Forse chi legge troverà questo post un pochino noioso ma secondo me un poco di noia è necessaria a volte, quindi mi cimento.

E parliamo di nuovo di lingue.

Riprendo questo argomento perché in conversazioni personali ho notato che di certe cose se ne sa poco.

Magari leggere un manuale in proposito sarebbe veramente eccessivamente noioso e così faccio un bel riassuntino, salvandovi dalle mie riflessioni personali oggi.

Logicamente il mio parlare di lingue è sempre focalizzato sull’apprendimento di una lingua straniera e sul fatto che sono anche una madre e che noto i progressi e i “regressi” (se mi permettete il gioco di parole) di mio figlio a riguardo.

Iniziamo dalle basi: la neurolinguistica ci dice che il cervello è lateralizzato. Ci sono due emisferi, il destro e il sinistro, e la psicologia ci dice che devono collaborare,  perché avvenga comunicazione.

La psicologia ci dice che i due emisferi hanno due funzioni, abilità (non so come le possiamo chiamare nel linguaggio comune) diverse. Detto in altre parole, sono specializzati in maniera diversa. Il sinistro è l’emisfero dell’analisi, della sequenzialità e della logica, il destro della globalità, della simultaneità e svolge anche compiti di natura analogica.

Quindi il primo termine da ricordare in questo caso è lateralizzazione, il secondo è bimodalità e ora lo introduco.

Le due modalità del cervello sono entrambe coinvolte nella comunicazione. Quindi niente è peggiore e nulla è migliore, come si sente spesso dire, entrambe le modalità lavorano ed entrambe sono necessarie.

La bimodalità del cervello ha mostrato come molti modi di insegnare lingue sono vecchi decrepiti e dovrebbero essere lasciati nel passato.

In particolare, il fatto che abbiamo bisogno di entrambe le funzioni svolte dai due emisferi ci dice che, se non le integriamo in maniera atta, non svolgiamo il nostro compito di insegnanti.

Vi è bisogno di un rimando, o meglio, continui rimandi tra i due emisferi perché si attui la comunicazione e si imparino queste “benedette lingue”.

Quindi, vi deve essere motivazione (che integra le emozioni e la curiosità del cervello) e questa parte avviene nell’emisfero destro, e poi si deve passare la palla all’emisfero sinistro, magari attraverso un’analisi dei bisogni, anche del tipo “imparo l’inglese perché altrimenti sono fritta” o “se non voglio essere ‘fregata’ devo impararmi il tedesco”.

Il gioco dei rimandi non è qui finito: le lingue si imparano secondo una direzione. 

Si passa da destra a sinistra, dalla fase globale iniziale a quella analitica. Quindi va prima presentato il materiale in maniera contestualizzata e ricca, ridondante anche.

Ciò che si sta per imparare deve essere formato da un surplus di connotazioni culturali e poi, solo in seguito, si può formalizzare e analizzare, quindi solo in un secondo momento si va alla riflessione sulla lingua, agli esercizi specifici.

Vi ritrovate in quanto detto?

Ora avete una specie di scheda, un modello semplificato per vedere se le lingue vi vengono insegnate secondo ciò che la glottodidattica stabilisce. Che cosa ne pensate delle vostre esperienze?

Passo a un secondo argomento, che forse mi sta ancora più a cuore: la natura del linguaggio e perché i nostri figli impareranno la lingua della zona del mondo in cui li ospita in maniera naturale.

Fino agli anni Novanta si credeva che lo sviluppo del linguaggio era dovuto alla pressione dell’ambiente circostante e si parlava di mental habit.

Il discorso della letteratura contemporanea è diverso: lo sviluppo della lingua di ogni bambino segue dei percorsi simili.

Si formano delle mappe mentali e, per i primi 36 mesi della vita, l’acquisizione del linguaggio segue percorsi simili. Vi è una sorta di ordine naturale. Questo ordine naturale non vale solo per la lingua madre ma anche per le lingue che vengono apprese dopo. Inoltre questo ordine naturale è indipendente dall’età. Si parla di una grammatica universale di tutte le lingue che è un modo “caruccio” di dire che vi sono dei meccanismi comuni sottostanti a tutte le lingue.

Come ultima annotazione, noi studenti di lingua non siamo un vaso da riempire di regole da imparare a memoria e di un lessico da ingurgitare.

Siamo, in quanto esseri umani, predisposti ad imparare altre lingue, perché siamo dotati di un meccanismo che si chiama il Language Acquistion Device.

Questo meccanismo consta di cinque punti: prima di tutto osserviamo, conduciamo osservazioni pragmatiche e formali. Questa fase di osservazione avviene anche nei bambini, non dimentichiamolo.

Allora, attraverso situazioni e comportamenti degli adulti i bimbi capiscono che acqua si riferisce al liquido che ingeriscono e che disseta, e comprendono, se sono circondati da italiani, che la “o” finale di un verbo vuol dire prima persona singolare, ovvero “io”.

Poi creano ipotesi su come i verbi funzionano, quindi dicono “giustamente”: “io ando”, invece che “io vado”. Il primo da un punto di vista deduttivo e come forma flessa è più corretto anche se sbagliato in realtà.

In seguito, verificano le ipotesi e vengono corretti dove sbagliano. Quindi capiscono che “io ando” non si dice.

Infine fissano, nella loro memoria, la forma corretta (“io vado”, nel nostro caso). Come fanno? Come facciamo noi adulti, la ripetono in maniera ossessiva e, direi, ossessionante. Dimenticavo, i bambini, sempre come facciamo noi più grandicelli, riflettono sulla lingua che usano.

