Credo che tutti noi che partiamo facciamo i conti con la ri-definizione della nostra identità in termini di integrazione e di convivenza tra nuovi e vecchi modelli comportamentali/culturali. E’ un percorso lungo e non sempre indolore e per ognuno di noi prende valenze e sfumature differenti.

identità-parolePartire, lasciare il proprio paese natale, chiudere tutte le proprie cose in una valigia è come rinascere. Decidi di ricominciare di darti una nuova possibilità, puoi scegliere cosa mettere nella valigia e cosa lasciare. Quante volte nella nostra vita abbiamo detto “se potessi tornare indietro con il senno del poi”, ecco varcare i patri confini è un po’ ricominciare con il senno del poi. Noi siamo partiti con 12 piccole scatole, prevalentemente giochi di nostro figlio, libri e dvd (non sarei partita senza i miei libri di Harry Potter e i dvd di Buffy!!!). Niente mobili, niente ninnoli, solo noi e la nostra voglia di ricominciare, di crescere, di metterci alla prova. La scelta migliore della mia vita, finalmente a 44 anni posso concentrarmi sulla domanda che mi segue dall’adolescenza “Chi sono? Cosa voglio? Cosa farò da grande?”
Già chi sono? Questa domanda è ritornata alla carica il giorno del mio compleanno quando parlando con mia sorella ho detto “il primo compleanno da migrante”. Questa frase mi ha procurato un gran fastidio, ma perché? Cosa c’era di stonato? Pensa e ripensa ho capito. Il termine “migrante” proprio non mi piace!!! E’ una parola carica del dolore e del risentimento verso la propria terra che non è stata in grado di soddisfare le nostre necessità, una sorta di madre che ci ha abbandonati. E’ carica della sofferenza di chi si sente fuori luogo, di chi vorrebbe tornare a casa sua e invece è costretto a restare in un paese dove la lingua non gli è familiare, le persone sono estranee e spesso strane.
Io sono una migrante? Io ho del risentimento verso l’Italia? Voglio ritornare? Sono partita che ero decisamente furiosa con l’Italia, ma non lo sono più. A ben pensare noi eravamo dei privilegiati, avevamo una casa e un lavoro (mio marito almeno), ma non era abbastanza! Quello che vedevo attorno, l’assenza di aspettative per il futuro di nostro figlio, la spada di Damocle della cassa integrazione o delle riduzioni di salario, le tasse in continuo aumento, il degrado crescente, non mi piaceva, l’assenza di prospettive non mi andava giù. Quindi si ero furiosa, molto!!!!
Oggi, in maniera paradossale, sono grata a questa Italia maltrattata e allo sbaraglio, in certo qual modo mi ha dato i mezzi e il coraggio per ricominciare, per sentirmi di nuovo giovane e piena di speranze. Sono una migrante? No! Non sono triste, nonidentità-lingua provo rabbia, ho scelto liberamente di vivere altrove. Se proprio devo usare un termine codificato per definirmi mi piace il termine francese, neutro e politicamente corretto, “déplacé” con il quale si indica qualcuno che si è spostato dal suo luogo di nascita, poco importa se abbia varcato o meno i confini, se abbia percorso 50 km o 1000, si è spostato. Una volta sistemata la questione della definizione subentra il problema culturale.
Già la cultura! I mesi prima la nostra partenza i discorsi ricorrenti attorno a noi erano centrati sulla difficoltà che avremmo incontrato ad integrarci, sulle differenze nelle relazioni sociali, sulle differenze alimentari. Per carità tutte argomentazioni validissime se avessimo deciso di trasferirci in Asia o in Africa, ma il nostro viaggio implica 55 minuti di aereo e 40 di auto, la parte più difficile è stata raggiungere l’aeroporto di Fiumicino. Noi siamo in Francia e per quante differenze possano sussistere non saranno mai così grandi, apparteniamo allo stesso contesto culturale, alla stessa evoluzione, alla stessa storia.
La domanda suprema “insegnerai a tuo figlio ad essere italiano?”. Cosa significa essere italiano? Mangiare la pizza e cucinare la pasta al dente? Essere solare e socievole? Essere mafioso e corrotto? Spero davvero di essere qualcosa in più di un piatto di spaghetti ben cucinato e dello stereotipo del mafioso con la scoppola o del romano caciarone. Insegnerò a Valerio ad essere un uomo corretto, onesto, gli insegnerò il valore del sacrificio, l’importanza di applicarsi per raggiungere i suoi sogni, gli insegnerò l’altruismo. Ma queste non sono le cose che insegna qualsiasi genitore in qualsiasi parte del mondo?
Negli scaffali della mia cucina accanto all’origano c’è il cumino, accanto alla pasta il couscous, in frigo accanto al concentrato di pomodoro ci sono la salsa harissa e la salsa di soia, adoro la pasta al pomodoro (il “sugo finto”, la mia passione), ma stravedo per kebab, la paella, il fish and chips, adoro la mozzarella di bufala e la caciotta di pecora, ma se vedo un pezzo di beaufort o di chevre li divoro. Non mi piace la capacità di cercare sotterfugi degli italiani e mi sento rassicurata dalla rigidità e dalla precisione Svizzera. Mi manca il bidet, si lo ammetto, ma adoro camminare scalza in casa come ho imparato a fare in Francia, mi manca la capacità di entrare in confideìza e di raccontarsi ad un completo sconosciuto come se si fosse grandi amici, tipica degli italiani, ma amo la politesse francese del “bonjour madame” ad ogni incontro (anche se non ho capito bene fino a che ora devo dire bonjour) e che dire della gentilezza degli inglesi: sobri, eleganti, mai invadenti, ma gentili e disponibili. Da qualsiasi viaggio abbia fatto ho riportato qualcosa con me: un sapore, un’usanza, un’espressione, una diversa visione del mondo. Tutto ciò fa parte di me, del mio modo di essere.
Quindi chi sono? Cos’è la mia famiglia? Sono Annalisa, sono nata in Italia, la mia famiglia si è formata ed è cresciuta a Roma, abitiamo in Francia e mio marito lavora in Svizzera, ma mi piace pensare per categorie più grandi: sono Annalisa sono nata nel Sistema Solare, vivo sulla Terra. E’ davvero importante sapere se sono in Europa o in Asia? In Italia o in Francia? Dobbiamo imparare a pensarci parte di un contesto più grande, ad abbattere le barriere che ci separano dal prossimo a prescindere dalla lingua che parla e dal cibo che mangia. Siamo tutti figli dello stesso sole e della stessa terra.

