla propria madre. Tuttavia, da quando aveva divorziato aveva sempre vissuto accanto a lei prendendosene cura, ed era terrorizzata all’idea di restare sola. Non avrebbe più avuto uno scopo, diceva.

Anche Barış aveva paura. Non aveva mai perso nessuno di caro, se non il nonno, che però era morto prima che lui nascesse. Una delle tre figure che lo avevano cresciuto se ne stava andando. “Non so cosa devo fare, non so come mi devo sentire” mi diceva.

Effettivamente, non avendo mai vissuto un funerale, non aveva nemmeno la minima idea di come si svolgessero le cose. Prima questo rito, poi la cerimonia, poi quest’altro rituale… Nella sua mente c’era il vuoto.

Quando, quella sera del primo aprile, Barış è arrivato a casa, gli ho detto che io volevo andare con lui. Ha ribattuto che non sapeva cosa avremmo visto, che sarebbero stati tutti tristi. Ma non mi importava: non volevo lasciarlo solo.

Avevo paura, anche perché, se lui non aveva idea di cosa fare, io ero ancora più confusa. Una cattolica ad una funzione in mezzo ai musulmani. Oltretutto, da quel che mi diceva Barış, gli uomini sarebbero stati in una stanza e le donne in un’altra.

Ci siamo cambiati veloci, ho messo la cena speciale in frigo (ahimé non sarebbe stata una serata tranquilla come speravo!) e siamo partiti.

Sua nonna era in casa o in ospedale? Cosa avremmo dovuto fare quella sera?

L’ultimo pullman per tornare a Izmir partiva alle 22. Noi siamo arrivati a Manisa alle 20.15.

Ripartire dopo meno di due ore sarebbe stato maleducato, ma fermarsi avrebbe significato perdere l’esame di guida il mattino seguente. Era solo un esame, è vero, ma conciliare le lezioni con il lavoro non era stato facile.

Eravamo entrambi nervosi, stufi, stanchi di svegliarci presto anche quando avrebbe iniziato il lavoro più tardi. E, anche dal punto di vista economico, non potevamo permetterci di saltare l’esame.

Siamo arrivati confusi in casa di sua mamma. Barış mi ha chiesto di aspettarlo fuori 5 minuti. Voleva entrare a vedere come fosse la situazione. E qui la mia prima gaffe!

Durante il viaggio, Barış mi aveva detto che in queste occasioni tristi non si usa tenersi per mano o abbracciarsi.

Io l’ho preso “alla lettera”. Dopo essere entrato, mi ha chiamato e sono entrata in casa anche io. Sua mamma sulla porta, un gruppo di donne mai viste (vicine, amiche, parenti) sui divani alla sinistra e altri sconosciuti a destra.

Ho riconosciuto soltanto la cugina di Barış, che adoro, e lo zio, che mi mette un po’ di timore ogni volta; sono entrata, ho farfugliato qualcosa e non ho salutato nessuno…
Non ho fatto il saluto a mia suocera, né alla cugina o soprattutto allo zio. Sua mamma mi ha poi salutata in qualche modo e fatta sedere tra le donne.
Che gaffe! Per non fare qualcosa di irrispettoso sono stata una grande maleducata ed è stato ancora peggio.

La mamma, il fratello e lo zio di Barış erano uno straccio. La cugina faceva la signora di casa, stando dietro agli ospiti che continuavano ad arrivare.

Ad un certo punto, è nato un battibecco tra le signore. Alcune dicevano che fosse necessario leggere il Corano e pregare subito, altre che si dovesse fare il giorno dopo.

Sta di fatto che, anche per la salute mentale di mia suocera, si sono preparate tutte alla preghiera. Si usa infatti lavarsi e purificarsi prima di pregare, e ovviamente indossare il velo sulla testa.

Gli uomini si sono spostati in un’altra sala. Le donne che avrebbero letto il Corano si sono lavate e hanno preso un libro a testa. Alcune di loro che, come me, non avevano il velo, se lo sono fatto prestare e se lo sono buttato sulla testa in velocità al momento della lettura.

