Futuro: e adesso?

Ci sono domande alle quali è difficile rispondere, spesso il porsele è altrettanto complicato, eppure sono quesiti inevitabili. Un poco come quando eravamo bambini e ci venivano poste domande complesse, “da grandi”, alle quali tentavamo di rispondere con paroloni che ci facevano sentire adulti e ai quali forse – chi lo sa? – credevamo per davvero.

Cosa vuoi fare da grande?

ragazza con sfera

La prima volta che mi hanno posto questa domanda avevo sei anni e volevo fare la pittrice, aprire un atelier con il mio fidanzatino delle elementari e vivere d’arte.

Ironia della sorte so disegnare poco e nulla e la mia professoressa di arte delle medie scuoteva il capo scoraggiata ogni volta che vedeva un mio scarabocchio.

A undici anni volevo fare l’avvocato, perché qualcuno diceva che parlavo troppo e che tutta questa parlantina avrebbe fatto la gioia di ogni aula di tribunale.

Nemmeno a dirlo non ci ho mai creduto, sono diffidente nei confronti del gergo giudiziario e pochi mesi dopo questa mia piccola rivelazione mi sono chiusa in un semi-mutismo che è durato anni e che ogni tanto mi coglie ancora.

A quattordici volevo fare la professoressa, volevo seguire le orme della mia insegnante preferita e trasmettere alle giovani menti future lo stesso entusiasmo che lei mi aveva fatto crescere sotto la pelle.

Dopo essermi laureata e aver scoperto quanto sia difficoltoso e precario insegnare in Italia ho dovuto rinunciare, complice anche il fatto che in un Paese come il nostro le riforme si susseguono a una velocità tale che le mie qualificazioni mi sarebbero valse un sorriso e una stretta di mano un giorno e un netto rifiuto quello successivo.

A diciotto, prima di riprendere la carriera linguistico-letteraria, volevo diventare oncologa. Ripensandoci, quello che volevo sul serio era aiutare il prossimo, tendergli la mano, dargli speranza, offrire uno sguardo compassionevole nei momenti bui.

Dopo un’estate passata a lavorare – venendo pagata poco o nulla perché i tirocini, si sa, sono armi a doppio taglio – e a studiare nelle poche ore libere, ho tentato il test di ammissione e mi sono piazzata discretamente – considerando i miei studi umanistici e il poco che ero riuscita a fare – ma non abbastanza bene da ottenere un posto.

Non so quando ho iniziato ad essere terrorizzata dall’eventualità ogni mia candidatura venga rifiutata, ma sono quasi certa che abbia in qualche modo a che fare con questo episodio.

Ne ricordo ancora ogni attimo: fresca di doccia e con i capelli avvolti in un turbante mi ero messa a cavalcioni sul letto, stupita del fatto le graduatorie fossero uscite con due giorni di anticipo.

Con le mani tremanti ho digitato le mie credenziali e ho atteso secondi interminabili prima di scoppiare in lacrime, deprecarmi, sentirmi una delusione e trovarmi di fronte il mutismo di mia madre che non sapeva che farsene di una figlia in quello stato.

L’anno seguente mi sono immatricolata senza pormi troppe domande, iscrivendomi alla facoltà che tutti vedevano adatta per me e che non mi ha nemmeno fatto sudare più di tanto.

Mi sono immersa in un mondo che mi ha dato soddisfazioni ma non mi ha mai elettrizzata sul serio, ho osservato i pregi e i difetti di un ambiente che richiede tantissimo e purtroppo spesso dà poco indietro, ho concluso i miei studi in tempi praticamente record con risultati invidiabili e mi sono trovata davanti ad una strada sgombra, immacolata ma senza indicazione alcuna.

Cosa vuoi fare da grande?

La terribile domanda mi si è parata nuovamente davanti agli occhi e la risposta – per quanto qualcuno possa definirlo triste – era “non lo so”.

Sapevo cosa avrei voluto fare ma qualcosa – qualcuno? – mi ripeteva che non avrei potuto farcela, ergo ho rinunciato.

Ho preso uno scatolone e l’ho riempito di ogni sogno, ogni aspirazione, ogni grammo di felicità che accompagnava quelle chimere e ce li ho sbattuti dentro, chiudendo il tutto con un doppio giro di nastro adesivo.

Sono andata avanti, mi sono data da fare, ho avuto le mie piccole e grandi soddisfazioni – insomma, ho avuto un’esistenza soddisfacente, nulla da ridire – ma quello scatolone è rimasto in un angolo, a guardarmi con gli occhi pieni di disappunto e a chiedermi di riaprirlo.

So cosa vorrei fare, so cosa mi dà gioia, so cosa mi fa battere il cuore e mi scalda la pancia.

So che posso farlo.

So che non sarà immediato, che probabilmente passerà del tempo prima che tutto vada come vorrei andasse – come avrebbe dovuto andare sin dall’inizio, forse – ma so che ne vale la pena.

So che questi anni non sono stati uno spreco di tempo e/o energie: riconosco che mi hanno insegnato qualcosa, che ho imparato tantissimo e che posso mettere tutto a frutto se lo voglio.

Lo voglio.

Voglio riempire ogni attimo libero, voglio crearmi un futuro che parli di questi sogni e che li metta in fila, che li celebri e che li renda vivi.

Voglio guardarmi indietro, vedere uno scatolone aperto e un mucchio di coriandoli poco distante, dove ho celebrato i colpi di testa e le piccole follie, dove ho festeggiato i venti secondi netti di coraggio che mi sono bastati per dire

“Basta. Si ricomincia. Di nuovo.E questa volta sul serio.Anche fosse solo sino alla prossima puntata”.

Quindi, celebratevi: seguite il vostro cuore, chiudete i “se” e i “ma” nel cassetto in cui avevate chiuso i sogni e mettetevi al lavoro, mettetevi in marcia, mettetevi in movimento.

Sono più che certa che, in qualche modo, ci troveremo tutt* in un punto indefinito di questo nuovo, esilarante cammino.futuro-coraggio

3 commenti
  1. Rosanna
    Rosanna dice:

    Bel testo, esprime appieno il sentire di chi non vuol mai rinunciare ai propri sogni, neppure a 50, 60 o 70 anni e forse neppure il giorno prima di partire per sempre. È l’essenza del vivere. Il sogno è il principio di un progetto che con coraggio e venti a favore potremmo realizzare. Spesso la vita ci tiene come un cane al guinzaglio con il sensato, gli obblighi, i timori, ma liberandoci da quel guinzaglio assaporeremo la liberta e il senso della vita.

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    • Samanta - Jena DE
      Samanta - Jena DE dice:

      Non ci crederai, Rossana, ma quando ho letto il tuo commento ero al lavoro e ho dovuto nascondere qualche lacrimuccia di commozione. Grazie per aver colto l’essenza di questo post decisamente “di pancia” e avermi lasciato le tue impressioni (azzeccatissime, per il resto!). Un abbraccio!

      Rispondi

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