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Testimonianza inviataci da Grazia, Malta


Rieccomi qui, a scrivere il mio quinto articolo.

Ricomincio da qui, dalla prima redazione che mi ha dato la possibilità di raccontarmi.

Nel mio primo articolo descrivevo Malta come un paradiso fiscale.

Dopo 5 mesi le cose sono un po’ cambiate ma non ho perso l’energia, la vitalità e il bisogno di scrivere per condividere la mia esperienza con altre persone e, soprattutto, con altre donne.

A maggio avevo preso in affitto il mio primo monolocale ed ero felicissima di questa conquista. Ora scrivo dal mio nuovo, piccolo monolocale, sapendo che non sarà quello definitivo e che molti altri già mi aspettano.

Mi sono trasferita in una zona più centrale dell’isola da una decina di giorni.

Ora guardo il mare da un’altra prospettiva e mi sento molto cambiata. Questa casetta non la sento mia come il primo monolocale, ma è sempre il mio spazio, la mia libertà, la mia indipendenza.

Oggi vorrei parlare dell’altra faccia della medaglia di chi, come me, ama partire e viaggiare da sola.

Quanti di noi hanno visto e letto articoli vari di persone che mollano tutto e partono da sole spostandosi in autostop in giro per il mondo? Per noi donne fare questo, nella pratica, è decisamente rischioso. In molti mi chiedono in che modo sopporto la solitudine come donna ora che mi sono trasferita all’estero (e in che modo l’ho sopportata anche nelle esperienze fuori casa precedenti).

Ebbene, la prima cosa che mi viene da dire è che ci vuole una forza d’animo incredibile.

Ci vuole quando, mentre cammini assorta nei tuoi pensieri, qualcuno ti suona o fischia e avverti una sensazione di disagio.

Se sei in giro da sola ma hai l’impressione di essere seguita e non vedi l’ora di tornare a casa.

Quando non basta esserti creata una tua attività professionale, guadagnare quanto necessario per pagarti l’affitto del tuo monolocale e tutte le spese quotidiane per essere libera veramente.

Ecco, questa è l’altra faccia della medaglia di noi donne che viaggiamo da sole.

“Sono una nomade digitale e il mondo è il mio ufficio”, questo è il progetto di vita che porto avanti da circa 1 anno.

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Ma, per quanto noi nomadi digitali amiamo la nostra libertà e combattiamo le nostre paure ideando progetti creativi e rivoluzionari, il discorso si fa decisamente più complicato se a farlo è una donna.

Ho vissuto in tanti luoghi, conosciuto gente di altre culture, continuato imperterrita a cercare un posto nel mondo che potesse accogliermi per quella che sono e farmi sentire veramente libera.

E per libera intendo libera di girare in mutande dentro casa, libera dalle insicurezze e dalle paure, libera di poter camminare da sola in piena notte. Quello che ho capito è che non esiste posto nel mondo in cui noi donne non dobbiamo ancora difenderci.

Un mio amico imprenditore mi disse: “Sei contro il sistema, soffrirai tanto per questo. Si vive meglio adeguandosi”.

Mi sento ora di rispondergli che si, è vero, si soffre tanto. Ma le vette che si possono raggiungere sono decisamente più alte.

Cerco la passione in tutto quello che faccio e vedo. La trovo da me, in ogni fiore, in ogni onda del mare, in ogni bambino che sorride. Preferisco questo stile di vita che più mi rappresenta e che mi dà la spinta ogni giorno a combattere le mie paure.

Molte mie amiche e conoscenti, che si sono rese conto di provare le stesse cose e di essere arrivate alle mie stesse consapevolezze, mi hanno chiesto dove ho trovato il coraggio di crearmi un mio lavoro, di espatriare da sola, di andare controcorrente, di abbandonare una relazione non più soddisfacente.

Più che coraggio direi che è stato istinto di sopravvivenza. La domanda che mi sono ripetuta più volte prima di partire è: “cosa succede se non cambio, se resto ferma a guardare la mia vita andare verso una direzione che mi renderà infelice?”.

Sicuramente cerco sempre il giusto equilibrio tra istinto e precauzione in ogni decisione che prendo. Mi chiedo spesso, ultimamente, se un rischio così grande come quello connesso alle nostre vite può essere corso per ottenere questa fantomatica libertà.

Non so se quello che mi sono lasciata alle spalle verrà compensato da qualcosa di ancora più grande. So solo che il posto in cui ero prima di partire non era quello giusto per me.

L’istinto che mi guida, ogni volta che corro consapevolmente un rischio, è proprio questo: la convinzione di non voler tornare indietro e la consapevolezza di dover rischiare il tutto per tutto per capire cosa mi aspetta veramente, lì oltre tutte le mie paure.

Questo articolo lo dedico a tutte le ragazze/donne, amiche di una vita, altre conosciute lungo la strada.

A voi dedico i miei risultati, le mie sconfitte, le mie perplessità.

Vorrei tanto potervi stringere forte e che fossimo più vicine.

Ma questo è il prezzo più grande da pagare per essere una nomade digitale: lasciare un pezzo di cuore in ogni posto; avere talmente tanti ricordi da non riuscire a vivere il presente; lottare contro tutto e tutti ogni giorno, pur sempre sapendo che voi siete state, siete e sarete al mio fianco.

“I Walk Slowly, But I Never Walk Backward” – Abraham Lincoln

3 commenti
  1. Alessia-Belize
    Alessia-Belize dice:

    Mi rivedo molto in te! Anche io nomade digitale, ma in Belize! Mi piacerebbe sapere un po’ di più della tua esperienza!

    Rispondi
  2. Vanessa
    Vanessa dice:

    Bello il tuo articolo , mi è piaciuto tantissimo . La libertà…. anch io ne sto imparando un nuovo senso nella mia vita.
    Diversa dalla tua ma pur sempre una ricerca .

    Rispondi

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