9 commenti
  1. NonPuòEssereVero
    NonPuòEssereVero dice:

    E invece, secondo me, è molto bello trasmettere le proprie origini ai propri figli.
    I miei genitori, entrambi italiani, mi hanno insegnato ciascuno le tradizioni del posto dove sono nati, a 2000 km di distanza ed è stato molto.
    Tra l’altro, sono italiana, ma non sono nè mafiosa nè corrotta. E’ davvero triste pensare che tutti gli italiani sono mafiosi e corrotti, povero mondo 🙁

    Rispondi
    • annalisa
      annalisa dice:

      E’ bellissimo trasmettere le proprie tradizioni e lo faccio, ma sono tradizioni variegate. Ti faccio un esempio culinario. Sulla nostra tavola natalizia ci sara’ il 24 la bouillabaisse, piatto di pesce come da teadizione italiana, ma ricetta francese, il 25 cappelletti ferraresi, tacchino lombardo, foie gras francese, dolce trentino, torrone di cioccolata svizzero e champagne feancese. Per la befana, che in francia e’ giorno lavorativo, facciamo la calza come da tradizione italiana e la galette des rois, dolce francese dell’epifania che prevede tutto un rituale molto carino. Non nego le tradizioni che vengono dall’italia, ma sono amalgamate con teadizioni nelle quali mi sono imbattuta e che mi piacciono. Per noi che viaggiamo e’ difficile rimanere indifferenti alla nuova cultura.

