Il cane nero, la gabbia e la chiave

Nella mia vita ho sempre avuto tutto quello che desideravo.

Sono fermamente convinta che ciò che dà veramente senso alla vita sia qualcosa che molti sottovalutano: la facoltà di scegliere.

Tutti abbiamo una scelta, sempre. Il risultato delle nostre scelte, intersecato agli eventi che ne conseguono, ha come risultato la nostra personalità, il nostro carattere, ma soprattutto quella che diviene la nostra quotidianità.

In alcuni casi, le nostre scelte costruiscono la gabbia che ci sentiamo attorno.

Quello che molti non considerano è che anche non scegliere, lasciare le cose come stanno, in realtà è una scelta.

In alcuni casi la gabbia può essere dorata, può essere più o meno confortevole, ma tutte hanno in comune la sensazione di non poterne uscire. Alcune catene sono più visibili di altre ma non sempre le catene più visibili sono quelle più difficili da rompere.

La fase dell’entusiasmo idealistico…

Non ho avuto una vita troppo difficile. Mi sono laureata con il massimo dei voti in tempo record e il mio percorso scolastico mi ha regalato tante soddisfazioni.  Amavo ciò che studiavo e desideravo essere una veterinaria con tutta me stessa.

La vita da studente era faticosa ma con il senno di poi non troppo difficile: se studiavi, se ti impegnavi, se seguivi tutte le regole, scritte e non scritte, avevi una ricompensa a breve termine, netta, sicura.

Ovvio, c’erano ingiustizie, raccomandazioni, difficoltà di ogni genere, ma all’interno di un qualche tipo di cuscinetto, uno schema prefissato che ti dà una idea precisa di cosa devi fare e come.

Alla fine di quel percorso ci sono celebrazioni, strette di mano, complimenti.

Semplicemente anche solo il sollievo di aver raggiunto un traguardo di un qualche tipo.

Per un po’ ho seguito il miraggio della soddisfazione che questo tipo di vita mi dava, come una droga.

Ho investito in corsi di ogni genere, formazione post universitaria, intership in ottime cliniche veterinarie. Volevo migliorare me stessa per essere un professionista migliore.

La realtà è che ho potuto permettermi di farlo solo perché i miei genitori hanno pagato la mia formazione, tra mille sacrifici.

Il mio obiettivo nella vita era essere un bravo veterinario e niente poteva distogliermi da questa missione. Un veterinario formato, appassionato, che avrebbe fatto sacrifici per il suo lavoro.

…e la realtà

Non ci ho messo molto a capire che, per andare avanti e fare carriera come veterinaria, avrei dovuto sacrificare l’idea di avere una famiglia e soprattutto avrei dovuto disporre di una base economica che mi mancava.

I miei genitori avevano fatto quello che potevano, ora toccava a me cavarmela da sola.

In Italia i veterinari sono troppi e imparano in fretta a scendere a compromessi pesanti per sopravvivere in un ambiente estremamente competitivo. Una lotta tra poveri in cui non si cerca necessariamente il migliore ma il più motivato. Un modo elegante di dire che se non accetti certi compromessi, economici e personali, sei fuori mercato.

Cià comporta stipendi a malapena sufficienti, fisco pesante, turni massacranti, ferie inesistenti.

Oltre a questo, vanno sommate tutte le complicazioni che questo lavoro prevede.

Primo tra tutti, un carico empatico molto elevato: lo stretto rapporto tra la vita e la morte dei propri pazienti e le proprie decisioni.

La sfida giornaliera richiede di fronteggiare quotidianamente i budget ridotti che i clienti hanno a disposizione per diagnosticare e curare quello che, sempre di più, diventa il membro di una famiglia.

E’ come essere un pediatra del terzo mondo, solo che non stai facendo volontariato, non te lo puoi permettere. Con quei soldi ci devi campare.

Avevo deciso di non lavorare negli ospedali, che permettevano entro un certo limite di fare carriera ma che riducevano notevolmente il rapporto diretto con gli animali e con i clienti. Ho inseguito il miraggio di una formazione che si sarebbe rivelata poi eccessiva per il ruolo che volevo ricoprire, illusa che le soddisfazioni sarebbero arrivate di conseguenza.

Ho trovato lavoro lontano dalla mia famiglia e dal mio compagno. La cinghia ha continuato a stringersi mentre gli anni passavano, in attesa che la vita cominciasse davvero.

Quando la sera tornavo in una casa vuota, dopo ore di straordinari non pagati senza avere neanche la forza di preparare la cena, cominciavo a percepire il cane nero che trotterellava al mio fianco.

Probabilmente nel suo stomaco galleggiava gia’ la chiave della gabbia che mi stavo costruendo.

Il cane nero e la chiave

Non avevo reali problemi, non più di altri.

Avevo tre meravigliosi gatti che facevano parte della mia famiglia e vivevo in un paesino della campagna Toscana. Avevo un uomo che mi amava ma che faceva fatica a trovare la sua strada, incastrato nella sua gabbia con sbarre molto più evidenti, nere e pesanti della mie.

Leggevo blog sulla resilienza, disegnavo, scolpivo e studiavo.

Mi ero creata una comfort zone, dei punti di riferimento.

Il cane nero ogni tanto si sedeva al mio fianco e scondinzolava cercando il mio sguardo, ma io lo scacciavo con un gesto irritato.

