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DI COME HO IMPARATO A VIAGGIARE CON LE MIE PAURE

Testimonianza inviataci da Marta Bergamo


Trasferimento in terra straniera numero tre, in tre anni.

Questa volta in Canada, lontano per davvero.

Amici e parenti ormai iniziano a farci l’abitudine, io no. “Beh, ormai sei abituata, non avrai più paura di alcunché”, mi sento dire da varie persone durante il periodo pre-partenza.

La verità è che non è vero per niente e ogni volta è come se fosse la prima.

E’ ancora vero che io, ogni volta appena prima della partenza, vado in crisi nera.

Quel tipo di crisi per cui ti rannicchi nel letto e ti domandi chi diamine te l’abbia fatto fare.

Semplicemente perché ogni volta ti sei creata il tuo piccolo spazio, il tuo piccolo nido caldo e confortevole, e ogni volta non hai idea di cosa aspettarti dal nuovo posto. Mi piacerà la città? Mi troverò bene? Riuscirò a farmi nuovi amici? Riuscirò a ritagliarmi il mio spazio di mondo? E se non andassi d’accordo con i nuovi coinquilini? E se andasse tutto malissimo? Tutte queste domande ti girano e rigirano nella testa.

Se ci si pensa un attimo, è un po’ come una persona che si butta ogni volta da una scogliera diversa: è vero, ormai ci è abituato, si conosce, sa come prendere la rincorsa, in quale momento saltare e tutti i tecnicismi. Ma ciò non toglie il senso di vuoto allo stomaco quando si staccano i piedi da terra e ci si butta.

Vale esattamente la stessa cosa quando ti trasferisci all’estero.

Ormai conosci le procedure burocratiche standard, sai le prime cose che devi fare appena trasferita e così via, ma appena l’aereo si stacca da terra – tac – stai saltando. Vuoto allo stomaco.

Quindi, chi me lo fa fare? Perché passare attraverso tutti queste fasi di ansia e paura quando sarebbero facilmente evitabili?

Perché la voglia di scoprire posti nuovi e culture diverse è più forte.

Vedere il sole sorgere dal mare in una fredda mattina di dicembre sopra la città di Barcellona, ecco perché. Passare la Diada in mezzo ai Catalani cercando di capire perché vogliano così tanto l’indipendenza.

Osservare le mille sfumature autunnali degli alberi in Canada. Rimanere confusi dalla gentilezza dei canadesi.

Godere della luce del sole all’orizzonte a mezzanotte mentre cammini per le strade di Copenaghen.

Festeggiare il tuo compleanno circondata da teneri danesi con bandierine della Danimarca dappertutto, perché quella è la loro tradizione.

Scoprire un arcobaleno che si staglia nel cielo mentre porti a passeggio il cane nelle Highlands scozzesi.

Assaporare i colori e la vivacità del Fringe Festival a Edimburgo.

E queste sono solo le prime cose che mi vengono in mente, ma ce ne sarebbero mille altre ancora.

E’ in quei momenti che pensi “ne è valsa la pena”.

Si’, ne è valsa la pena di andare in panico appena prima della partenza e pensare “ma, quasi quasi, resto qua e perdo l’aereo”.

E ne è valsa la pena anche delle lacrime, perché sapevi quello che stavi lasciando ma non avevi idea di quello che avresti trovato. Quello che hai trovato è meraviglioso. Anche se quella meraviglia dura solo un’ora o cinque minuti.  Ne vale la pena.

Questo è per dire che non bisogna farsi fermare dalle paure, solo impararci a convivere.

E non pensare che “vabbè ma per lei è diverso”, “lei ormai è abituata”, “lei non ha paura”, perché non è così.

Perché ogni volta è un salto nell’ignoto e perché per tutti c’è stata una prima volta.

Semplicemente, invece di lasciare che le paure ci nascondano la valigia sotto il letto, abbiamo deciso di farle sedere accanto a noi sul sedile dell’aereo.

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