Poi va detta un’altra cosuccia: vostro figlio non impara bene la lingua seconda a scuola? Se lui o lei si impegna al 100%, se non ci sono fattori particolari in atto, se l’insegnante è presente e lavora allora vi dovete chiedere come è questo ambiente di apprendimento? Perché ci può essere tutta la professionalità del mondo ma se l’insegnante è una zappa dal punto di vista umano sarà difficile che anche chi è “predisposto” per le lingue possa compiere passi in avanti.

Infatti ricordano i glottologi e le glottologhe (si dice così?) che se vi è paura (ansia) non si impara un fico secco (scusate l’espressione), perché si instaura una sorta di filtro affettivo per cui non c’è niente da fare. Detto in maniera più professionale, la memorizzazione è solo temporanea e non è stabile. Insomma si impara in ambienti sereni: se l’insegnante è una musona o un musone, mamme e papà cambiate aria ai vostri pargoli!

Poi tocchiamo un altro tasto, quello dell’attitudine.

La letteratura non ci dice a chiare lettere se l’attitudine ci sia o meno, però ci dice che il modo in cui viene insegnata una lingua incide molto sia sul risultato finale che sui tempi.

Ecco, una modalità di insegnare le lingue dovrebbe essere evitata, cioè prediligere solo le modalità di processare il mondo e gli stimoli di un emisfero.

La realtà viene concettualizzata in maniera diversa dai due emisferi del cervello.

Se un bambino ha la parte analitica dominante, verrà favorito se si propongono solo esercizi sequenziali e così verrà sfavorito chi apprende in maniera globale: un insegnante che non prepara esercizi diversificati per i due tipi di percepire il mondo dovrebbe fare altro nella vita. Insomma, nel mondo ci sono gli analitici e gli olistici, nessuno è migliore o peggiore dell’altro ed entrambi sono in grado di imparare le lingue alla stessa maniera se l’insegnamento è bilanciato.

Noi genitori dobbiamo cercare di capire se questo rispetto per le modalità di apprendere esiste in classe e se si respira un clima sereno.

I materiali dati ai ragazzi possono privilegiare certi ragazzi e questo non sarebbe giusto.

Un ultimo punto su cui (almeno a mio avviso) noi genitori riflettiamo poco è il seguente: non tutti i bambini sono uguali (per fortuna!). Vi sono diversi stili di apprendimento. Qui approfondisco il discorso della bimodalità per certi aspetti.

Gli stili di apprendimento si possono classificare in sette punti.

Vi sono quei bambini che secondo la dominanza emisferica sono o più riflessivi e analitici o più globali e intuitivi.

Gli insegnanti devono presentare materiali che non pongano nessuno in svantaggio ma noi genitori a casa (se si ha tempo) dobbiamo fare quasi l’opposto, ovvero esercitare la parte più debole, perché l’apprendimento linguistico ha bisogno di entrambe le modalità di percezione.

Vi sono gli ideativi, che si appoggiano alla teoria, e quelli esecutivi che fanno e imparano dagli errori.

C’è chi è intollerante per le ambiguità e chi ci sguazza. Gli intolleranti hanno di sovente una predisposizione logico-matematica. A dire il vero, almeno inizialmente, questi ultimi sono svantaggiati perché si esprimono con più stress e ansia.

Vi è chi riesce facilmente a prevedere quello che accadrà in un testo e chi è meno capace, chi non ha difficoltà a imparare dai propri errori e chi è forse è un pochino “capa tosta” come direbbe un mio amico, ovvero non accetta l’errore. Qui va aggiunto che senza errori non si cresce e chi non sbaglia non impara, e quindi come genitori dovremmo dirlo e ripeterlo.

Poi, forse, un’altra variabile è vedere se i nostri figli sono autonomi o meno nello studio. In passato non si amava lo studente autonomo, quello che poneva domande poco gradite, era considerato fonte di disturbo.

E ora? Non so, a questa domanda dovete rispondere voi stessi. Ciò che vi posso dire è che se non vi è autonomia non vi è vero apprendimento.

Pensavo di aver detto tutto e mi sono dimenticata che se non si parla di personalità non si finisce il discorso.

Allora, ricapitolando, è importante conoscere la dominanza emisferica e gli stili cognitivi, però anche la personalità svolge un ruolo importante nell’acquisizione di nuove lingue.

Quindi sono tre i fattori relativi al bambino da prendere in considerazione: analitico o globale, modo di apprendimento (farsi una lista dei punti) e la personalità.

Si potrebbe anche aggiungere il concetto di “intelligenze multiple”, ma sono sicura che tutti lo conoscano.

I tratti della personalità sono vari, ma uno studente competitivo solitamente impara meno in classe, perché quando si impara una lingua si coopera tutti insieme; come il bambino introverso troverà più difficoltà a paragone di un bambino estroverso che, per esempio, prova il suo inglese con tutti; anche l’ottimismo e il pessimismo influenzano: darsi la zappa sui piedi non ci sprona mica!

Spero che queste poche parole vi servano a organizzarvi per aiutare i vostri figli e magari voi stessi, quando siete intenti ad imparare un’altra lingua. Baci e abbracci a tutti!

1 commento
  1. luana
    luana dice:

    Ho trovato l’articolo molto interessante,perfetto per me che sto studiando inglese da otto mesi e stavo iniziando a scoraggiarmi per i modesti risultati raggiunti.Grazie mille.

    Rispondi

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