Io mi sono seduta come tutte. Un po’ ho pregato come sapevo, da cattolica. Un po’ cercavo di spiare gli altri per cercare di non fare altre figuracce. Appena si presentava l’occasione, correvo in cucina ad aiutare la cugina nella preparazione del tè.

Dopo la preghiera sua mamma sembrava un po’ più tranquilla. Da giovane non indossava il velo e non era una donna di preghiera. Ma pian piano lo era diventata. Rispetta me e la mia religione, non mi ha mai fatto pressioni, ma gira ormai sempre con il velo e prega 5 volte al giorno, come vuole la tradizione musulmana.

Leggere il Corano e pregare le aveva dato un po’ di pace. Nonostante il battibecco delle donne su cosa fosse giusto fare la sera del giorno della morte, per mia suocera pregare era stato “curativo”.

Io e Barış siamo dovuti scappare per prendere l’ultimo pullman per Izmir.

Barış, che già stava male per sua nonna e per la mamma, ha dovuto scusarsi e sentirsi dire “potevi anche non venire per stare così poco” per poter tornare a casa in tempo per affrontare l’esame il mattino successivo.

Sul pullman, anche lui si è un po’ tranquillizzato. Una volta a casa, nel letto, ha iniziato a pensare e ricordare la nonna, ma per fortuna è comunque riuscito a dormire.

Il mattino successivo ci siamo svegliati presto e siamo andati sul luogo dell’esame camminando, per ripassare. Dovevamo essere lì alle 9.15. Nonostante la poca concentrazione, ha passato l’esame e ottenuto la patente per la macchina.

Appena finito, siamo corsi a prendere il pullman per Manisa.

Barış mi ha lasciata a casa di sua mamma ed è andato con il fratello e lo zio a prendere la salma della nonna, che avrebbero portato davanti alla moschea dove si sarebbe svolto il funerale.

La casa era piena di donne che pregavano, aspettavano, sostenevano mia suocera piangente. Altre entravano a fare le condoglianze. Era un via vai di donne. Io copiavo la cugina e un’amica d’infanzia del fratello di Barış, una quasi sorella. Accoglievamo le ospiti, servivamo il tè; cercavo di capire cosa sarebbe successo dopo.

Quella mattina presto, mia suocera era andata a lavare la nonna per il funerale, insieme ad una amica. Io non avevo potuto vederla un’ultima volta, così come la maggioranza di noi: non ho capito se sarebbe stato possibile farlo, andando molto presto.

Barış sostiene che avrei potuto vederla se fossi andata con la mamma. Spesso, in questo caso, alcune donne chiedono di vedere la defunta e le versano dell’acqua sul viso. In Italia è molto diverso.

Alle 13 circa, poco prima del richiamo alla preghiera, siamo partite anche noi alla volta della Moschea dove ci sarebbe stato il funerale. Barış mi aveva detto quel poco che sapeva in merito: le donne da un lato, gli uomini dall’altro.
Una volta di fronte alla Moschea, gli uomini della famiglia erano tutti schierati alla sinistra dell’ingresso, accanto alla bara con la salma. Era deposta su una pietra adibita a queste occasioni, nel cortile di fronte all’ingresso principale alla moschea. Noi donne ci siamo schierate alla destra dell’ingresso, quindi non vicine alla bara.

I fedeli che si recavano in moschea per la preghiera si fermavano prima a fare le condoglianze alla schiera di uomini. Barış, lo zio, il fratello e due cugini erano impegnati a stringere mani continuamente.

Ho visto anche un paio di donne avventurarsi dal lato degli uomini per fare le condoglianze. Io non ho osato muovermi, per paura di sbagliare.

Fuori dalla moschea eravamo tutte con il velo.

Alcune amiche di mia suocera si sono avvicinate a noi donne per salutare e per essere di sostegno. Siamo stati così, tra un pianto e l’altro, ad aspettare che tutti passassero a fare le condoglianze e che la preghiera all’interno della moschea finisse.