Il burnout rappresenta un graduale, lento e logorante esaurimento delle riserve fisiche e psicologiche.

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Avevo vissuto la fase dell’entusiasmo idealistico che mi aveva fatto scegliere la veterinaria, lo ricordo fin troppo bene. Negli anni ho cercato di conciliare il mio sogno irrealizzabile di essere una veterinaria perfetta senza una base economica stabile, rinunciando alla carriera per una famiglia che non stava arrivando.

La cosa più brutta che il burnout porta con sé è la riduzione dell’entusiasmo e dell’interesse verso il tuo lavoro. Il senso di frustrazione, inutilità e insoddisfazione si manifestano anche dal punto di vista fisico, nel mio caso con un drastico aumento del mio peso e un invecchiamento rapido ed evidente, ma soprattutto con un senso di continua sonnolenza e stanchezza.

Ero costantemente irritata, insofferente, prima verso le persone attorno a me, nell’ultimo periodo verso i clienti.

Avevo ottenuto esattamente quello che volevo dalla vita, eppure la porta della gabbia si era chiusa dietro di me.

La porta

Ho deciso di agire prima di arrivare ad odiare il mio lavoro, il motivo portante di tutte le scelte che avevo fatto fino a quel momento.

Ho cominciato un percorso di sostegno psicologico professionale che mi ha insegnato che la porta esiste, anche se a noi sembra di non vederla.

Per aprirla, mi sono fatta tante domande e ho imparato ad accettare che non per tutte si riesca a dare una risposta.

Tagliare le catene ha richiesto tanto, tanto dolore. Più di quanto pensassi di poter sopportare.

Solo dopo tutto questo, il cane nero ha vomitato la chiave ai miei piedi.

E’ una immagine disgustosa ma che rende appieno l’insieme di disgusto, appunto, e di liberazione che il percorso mi ha dato.

Con quella chiave ho aperto la porta della gabbia, ho messo un guinzaglio al cane nero e siamo usciti insieme, mentre lui trotterellava al mio fianco, scodinzolando.

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La vita fuori dalla gabbia

Non mi illudo che partire sia stata la soluzione a tutti i problemi.

In quella gabbia, ho lasciato un pezzo del mio cuore e la crepa pulsa dolorosamente se mi soffermo a pensarci troppo a lungo.

Dall’altra parte la vita è difficile e ogni cosa sembra ricordarti quello che hai sacrificato; ogni cosa sembra sotto esame, per giustificare le catene rotte che hai lasciato dietro. La verità è che non funziona esattamente così.

Fuori dalla gabbia la vita può essere peggiore, più difficile, magari puoi fallire ancora e ancora. Ma ora riconosci le sbarre, riconosci la gabbia quando ne vedi una.

Ti stai muovendo, stai cercando, stai provando.

Accarezzi la testa del cane nero che ti segue e fa parte di te. Sai che ne varrà la pena, perché hai imparato che ora puoi scegliere.

Sei sopravvissuta una volta e puoi farlo di nuovo, fino a che avrai la forza di farlo, perché lo devi a te stessa, a quello che sei stata e quello che sarai.

Quindi eccomi qua: affrontando prove, coltivando piantine, cercando spazi e modi e nidi in questo mondo nuovo.

Facendo attenzione che stavolta il nido sia in alto, sul ramo di un albero da cui posso vedere il mondo, e non più su un fondo ricoperto di carta di giornale.

5 commenti
  1. Rossella
    Rossella dice:

    Ciao Roberta, ho letto il tuo articolo tutto d’un fiato.
    Ora provo a raccogliere le idee.
    Innanzitutto è meravigliosamente impressionante come descrivi le sensazioni che ti hanno accompagnata nel tuo percorso di vita ed è molto coinvolgente la metafora con cui descrivi il tuo burn out e la tua comfort zone dalla quale riesci ad uscire. In secondo luogo, ti fa molto onore aver dedicato gli anni della tua post adolescenza alla tua carriera, con tanta dedizione. Non tutti gli studenti universitari hanno le idee così chiare e sono disposti a sacrificare quegli anni di divertimento puro per un futuro lavoro.
    Ricordo ancora il tuo primo articolo che raccoglieva i tuoi dubbi e le tue paure per questa nuova vita.
    Spero che le cose procedono bene.
    Un saluto e un abbraccio dall’Olanda

    Rispondi
    • Roberta Lista
      Roberta Lista dice:

      Ti ringrazio Rossella, ammetto che l’idea del cane nero per descrivere la depressione, The Black Dog, è usato comunemente e non è una mia invenzione, anche se io l’ho adattato al mio burn out che purtroppo miete tante vittime tra i veterinari in tutto il mondo. Piano piano le cose stanno trovando il loro posto, mi piacerebbe continuare a sensibilizzare su questo tema e sul tabu che ancora portano i disagi psicologici, cosa che ho vissuto, per fortuna in maniera non troppo grave, sulla mia pelle. Sono contenta di riuscire a coinvolgere con la descrizione, spero aiuti qualcuno a capire che il burn out esiste e che non è normale odiare il proprio lavoro al punto da ammalarsi!

      Rispondi
  2. Corrado Paroni
    Corrado Paroni dice:

    i più cari auguri Roberta !!! non sono sicurissimo che la veterinaria irlandese possa essere diversa da quella italiana , ma te lo auguro di cuore . Con affetto . Corrado

    Rispondi

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