Gedankenstrecke: riflessioni in treno

(Il termine “Gedankenstrecke” può essere tradotto con l’espressione “tragitto di pensieri”. Un piccolo gioco di parole, insomma.)

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Stazione di Mondovì.

Trovarsi di nuovo qui, dove prendevo il treno per andare in università, è strano. La palazzina un po’ dimessa è la stessa. Le panchine in pietra sono solo un po’ rovinate dagli anni. Le persone, invece, sono cambiate. Radicalmente. Una volta c’erano nonne, mamme, studenti diretti in università o pendolari costretti al turno del pomeriggio. Adesso ci sono ragazzini di ritorno da scuola. La divisa indossata alla bell’e meglio (chi solo i pantaloni, chi solo camicia e cravatta, chi solo la giacca) e lo smartphone perennemente in mano.

Prossima fermata: Fossano.

Tutte le volte che torno, mi scontro con un modo diverso di intendere gentilezza ed educazione. C’è poco da farci. Da un lato, vengo sommersa di regali e pensieri. Dall’altro non ho quasi mai sentito parole come “scusi”, “permesso”, “grazie”, “buongiorno” o “buonasera”. Probabilmente fa parte del cosiddetto processo di assimilazione, ma preferisco un “grazie” di meno – spesso nemmeno necessario – e uno “scusi” di più. Soprattutto se mi si sale sui piedi con un trolley, nella fretta di accaparrarsi il posto vicino all’amica. Tutto questo, manco a dirlo, con buona pace delle mie scarpe di vernice.

Prossima fermata: Savigliano.

Siamo un popolo pulito: me lo sento dire ogni volta. Ogni. Dannata. Volta. Al punto che non ci faccio quasi nemmeno più caso. Siamo un popolo talmente pulito da dimenticarci che mozziconi e cartacce vanno nel cestino, non in terra. Da dimenticarci che lamentarci se lo spazzino non fa il proprio dovere dovrebbe andare di pari passo con l’indignarsi, perché qualcuno crede ancora che questa terra sia la sua discarica personale.
Siamo così consapevoli del concetto di igiene personale che ho passato venti minuti ad annusarmi le ascelle credendo di aver dimenticato il deodorante, salvo poi realizzare fosse qualcuno al di là del corridoio. (Sì, mi sono discretamente annusata le ascelle in pubblico. Chi è senza peccato…)

Prossima fermata: Cavallermaggiore.

Ci sono cose di cui mi dimentico, tornando così poco in Italia. Una tra queste è quanto sappiamo essere rumorosi senza rendercene nemmeno conto. Parimenti, mi sono resa conto di non essere più abituata al volume con cui la gente parla. Passo minuti interi a chiedermi se la gente discute, litiga o semplicemente conversa. Insomma, ho dovuto rinunciare al libro che avevo infilato in borsa in favore del mio ultimo Album preferito. Di andare oltre le prime tre righe non se ne parlava.

Prossima fermata: Racconigi.

Il treno si sta svuotando, lentamente. Nel sedile dietro al mio, una signora telefona al suo “cucciolo” per sapere se ha mangiato. Scendendo, scoprirò che la signora in questione non aveva meno di sessantacinque anni. Accompagnata dal marito, stava andando a trovare il cucciolo in questione che altri non era che il figlio, evidentemente scapolo.
Sorrido, pensando alle mille e una persone che ci definiscono mammoni. Mi piacerebbe far conoscere loro questa signora, e la portata – forse un po’ eccessiva ma in qualche modo tenera e buffa – del suo amore. Mi piacerebbe metterli di fronte alla sua borsa piena di cibo già cotto e allo sguardo rassegnato del consorte. Forse (ma solo forse) capirebbero che di fronte a questi momenti c’è ben poco da fare e che combattere contro queste mamme e sperare di vincere è quantomeno utopico.

Prossima fermata: Carmagnola.

Il paesaggio si fa lentamente meno collinare. I colori autunnali la fanno da padrone, tingendo tutto di sfumature calde. C’è qualcosa di semplice ma bellissimo, in questi scorci. Improvvisamente, mi chiedo che stazioni ci siano tra Carmagnola e Lingotto. Mi stupisco del fatto che non me lo ricordo più. La realizzazione di non essere più così attaccata al ricordo di anni fa da saperne a memoria ogni particolare è una benedizione e al contempo mi fa paura. Inizio a sentire lo stomaco contorcersi, a temere l’incontro che avverrà tra nemmeno un quarto d’ora. Comincio a chiedermi se chi mi aspetta sarà soddisfatta della persona che si trova davanti. Se riuscirà a vedere la farfalla senza rimpiangere la crisalide.

Prossima fermata: Torino Lingotto.

Scendo dal treno, abbagliata da un sole che di autunnale ha – ahimé – ben poco. Mi giro, cercando di capire dove si trovi la mia amica. Inizialmente vado incontro a una perfetta sconosciuta, salvo accorgermene in tempo ed evitare una figuraccia. Mi dirigo verso l’uscita. Forse mi aspetta fuori, davanti alla stazione.
Proprio in quel momento la vedo, che sale le scale credendo forse di essere irrimediabilmente in ritardo. La vedo ed è come se non fosse cambiato nulla. La vedo e mi riempio gli occhi del suo essere piccola, mediterranea, bellissima. La vedo e sorrido, cercando di contenere la commozione. Sorride anche lei, prima di fermarsi e buttarmi le braccia al collo. Sa di casa, quell’abbraccio. Sa di casa, di caffé preso amaro, di passeggiate senza meta e discorsi pseudo-filosofici alle ore più infelici. Sa di fredde giornate di sole, in cui per vedersi bastava un autobus che non arrivava mai in orario. Sa di fantasmi e mostri, sconfitti con la forza dell’affetto. Sa di riconciliazione, con quello che era e con quello che avrebbe potuto essere. Sa, soprattutto, di felicità.

– Bentornata –.

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Torino in una giornata d’autunno

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