Il panino al computer

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Ore 13:13.

Sono seduta davanti al computer del mio nuovo ufficio.

In meno di due mesi sono stata già spostata da un posto ad un altro; problemi di logistica, dicono. O di chi dovrebbe gestirla, ma che sembra di logica… ne sappia poco.

Pause.

È ora di pranzo.

Alcuni colleghi sono andati a mangiare in mensa, altri in palestra. Io ho molto lavoro e ho deciso di mangiare il comune panino al computer, per essere più veloce.

Ciononostante mi prendo 15 minuti per fare ciò che mi piace, ovvero scrivere.

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Il panino al computer è un concetto che avevo dimenticato quando lavoravo in Africa.

No, ovviamente non è un panino al sapore di computer (beh, forse un po’) ma un sandwich, oggi particolarmente secco e per niente invitante, mangiato in fretta per evitare le attese alle casse.

Un concetto quasi dimenticato.

Quando vivevo in Africa non capitava spesso di avere fretta in pausa pranzo.

Casa era a 300 metri dalla porta dell’ufficio, quindi potevo permettermi di andare, togliermi le scarpe e riscaldare qualcosa al microonde, magari guardando un episodio di Atypical su Netflix, oppure una ricetta di Neil Anthony su Food Network.

In estate venivano i colleghi con il loro lunchbox e mangiavamo in giardino.

La verità è che, come in tutto il Sud del mondo, l’ora di pranzo significava pausa, non solo nutrirsi.

Del resto, essendo in ufficio dalle 7:30, hai bisogno di concederti un’oretta di break almeno per riposare lo sguardo.

In Nord Europa, adesso sì che me lo ricordo, sarebbe illecito chiedere di aprire l’ufficio così presto, e tutte le ore di lavoro si concentrano in uno spazio temporale che va dallo scuolabus allo scuolabus, anche per chi figli che vanno a scuola non ne ha, perché i figli dei colleghi diventano ragione di logistica anche per te.

Se il collega non c’è dalle 5 in poi, tu non puoi andare avanti.

E quindi, meglio mangiarlo davanti al computer, quel pranzo.

Il panino davanti al computer per me significa il ritorno a una vita molto più intensa.

Non voglio chiamarla stressante, a soli due mesi dal mio rientro. E’ il ritorno a una vita fatta di giornate le cui ore sono scandite da attività, reports, progetti da monitorare, tabelle excel. Difficile perdere tempo in un’atmosfera così dinamica.

Eppure, il dolce e monotono vuoto dei weekend africani in cui sembrava, al contrario, che il tempo durasse troppo a lungo, non mi manca.

Mi sto riadattando molto in fretta alla vita occidentale piena di cose.

Certo il sole, quello sì che manca.

Ancora una volta, mi toccano dodoci mesi di inverno e tanti panini davanti al computer.

 

 

3 commenti
  1. Finally Mallorca
    Finally Mallorca dice:

    Ora te lo posso dire o scrivere :-), quando ho letto il tuo post precedente dove scrivevi che dal Lesotho ti spostavi in Belgio mi ero detto “oh mamma mia nooooo”, non perché sonoscessi bene i due paesi, mai stata in Lesotho e in Belgio ci sono stata solo da studente universitario, ma perché ho vissuto 16 anni in Svezia e perché da lì sono scappata ad aprile di questo anno.

    Pur essendo il Belgio più a sud della Svezia lo immagino comunque un paese freddo e non solo dal punto di vista climatico.

    In questo post hai scritto due cose che mi hanno fatto venire i brividi e che mi hanno ricordato la mia vita in Svezia: 1) la mancanza di sole, come dopo anni mi aveva messa ko, pur prendendo le pasticche di vitamina D non ero riuscita a rimettermi, 2) i figli degli altri che giorno dopo giorno diventavano i miei problemi sul lavoro. Il mio collega doveva andare a prendere il figlio prima, io dovevo sbrigarmi a fare il lavoro. Arrivavo puntuale ad una riunione con il collega lui non si presentava perché era successo qualcosa al figlio e neanche mi chiamava che mica si poteva prendere il disturbo di avvertirmi. Il figlio era malato, lo portava al lavoro con se e io mi ammalavo di conseguenza. Per tre anni ho lavorato in un progetto dove i miei colleghi più stretti avevano tutti bambini piccoli che andavano a scuola e che si beccavano i virus più tremendi, non ti dico quanti raffreddori mi sono presa in quel periodo. Io che non avevo figli mi dovevo sempre e dico sempre adattare alle necessità dei colleghi con figli, perché naturalmente le mie necessità valevano meno. Un collega rimaneva a casa con il figlio malato allora ero io a dover scrivere in fretta e furia il rapporto che si doveva consegnare. Un collega doveva tenere un corso? Il capo mi chiamava, sai xy è dovuto rimanere a casa che il figlio ha la tosse, il corso è alle 18, non ci sono problemi per te per restare no? Quante te ne potrei raccontare!

    Ushhh, sono così contenta di essermene andata :-).

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    • Laura - ex Lesotho
      Laura - ex Lesotho dice:

      Ahaha mi hai fatto ridere! Certo che per chi non ha figli è ancora difficile fare capire che la vita dopo il lavoro esiste, con o senza figli; per quanto riguarda il clima ho una mia teoria: dopo aver vissuto in Sud Italia, Portogallo, Brasile e Sud Africa sono in Belgio per la terza volta. Il sole non c’è ma sembra che nei paesi al sole manchi molto altro, purtroppo.

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      • Finally Mallorca
        Finally Mallorca dice:

        Non so, in Svezia mancava il sole e mancava moooolto altro. Le cose che non mi piacevano erano molte, per dirne due, la freddezza della gente e quella ostentata facciata di perfezione che nella realtà non esiste. Lo so che l’idea che si ha della Svezia è che tutto funzioni bene, tutti siano gentili e la vita fili liscia. Quante volte mi sono sentita dire che ero fortunata a vivere là, e io rispondevo “vieni anche tu! Di posto ce ne è” mi domando perché più gente non si trasferisca in Svezia :-). In fondo ci sono solo 10 milioni di abitanti per un territorio che è molto più grande dell’Italia :-).

        La realtà la sappiamo, il paese perfetto non esiste, ci sono lati positivi e negativi ovunque e alla fine, per come la vedo io, si tratta di trovare il posto dove si può essere felici. E quando ci si lamenta più di quanto si riescano ad apprezzare le situazioni che si vivono allora qualcosa sta andando storto. Io ero in quella situazione e ho capito che era ora di andare. Come ho scritto nel blog, non si può passare la vita in un posto da cui senti il bisogno di voler fuggire :-).

        Ognuno ha le sue ragioni per scegliere un posto al posto di un altro e se tu sei in Belgio per la terza volta allora sai quello che fai :-). Continuerò a seguirti.

        Rispondi

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