antaRicordo che da adolescente non vedevo l’ora di compiere diciotto anni, per potere finalmente prendere le mie decisioni e, soprattutto, guidare la macchina.

Sembrava che non arrivassero mai ma, una volta raggiunto il traguardo, gli anni sono volati. Però io, in un certo senso, mentalmente sono rimasta a quell’età.

Ricordo benissimo come allora già i trentenni ci sembravano vecchi, ricordo l’arroganza di saperne più noi dei nostri genitori: chi li ascoltava?

I miei avevano un negozio ed alcuni clienti fedeli nel tempo, che detestavo sentire chiedere: “ma è sua figlia?” ed alla risposta affermativa seguiva: “come è diventata grande! mi ricordo che era piccina così”, oppure: “ti ho visto crescere”. Ma che pizza, sempre le stesse cose!

Già, quando si è giovani si fa fatica a capire la saggezza di chi ha qualche anno più di noi.

Poi, non sai nemmeno come, intorno a te, in ufficio o nella vita sociale, comincia ad esserci qualcuno più giovane di te.

Sui mezzi pubblici, i ragazzini ti danno del “lei” e ti chiamano “signora”. Vivi da sola e ti trovi con le bollette da pagare e la spesa da fare. A un certo punto arrivano i figli, che responsabilità! E la vita cambia completamente.

Tutto ad un tratto, così ti sembra, arrivano gli anta.

I primi sono i quaranta.

Quello che a quell’età non sai ancora, o non hai ancora ben afferrato, è che da allora in poi ogni decennio sarà “un’anta”: cinquanta, sessanta, settanta… e, se sei fortunata, ottanta e novanta.

E pensi, per avere sempre sentito dire, Marina Ripa di Meana docet (!), che la vita comincia a quarant’anni, quindi ci credi. Che problema c’è?

Dodici anni dopo quel fatidico compleanno partono altre considerazioni.

Il reggiseno.

Da giovane, se sei fortunata, ne puoi fare a meno.

Puoi permetterti i costumi a fascia, i vestiti senza spalline. Puoi scegliere quello che vuoi e, soprattutto, sfoggi uno strumento sexy: la campagna della Wonderbra con la Herzigova docet. Volevamo essere tutte come lei.

Poi gli anni passano, magari hai allattato, io l’ho fatto due volte, ed ecco che il reggiseno diventa un amico-nemico.

Amico, perché quando lo indossi, tutto sta al suo posto e fai ancora una bella figura; nemico, perché è una tortura, e quando lo togli, tutto precipita verso sud. E se, come me, sei bella cicciotta, li distingui dalla pancia solo perché hanno i capezzoli.

I selfie.

Invenzione/maledizione degli anni recenti.

Io sono cresciuta con le istantanee della Polaroid prima, e poi rullini e negativi; le foto, in genere, finivano in un album, solo per i nostri occhi.

L’arrivo degli smart phone e dei social media ha rivoluzionato il modo di fare le fotografie ed il loro uso. Ho ceduto anche io a questa moda, anche perché nessun’altro mi fa le foto, e ho imparato ad usare il filtro: grande invenzione!

Sì, perché senza si vede tutto, le occhiaie, il naso grosso, la stanchezza; applicandolo, faccio meno paura, a me stessa prima di tutto.

Il trucco.

Da giovane: ne usavo poco, solo in ufficio o per uscire la sera. Ora: una necessità.

Solo un po’ di abbronzatura ne limita l’uso. E’ un’operazione di restauro più che di abbellimento. Al mattino, au naturel,  mi faccio paura; va un po’ meglio dopo essermi truccata. Poi mi rendo conto che anche quello non basta quando mia mamma, su FaceTime, mi dice: “che faccia stanca, non ti sei truccata?”

La memoria.

Capita solo a me di ricordare esattamente quello che mi è successo anni fa e fare, invece, fatica a ricordare cosa ho fatto ieri? 

Oppure quando ho appuntamento dal dottore o dal dentista: mi è capitato diverse volte di arrivare il giorno sbagliato. Gli unici numeri telefonici che ricordo sono quelli del cellulare di mia mamma, di mio fratello e del mio ex. Gli altri? Per fortuna sono salvati nello smart phone di cui sopra, senza il quale sei persa. Anni fa, sapevo i testi delle canzoni a memoria, ora non ricordo nemmeno i titoli di quelle che mi piacciono. O i nomi degli attori di ultima generazione o dei film che voglio vedere. O il titolo dell’ultimo libro letto. Per fortuna, sul lavoro la testa funziona ancora.

La tecnologia.