Alcune delle donne presenti cercavano di capire chi fosse la figlia di chi, come andasse la scuola, il lavoro. Un classico insomma. In parecchie occasioni ho visto donne che mi additavano di nascosto chiedendo alla vicina se sapeva chi fossi.

Una volta svelato l’arcano, venivano a chiedermi da dove venissi e a congratularsi per il mio livello di turco.

La mamma di Barış a tratti stava bene e a tratti stava male, ma si è sempre ricordata di controllare dove io fossi, che fossi vicina a lei, che stessi bene.

In particolare mi ha stupita dopo la fine della preghiera, quando tutti sono usciti dalla moschea.

Alcuni se ne sono andati, ma la maggior parte dei fedeli si è schierata di fronte alla salma, in fila. Dopo che tutti gli uomini usciti dalla moschea si erano posizionati, noi donne ci siamo spostate al fondo, in ultima fila. L’imam è uscito è si è avvicinato alla bara, per la preghiera alla defunta.

Barış mi aveva spiegato che in genere si prega da seduti (come vediamo in televisione per intenderci!) perché si prega a Dio ma che, in questo caso, la preghiera sarebbe stata fatta in piedi. Hanno iniziato a “namas kılmak“, fare la preghiera.

Noi donne dietro facevamo lo stesso. Io mi ero spostata in fondo, per non essere d’intralcio a nessuna. Invece mia suocera mi ha chiamata vicino a lei “vieni qui, tranquilla“. Poi, rendendosi conto che ero un po’ imbarazzata, mi ha bisbigliato “se però ti senti in ansia qui davanti non è un problema“.

Mi ha colpito perché, nel momento della preghiera alla mamma, lei ha avuto la lucidità di pensare a me. Di controllare che stessi bene, che fossi vicina a lei e che non mi sentissi in imbarazzo. Ho deciso di restare vicino a lei.

Mi ha dato molto fastidio che la figlia della defunta non potesse stare accanto alla salma. Rispetto il fatto che la preghiera da seduti, in moschea, vada fatta separata, donne-uomini.

Ma in questo caso erano tutti in piedi, ed era come un ultimo saluto. Io non avrei potuto accettare una cosa simile.

Alla fine della funzione, quando hanno preso la salma per portarla al furgone adibito a carro funebre, mia suocera ci si è buttata dietro, come a cercare di fermarli.

In un primo momento non voleva andare in cimitero, poi ha acconsentito. Siamo tornati alle macchine e ci siamo diretti al campo santo.

Il “carro funebre” era appunto un furgone, come da tradizione, da quanto ho capito.

Sui lati e sul retro è indicato che è un carro funebre. Uno degli zii di Barış in passato aveva a che fare con la politica, quindi il comune ha fornito un altro pulmino per coloro che non avevano una macchina e che volevano andare al cimitero.

Non so se questo pulmino ci sia ogni volta o meno. Da quel che dice Barış, è stato fornito questa volta soltanto. Effettivamente la presenza dei due sindaci di Manisa è stata costante: a casa, in moschea, in cimitero.

Hanno anche fatto un pacchetto ricordo: scatoline con dentro un panino rotondo confezionato e una forma di helva, un dolce turco. Queste scatoline sono poi state distribuite a tutti i partecipanti a fine funzione.

Una volta arrivati al campo santo, noi donne ci siamo nuovamente riunite un po’ lontane da dove avveniva la sepoltura. Erano state aperte delle fosse profonde.

Tutti gli uomini si sono radunati attorno ad una di queste, preparata per la nonna.

La salma, avvolta in un sacco apposito, è stata calata nella tomba. Hanno coperto il corpo con due strati di stuoie e con un’asse, in modo che la terra non cadesse direttamente sulla salma. Dopo di che, a turno, gli uomini hanno cominciato a ricoprire il corpo di terra, fino a riempire del tutto la fossa. Dove prima c’era un buco ora c’era una collinetta.

Le pietre più grandi uscite dalla terra erano state messe a ovale, intorno alla tomba.

