Il mondo da una finestra

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Le finestre della mia casa olandese. Il mio scorcio sul mondo.

La solitudine è ancora più invasiva e violenta, se la si contempla da una grande terrazza.

Tutto è iniziato da qui, da un grande balcone di una camera da letto condivisa, con una grande finestra che mi offriva la sadica possibilità di osservare il mondo che scorreva, di scrutare la vita degli altri che si adempiva a ritmi regolari, cadenzati.

Guardavo l’inquilina del piano di sotto che usciva dal cancello del palazzo per incontrarsi con il suo gruppetto di amiche. Si abbracciavano, si scambiavano pacche affettuose sul viso e sulle braccia. Tiravano fulmineamente il cellulare dalla tasca del giubbotto per aggiornarsi, mostrando una foto dell’ultimo acquisto effettuato.

L’uomo dell’appartamento di fronte soleva portare un mazzo di rose a una donna misteriosa, il cui volto non mi è stato dato conoscere.

Lo studente Erasmus dell’edificio accanto dava feste clandestine ogni mercoledì sera. Un branco di giovani con accenti indistinguibili e svariati riempiva quelle quattro mura cadenti, impregnate di musica stonante.

Ed io osservavo placida la vita degli altri, che desideravo fosse mia, di cui volevo appropriarmi illegalmente, sentendomi ancora più sola di quanto non lo fossi.

Era il mio primo anno universitario.

Ero ancora in Italia, ma in una città aliena, nuova.

In fondo, ero comunque una migrante. Interna al mio paese, ma pur sempre una migrante.

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Seconda finestra-balcone in alto a destra. La mia, da cui ogni mattina entrava il mio amico sole.

In Andalusia, poi, da straniera, ero solita sdraiarmi sul letto con il capo reclinato all’indietro.

Gli occhi socchiusi e di fronte ad essi una finestra.

Una finestra-balcone anche questa, che dava su una stradina acciottolata, chiassosa, che viveva di notte e dormiva fino a tarda mattinata. Le note di una chitarra gremivano il mio tugurio da 200 euro. I raggi del sole, una costante delle mie giornate, entravano a picco, penetravano il vetro della finestra-balcone e mi sfioravano la fronte.

Erano le prime settimane, e nell’amichevole terra del calore io ero sola.

Ma avevo il mio piccolo oblò da cui osservare il mondo, il mondo degli altri.

Guardavo gli andalusi passeggiare mezzi nudi sotto la mia finestra, scambiarsi un urlo che equivaleva a un saluto. Domandare della madre dell’amica della sorella, rallegrarsi del fatto che stesse bene e, con un cenno di capo, congedarsi.

Guardavo i gitani che cercavano di rifilare per qualche spicciolo rametti di erba ai malcapitati turisti.

Guardavo i grupponi di amici muoversi all’unisono da un bar all’altro.

E, come sempre, facevo “mie” queste persone, le possedevo. Le facevo entrare a far parte di una vita immaginaria, in cui io ero amica loro. Una vita in cui loro mi cercavano, si preoccupavano per me, si congedavano da me con quel guizzo del capo, dopo un’intima serata assieme.

Nei Paesi Baschi, invece, l’odore di fritto che pungeva le mie narici mi disturba ancora, se ripenso alla finestra che dava sulla tromba delle scale di un appartamento ad Algorta, il paesino che mi ha adottata per due mesi.

In seguito, il ritorno in città, a Bilbao.

Sarà un caso, sarà destino, ma anche qui la mia stanza aveva una porta-finestra.

Questa volta si affacciava su un viottolo laterale della strada principale. Del mio balconcino di Bilbao, ricordo le mie spalle contro la ringhiera, che si faceva più fredda ad ogni sospiro.

Questa volta l’amica solitudine restò più a lungo.

Non mi abbandonò durante i quattro mesi di soggiorno e solo mi diede tregua durante le sporadiche uscite con un’amica un po’ strana, un po’ incostante, ma che mi ha dato tanto.

 

E ora?

E ora sono qui, spalle sul muro, pc sulle ginocchia, tazza del tè alla mia destra e lo sguardo rivolto, di tanto in tanto, al di là della finestra del mio salone.

In questa mia nuova avventura all’estero le finestre che mi accompagnano sono tante, ben sedici.

La solitudine è minore, è quasi impercettibile.

La luce è scarsa, qui in Olanda, e le case olandesi cercano di trarre vantaggio del poco che c’è attraverso una miriade di finestre.

Ho fatto mia questa tradizione tutta nederlandese di decorare le finestre di casa come fossero vetrine. Hanno tanto gusto e classe, gli olandesi, nel rendere piacevole agli occhi dei passanti queste mini opere d’arte di cristallo.

Le famiglie lasciano che il viandante entri con lo sguardo nelle loro case anche solo per qualche istante.

Lasciano che ne assapori una scenetta di genuina e autentica quotidianità domestica. Non esistono tende e, se ci sono, vengono abbassate solo al calar della sera, quando il buio fa da padrone e si dà la buonanotte al giorno appena terminato.

Passando per le strade di paesini e città olandesi, mi è capitato di guardare insistentemente dentro le case, al di là delle finestre. Una volta un signore brizzolato, seduto comodamente sulla sua poltrona, mi ha persino salutato. Avrà sicuramente capito che non ero del posto.

Ho osservato famigliole numerose sedute attorno a un massiccio e lungo tavolo di legno, che si scambiavano dialoghi. E mi sono immaginata lì, tra di loro, come membro della loro famiglia. finestra-olandese-decorazioni

Sì, lo so cosa state pensando, faccio mie tutte le storie che vedo e che osservo da una finestra. È vero.

È così bello creare vite immaginare, visualizzare relazioni e amicizie fittizie con gente sconosciuta. Mi diverte e mi rilassa allo stesso tempo.

E proprio mentre tutti questi pensieri cadono a pioggia nella mia testa, riscaldandomi i muscoli come un caldo getto d’acqua, mi trovo di fronte a uno schermo, circondata dalle mie adorate finestre, che ho adornato con fiori, giraffe in legno, foto, cuscini, candele. Sullo schermo, in una famosa serie tv italiana, appare una coppia: un padre e un figlio del Sud Italia, che si trovano momentaneamente a Colonia. “Non esce mai il sole in questo paese di merda”, dice il padre al figlio. Poi rientrano in casa, e anche nel loro appartamento tedesco ci sono tante finestre. Il padre cucina un buon piatto di spaghetti al sugo.

Non posso far altro che pensare che cerchiamo sempre di circondarci di ciò che per noi è “casa”, è “calore”. Un piatto tipico, un oggetto, un’abitudine, qualcosa che ci rimandi e trasporti fisicamente nella parte del mondo che ci ha visti nascere e ci ha coccolati, che ci ha educati e fatti uomini e donne.

E poi ripenso a me, e al fatto che non è un caso se ho scelto di vedere questa popolare serie tv italiana proprio a pochi mesi dal mio trasferimento in Olanda.

Ho deciso di circondarmi della mia italianità così, attraverso una via di fuga cinematografica. E infine, penso che anche qui, in questo lato del mondo in cui mi trovo adesso, “non esce mai il sole”. Ma in quelle rare giornate in cui decide di venirci a fare visita, inonda la mia casa, e io mi siedo lì, sul davanzale e osservo il mondo da una finestra.

 

 

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