Io sono cresciuta con la TV in bianco e nero, e senza telecomando: per cambiare i canali ti dovevi alzare dalla sedia.

Avevamo i walkman per la musica, registravamo le canzoni con le cassette, noleggiavamo i film da Blockbuster, avevamo il videoregistratore, il telefono era unico e fisso, fuori casa chiamavamo dalle cabine telefoniche a gettoni, che erano anche usati come moneta.

Al mio primo impiego, nel 1983, la mia capa mi passava fogli scritti a mano da battere a macchina; il telefax era appena stato inventato ed un messaggio così inviato non era ancora considerato legale.

Oggi ho un’iPhone, del quale conosco le funzioni base. Mia figlia mi guarda con compassione quando uso la macchina fotografica, perché io a. inserisco la password, b. vado a cercare l’icona, c. la apro e d. scatto: “mamma, non vedi che ce l’hai sul primo schermo, senza fare tutti questi passaggi?”.

E quando, prima dello scatto, metto il filtro: “mamma, lo sai che lo puoi aggiungere dopo?” Ehm… no, non lo so! Il massimo l’ho raggiunto quando ho dovuto chiedere a mio figlio, nove anni, come modificare il testo del suo compito che aveva scritto e correlato di foto sull’iPad senza aiuto.

Il lavoro.

Sono passata dall’avere colleghi più grandi di me all’avere un mix, alcuni più giovani ed alcuni più grandi, ed infine all’essere la più vecchia del mio team attuale. Per fortuna vivo in un paese ed in una città dove l’età non è discriminatoria.

Il fisico.

Sempre stata resistente alla fatica. Sono una nottambula, adoro la sera e la notte, è quando rendo meglio.

Ho sempre studiato nelle ore tarde, per esempio. Film, libro, giornale, uscita con gli amici; a letto mai prima dell’una, ed il giorno dopo a scuola, in ufficio. Ora, se non vado a letto prima delle dieci, sono in stato catatonico per giorni. Per non parlare degli occhiali, che io porto pochissimo, anche se dovrei. Devo purtroppo cedere quando il testo è troppo piccolo, oppure lo devo allontanare da me. Triste.

I figli degli amici.

Quelli che non vedi da tempo, ai quali ti ritrovi a dire, quasi senza accorgertene: “ma come sei cresciuto/a”, oppure: “che classe frequenti adesso?” E con la tua amica di turno: “come volano gli anni”.

Le relazioni.

Dura essere single a questa età, quando i tuoi coetanei, in genere, preferiscono le donne più giovani oppure hanno figli già grandi ed indipendenti e non sono disposti a mediare con chi il tempo lo deve ancora dividere con i figli.

Questo vale soprattutto per il tipo di uomo che piace a me: di origine caraibica, un po’ dannato.

E ti rendi conto che sei oggetto del desiderio di uomini che potrebbero essere tuoi figli, fino ai 35 anni, e che, dopo, sono comunque troppo giovani. Io preferisco gli uomini della mia età o giù di lì; il mio ex marito ha sei anni meno di me, e quello è il mio massimo. Più grandi vanno bene.

Una volta, qualche anno fa, mi sono lasciata convincere da un ventiquattrenne a vederci per un caffè.

Appena lui arriva, mi rendo conto dell’errore: dimostra diciott’anni. “Fatti coraggio, Elena”, mi dico. La conversazione è stentata.

La musica mi sembra un buon argomento e racconto che, in quel periodo, stavo facendo conoscere ai miei figli “Live Aid”. Ora, per chi è della mia generazione, questo è un concerto storico, un momento indimenticabile. Lui non sa cosa sia. La fine. Non ci siamo più visti, nonostante la sua insistenza, e non ho più ripetuto l’errore.

In questa debacle, una cosa mi salva: saper ridere di me stessa e di ciò che mi succede. Le mie amiche mi trovano divertente, sarò un comico mancato?

concorso-letterario

Concorso Letterario per Racconti a tema Expat “Le paure ed il coraggio delle donne” aperto fino al 31 luglio 2017. Leggi il bando.

4 commenti
  1. Katia
    Katia dice:

    No Elena, non sei un comico mancato ma mi hai fatto tanto sorridere, grazie. Soprattutto la parte sull’iPad di tuo figlio, che, come il mio, ha 9 anni.😁😁😁

    Rispondi
  2. Valentina
    Valentina dice:

    La mitica Carrie di “Sex and the city” diceva che i 40 anni sono i nuovi 30.
    Abbiamo ancora un sacco di tempo per goderci la vita.
    Una quasi vicino agli “anta”.

    Rispondi

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