giappone-donnaDi Pamela Antonacci


Due settimane da sola in Giappone: “ma non è troppo lontano”? e “se ti succede qualcosa”? ma perché viaggi da sola”?

Questi e altri quesiti assillano le orecchie di una donna che decide di affrontare un viaggio in una terra lontana e, per di più, non accompagnata.

Ovviamente la donna in questione deve affrontare una lotta feroce per cercare di non soccombere a tutte queste problematiche provenienti per lo più da: genitori, amici, parenti, conoscenti ed estranei conosciuti in aeroporto. Alla fine, la tanto agognata vacanza lontano da tutto e da tutti si risolve pressoché in un: “riuscirà la nostra eroina a smentire celermente le voci di fuori sulle sue capacità di sopravvivenza in un paese straniero senza dover ricorrere all’aiuto di chicchessia e senza incorrere nei pericoli più funesti simili a quelli della foresta più selvaggia?” Tornando a noi: come si sta in Giappone in agosto due settimane da sola? Una favola. Certo. Sicuramente occorre prepararsi bene e con una punta di meticolosità che in un viaggio di gruppo risulterebbe superflua, ma alla fine, vuoi mettere la soddisfazione di essere finalmente diventata “un ometto”?

Primo ostacolo da superare è sicuramente il timore di vedere nella propria testa comparire un immenso punto interrogativo davanti a tutti quegli ideogrammi, così eleganti e raffinati quanto totalmente sconosciuti all’occidentale medio che a scuola ha a stento affrontato la lingua inglese. Bene, partite pure tranquilli in quanto le scritte più importanti (aeroporto, metro ma anche bus) sono anche in caratteri occidentali.

Veniamo ora allo scoglio un po’ più arduo, che però non ha nulla a che vedere con le capacità di progettazione di un viaggio, bensì con quelle di resistenza, tipo “Giochi Senza Frontiere”, tanto per intenderci: il clima. Prendete atto che sarete perennemente sudati e con la gocciolina che scorre dalla fronte in giù, e sarete a cavallo. Perché se l’umidità non offusca la mente sicuramente ci si avvicina molto. Superato il test “meteo assurdo non ci posso credere fa veramente caldo così come dicevano tutte le guide turistiche”, il resto è in discesa. Nelle due settimane di tempo per dimostrare al mondo intero che ebbene sì in Giappone si può andare da sole e per di più essendo di sesso femminile e per dimostrare a me stessa che sì, posso fare la vacanza che voglio io, ho conosciuto due città. Una settimana a Kyoto ed una a Tokyo per chi si reca per la prima volta in Asia e in Giappone possono bastare.

Ma perché questa meta? Da buddista c’era in me la curiosità e l’interesse a vedere i luoghi di cui spesso ho letto nei vari gosho (lettere) che leggevo e ad avvicinarmi in senso fisico al nostro attuale presidente (Daisaku Ikeda. Presidente della Soka Gakkai), dall’altro la curiosità di entrare in una dimensione lontana dalla mia, ma anche più semplicemente staccare la spina e lasciarmi andare.

A partire da Kyoto dove, appena scesa dal treno nella meravigliosa e avveniristica stazione progettata da Hiroshi Hara, ho pensato: “spegnete quel phon”, l’umidità infernale mi ha accolta in una città che, se non fosse stato per il galvanizzante thè matcha che mettono dappertutto, avrei visto con metà occhio grazie al sempre presente jet lag. A Kyoto il mio appartamento, affittato con Airbnb, è risultato essere un po’ in periferia, praticamente fuori dalla cartina che l’ufficio turistico aveva provveduto a fornirmi. Ma niente paura, comodissimi ed efficientissimi autobus scorrazzavano ovunque. Tra templi, Foreste di bambù, percorsi tra porte rosse, l’immersione in un’altra realtà è assicurata. Per non parlare della gita a Nara dove ho avuto anche il piacere di scambiare quattro chiacchiere con i cervi che girovagano in solitaria alle porte del Tempio Todaiji. Nei vicoli, per così dire, del centro al mercato Nishiki ho avuto la conferma di quanto la cucina giapponese possa essere intrigante ma soprattutto basata a quanto pare sui legumi, in particolare fagioli neri, che sembrano ricoprire un ruolo di ingrediente tuttofare. Da ripieno per dolci, a ripieno di biscotti, a gusto del gelato nonché antipasto. Dai fagioli giganti dolci a quelli più piccoli e simili ai nostri è tutta una fagiolata (Bud Spencer e Terence Hill avrebbero gradito).

E come non citare i portici della centrale Kawaramachi in cui dal tardo pomeriggio veniva diffusa musica ambient e le fermate dei bus dispensavano getti d’acqua per non far sopperire gli astanti, tutti rigorosamente in fila, mi raccomando. La Tokyo immaginata differisce ben poco da quella reale. L’impatto è caotico. Spaziare in tutti i quartieri da Shinkuku, Shibuya, Ueno per arrivare a Ginza ha l’effetto psichedelico della stroboscopica in quanto c’è sempre tanta gente e tutta assieme contemporaneamente. Cerco di immergermi nei rumori della città scanditi dal semaforo che “twitta” il verde, alle cicale e ben strani animali dai suoni inquietanti che albergano sugli alberi, anche loro forse stressati dal troppo caldo. Provo ad incrociare gli sguardi ma forse risulto troppo diretta e sicura di me. Mi ficco nei tanti supermercati che popolano la città cercando qualcosa ma non so bene cosa. Compero maschere per il viso miracolose e strane bevande di cui non conosco gli ingredienti. Ho assaggiato tanti dolci e non me ne sono pentita: dai cioccolatini con ripieno di fagioli neri, al gelato al sesamo nero, ai croccanti con crema al latte venduti nella molto teenager Takeschita dori, a una sorta di pancake ripieno di camembert. Per non farmi mancare niente sono passata anche al salato prediligendo onigiri, alghe wakame come snack pre aperitivo, prugne umeboschi e ramen di soba mangiati in piedi davanti a piccoli banconi semicircolari.

A volte è bello partire, ma anche tornare a casa mia, in una città la cui densità di popolazione corrisponde ad un condomino di Tokyo, non è stato male. Se devo pensare a un luogo mi piace ricordare l’atmosfera delle 19,00 di sera a Shinjuku quando andavo a prendere la metro per tornare a casa. Un luogo a metà tra le mille luci delle insegne, la folla dei lavoratori, la ferrovia sopraelevate con lo sfondo dei grattacieli. Mi sentivo un pò a Gotham city in trepida attesa dell’apparizione di Batman da un momento all’altro. Forse viaggiare è anche questo: fare tesoro di istanti e proiettarli dentro di sé per averli sempre a portata di mano e all’occorrenza sfoderare uno stato d’animo del luogo visitato anche se senza abitarci fisicamente.

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