Alcuni giovani ragazzini che lavorano al cimitero hanno iniziato a versare sulla tomba acqua da alcune brocche apposite. Nel frattempo l’imam, che ci aveva seguito, recitava la preghiera.

Gli uomini si sono rannicchiati tutti in preghiera. Noi donne eravamo non molto lontane, sedute sotto degli ombrelloni, sempre in preghiera. Alla fine della cerimonia, hanno messo sulla tomba una palina verde, ad indicare la posizione nel cimitero ed il nome della defunta.

Gli uomini si sono allontanati e noi donne ci siamo avvicinate, decorando tutto con i foulard preferiti della nonna. Ora i nipoti vogliono far fare la pietra funeraria, affinché quella palina verde anonima venga sostituita.

Il cimitero mi è piaciuto molto: immerso nel verde, ai piedi delle colline. C’era un bellissimo sole e un venticello leggero. Un luogo triste, ma che mi ha dato un senso di pace. Non ci sono tombe a piani come da noi, ma tutte scavate nella terra, come le nostre nei vecchi cimiteri di un tempo.

La famiglia e tutte le persone più vicine alla defunta sono poi tornate a casa. Mia suocera non piangeva più, sembrava priva di sentimenti e di emozioni. Alcune amiche e familiari sono andati a farle la spesa.

Si usa così: ai parenti della defunta si fa la spesa e in teoria mia suocera, per 7 giorni, non avrebbe dovuto cucinare. Come a dire che, per il fatto che è triste, qualsiasi cosa cucini uscirà senza sapore.

Sta di fatto che si è ritrovata piena di confezioni di tè, polli, scatole enormi di yogurt turco, detersivi, pasta.

Le amiche rimaste a casa le sono state vicino, dicendo frasi scritte nel Corano e non, che l’hanno fatta sentire meglio. E che io non avrei saputo dire.

Pensavo che la nonna era tornata dai genitori, dai figli che erano morti prima di lei, dal marito che non vedeva da 30 anni. E che ora non sentiva più i dolori che aveva provato per tanti anni.

Avrebbe compiuto 84 anni il primo di agosto. Io l’ho conosciuta che ormai stava male. Mangiava e parlava ancora, ma spesso non si capiva cosa diceva.

Ha riconosciuto il viso di Barış quando lo ha visto per la prima volta dopo mesi, ma non ha mai ricordato il suo nome. Era come se ormai vivesse a metà tra due mondi: vedeva noi, ma parlava con i defunti che aveva perso in passato.

Ci chiamava con il loro nome e li vedeva nel sonno, le poche volte che dormiva. Mi chiamava “sposa. Ogni tanto aveva dei momenti di lucidità e ci faceva ridere ancora.

Tutti dicono che sia stata una gran brava donna. Buona, forte, combattente.
Per come l’ho conosciuta io, mi piaceva. L’ultima volta che l’ho vista mi ha fatto segno di avvicinarmi al letto e mi ha bisbigliato “sposina, mi piaci tanto! Torna!“. Mi ha fatto sorridere.

Ora mia suocera inizia a stare meglio; si sta pian piano abituando. Per 40 giorni non può lasciare la casa, deve accogliere chi viene a fare le condoglianze.

Due sabati fa abbiamo fatto una sorta di rituale dei 7 giorni dalla morte. Questo venerdì c’è il rituale dei 20 giorni, e in seguito quello dei 40 e dei 50 giorni.
Sono andata a quello dei 7 giorni da sola, Barış lavorava.

Alle 11 ero là. C’era l’amica d’infanzia del fratello del mio fidanzato, Gulşah. Lei ha perso il papà poco più di un anno fa, quindi faceva la padrona di casa e mi guidava su cosa sarebbe successo. Io le ho fatto da aiutante.

E’ venuto il lokmaci, ovvero quello che ha preparato le lokma, delle ciambelle fritte che vengono offerte dopo un funerale-lokmafunerale, in genere in quest’occasione.

Io e Gulşah abbiamo cercato di trovare posto in cucina alle 8 bacinelle giganti piene di lokma e le abbiamo poi distribuite nei piattini di polistirolo adibiti per l’occasione, insieme a olive e formaggio.