      Rispondi
  2. gabriella guerrini
    gabriella guerrini dice:

    cosa vuol dire essere italiano ? non saprei , visto che ho sempre vissuto in Italia , ma io penso che sia semplicemente dare un senso di apparteneza a un posto ! io sempre in Italia mi son spostata in tante regioni , sempre educata dai miei ad apprezzare il bello di ogni posto: il risultato è …che ora ho …le radici allargate …e amo la Sardegna …il Veneto …l’Emilia …e tutta l’Italia…anzi per la precisione amo anche il resto del mondo e son stata benissimo a Seul dove ha abitato mia figlia …e amo Hong Kong dove abita ora….se un bambino ama ilposto …a cui è legato( per nascita o perchè ci abita ) poi starà bene ovunque !

    Rispondi
    • annalisa
      annalisa dice:

      Credi tu abbia colti nel segno. Non esiste un’identita’ italiana, esistono tante diverse “italianita’” il siciliano nn si sente come il sardo, il romano e il milanese sentino forte il legame alla loro terra, i dialetti sono differenti, le teadizioni sono differenti e sotto tanti aspetti le mentalita’. Le tradizioni/cultura che trasmettero’ a mio figlio saranno le tradizioni che mi somigliano con le quali mi sento a mio agio. Alcune sono romane, altre ferraresi, altre sarde, ma ci sono anche usanze francesi che mi piacciono molto. Il concetto che volevo esprimere e’ che noi siamo il frutto di esperienze diverse, siamo posti ogni giorno a stimoli provenienti dai luoghi piu’ disparati del mondo, questo lascia un segno nella nostra identita’ lasciandola piu’ ricca e variegata. Non credo sia possibile parlare di archetipo italiano o francese, le differenze, che sicuramente ci sono, sono sempre piu’ sfumate e io trovo che sia bellissimo

      Rispondi
      • Simona Cumbria UK
        Simona Cumbria UK dice:

        Sono d’accordo, io non mi sono mai sentita ‘italiana’ nel classico senso, più cittadina del mondo. Però sono nata e vissuta in Toscana, ovvio che mi porto dietro tradizioni e sapori della mia regione in qualsiasi parte del mondo. Non ho figli quindi non trasmetterò ciò a nessuno; però in casa ho anch’io un mix di usi, costumi e cucina tra Toscana, Scozia e Inghilterra.
        Giorno di Natale avrò tra gli altri piatti inglesi le lasagne e il pandoro 🙂

        Rispondi
  3. annalisa
    annalisa dice:

    Esattamente Simona, un insieme omogeneo du tradizioni diverse. Amo l1 definizione “cittadina del mondo” e’ esattamente quello che volevo esprimere

    Rispondi
  4. Marianna
    Marianna dice:

    Cara AnnaLisa, visto che ci conosciamo, sai bene come la penso, esattamente come te. Anch’io la penso come te e mi sento tua compaesana, non perché sono italiana come te, ma perché anch’io sono frutto dell’amore fra Sole&Terra, anch’io risiedo nella tua galassia ed anche sulla mia tavola natalizia ci saranno prelibatezze che ho conosciuto nei vari paesi che ho visitato e che mi hanno coinvolta. Non significa rinnegare le origini, odiare l’Italia, recriminare contro chi resta italiano all’estero, etc. Sono diversi modi di pensare e prospettive differenti da cui si guarda la stessa cosa: la vita, che ci fa deplacer da un posto ad un altro. Ti abbraccio.

    Rispondi
    • Annalisa
      Annalisa dice:

      E’ esattamente quello che volevo dire. Amo la varieta’, amo poter integrare nella mia vita tante cose differenti e, devo dire, che il tempo passato da déplacé mi ha aiutata a capire e ad accettare le differenti opinioni.
      Un abbraccio?

      Rispondi

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Condividi con chi vuoi