Per i colleghi di lavoro, o per coloro che non potevano venire a casa e fermarsi alla funzione, abbiamo invece preparato dei sacchettini appositi. I piattini sono stati serviti alla fine del rituale di preghiera.

Mangiare almeno una lokma è un gesto buono nei confronti della defunta, a dimostrazione del fatto che è stata amata da tante persone. Se invece nessuno viene a mangiare le lokma per il defunto, la famiglia se ne dispiace.

Il rituale anche in questo caso prevedeva solo donne. Ne era previsto l’inizio per le 12. Alle 11.30 sono entrati i vice sindaci di Manisa con lo zio. Abbiamo loro servito lokma e succo di frutta. Si sono seduti in una stanza, mentre le altre donne sono rimaste nel salone principale.
Dopo poco gli uomini sono usciti e le donne si sono divise: in una stanza quelle che “leggevano il Corano”, per lo più anziane, tutte rigorosamente ben velate, in un’altra stanza le altre donne che, anche se pregano, non sanno leggere il Corano.

Queste ultime hanno indossato il velo solo all’ultimo, prima dell’inizio del rituale.

Io e Gulşah accoglievamo le ospiti e aiutavamo mia suocera a preparare la tavola nella “stanza della lettura”.

Ci sono stati battibecchi in merito, quasi ogni donna aveva un parere diverso. Hanno comunque trovato un accordo. In un piatto sono stati messi 3 piattini: uno di sale, uno di zucchero e uno di riso crudo. Ho scoperto solo nel tardo pomeriggio il perché.

Sono il sale, lo zucchero e il riso “letti”: un po’ come se fossero stati benedetti. A fine pomeriggio, noi donne di casa abbiamo immerso un dito in ogni piattino e lo abbiamo poggiato sulla lingua.

Una di loro ha portato una borsa piena di rosari lunghi che sono stati distribuiti a chi non li aveva. Inoltre, nella busta, c’erano semi di dattero essiccati, usati per questa tradizione importante. Ne abbiamo divisi 500 in 5 piattini: 100 per ogni piattino.

Da quanto ho capito, per ogni giro completo del rosario si spostava un seme dal contenitore con i 100 ad un altro, fino a terminarli tutti e 500. I contenitori con i semi sono stati messi sui tavoli e, man mano, ogni donna si alzava e spostava il seme ogni qual volta aveva fatto una sgranatura completa di rosario.

Il rosario non si sgrana esattamente come da noi. Ci sono 3 formule, che vanno lette ripetutamente, una dietro l’altra, e non una preghiera.

Poco dopo le 12 è arrivata una donna che rivestiva, in questo caso, il ruolo di imam donna. Le donne hanno iniziato la lettura del Corano e la preghiera.

Nel frattempo io e Gulşah preparavamo dei piccoli libretti di preghiere attaccandoci delle etichette con il nome e la data della cerimonia della nonna. Abbiamo poi preparato delle bustine: in ogni busta mettevamo un libretto ed un foulard.

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Libro preghiere in memoria della defunta

Noi eravamo in cucina e preparare queste buste mi faceva sentire meglio, o almeno utile. Gulşah ha circa 30 anni ed è una ragazza che ha poco a che fare con il mondo musulmano. Quindi mi sentivo quasi a mio agio. Tuttavia, quando abbiamo finito di preparare le bustine, si è messa a pregare anche lei. Io sono rimasta lì, ferma, in silenzio.
Alle 13,50 circa la preghiera delle donne è terminata. Mia suocera ha dato ad ognuna delle ospiti che aveva letto le preghiere un foulard fiorato. Anche sul tipo di fioritura del foulard in un primo momento ci sono state polemiche da parte di qualcuna: “sopra i 50 ci vanno le rose… sotto ci vanno altri fiori…“. Una zia ha zittito tutte dicendo che li avremmo distribuiti a caso per non fare torti.

Dopo la fine della preghiera abbiamo cominciato a dare i piattini con i lokma, le olive e il formaggio. Man mano che le ospiti andavano via, lasciavamo inoltre loro la busta con l’altro foulard e il libretto di preghiera, in memoria della defunta. Inoltre versavamo sulle mani la colonia alla rosa.
In Turchia l’acqua di colonia al limone si usa per dare il benvenuto, o come gesto di rispetto per l’ospite. In questo caso abbiamo dato acqua di rose, che non è alcolica ed è più leggera, più adatta a situazioni come un funerale.

Abbiamo ricevuto circa 25 ospiti. Pian piano tutte sono andate via e siamo rimaste noi della famiglia. Abbiamo mangiato e poi mia suocera ha iniziato a parlare di cosa farà per il ventesimo giorno e per il quarantesimo e cinquantesimo.
In un occasione servirà l’helva; in un altra formaggio cotto. Per il cinquantesimo giorno dalla morte vuole preparare per tutti riso, pollo e un dolce, da servire con l’ayran, lo yogurt turco salato da bere. Ma non ha ancora le idee chiare.
Da una parte queste ricorrenze la tengono occupata ma, dall’altra, non potendo uscire di casa, è come se non potesse scappare dal ricordo della mamma nemmeno per un istante. Vorremmo farla venire a Izmir qualche giorno, ma si potrà solo dopo la fine di questi 50 giorni.

E’ stato interessante vivere questa esperienza, seppur sentendomi spesso in imbarazzo o fuori luogo.

Come ho detto da principio vi ho raccontato cosa ho vissuto e provato io da straniera che non conosce questo tipo di tradizioni. Barış ne sapeva più o meno quanto me e non ho mai insistito troppo con le mie domande, per non fargli rivivere tristezza di continuo. Oltretutto, persino all’interno del gruppo di “vere religiose” si sono spesso creati disaccordi.

Questo perché ogni tradizione varia a seconda del paese, della regione, dell’età.
Sia Barış che la mamma sanno che ora la nonna non soffre più, ma è comunque stata una grande perdita per loro. Mia suocera sta pian piano abituandosi all’idea. Anche se dormire la notte le viene ancora difficile, ora ammette che la mamma ora è tornata dal marito e dai genitori. Ed è già un inizio.

6 commenti
  1. Emanuela
    Emanuela dice:

    Grazie per il tuo racconto, molto coinvolgente e toccante. Più volte mi ero domandata ed avevo domandato come si svolgessero i funerali turchi, ricevendo risposte vaghe o incomplete perché i miei interlocutori sono italiani in Turchia da molto, ma per lo più per lavoro,con poche interazioni profonde con famiglie turche. Poi, probabilmente,a Istanbul tutto questo viene vissuto con meno enfasi. Grazie davvero.

    Rispondi
  2. Federica Turchia
    Federica Turchia dice:

    Grazie mille a te per averlo letto. Mi fa molto piacere che ti sia piaciuto.
    Effettivamente ci sono diverse piccole o grandi tradizioni di cui sappiamo poco pur vivendo in un luogo da tempo.. Non avevo mai pensato all’argomento seriamente. Ma vivendolo direttamente, tutto si impara pian piano.
    Sono contenta che un po’ della tua curiosità sia stata soddisfatta.
    Grazie ancora.

    Rispondi
  3. Phaedra
    Phaedra dice:

    Tantissime condoglianze a te e al tuo fidanzato e grazie per questa pagina di diario, ricca di sentimenti e tradizioni familiari. Amo molto la Turchia, e leggerla attraverso gli occhi di chi ci abita la rende ancora più affascinante.

    Rispondi
    • Federica Turchia
      Federica Turchia dice:

      Grazie mille Phaedra. Mi fa davvero piacere che la lettura ti sia piaciuta. E che tu ami la Turchia. Tante persone non la conoscono per niente, o la immaginano molto arabeggiante, cosa che in realtà non é vera. Ti auguro di (ri) visitarla appena ne avrai l’occasione allora.
      Grazie ancora per il tuo commento. 😊

      Rispondi

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