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“Choose a job you love, and you will never have to work a day in your life.”

Naturalmente la realtà è ben più complessa e anche quello che amiamo non lo amiamo poi sempre.

Tuttavia questa massima mi è sempre stata di ispirazione nel corso degli anni per scremare i percorsi possibili, per capire quale fosse quello che sposasse al meglio le inclinazioni e le attitudini con il desiderio, da sempre presente, di valorizzare il mio tempo rendendolo significativo.

Alla programmazione ci sono quindi arrivata lentamente, non per caso né per opportunità.

È stata una scelta consapevole, meditata, a tratti anche sofferta, perché mi ha costretta a rimettere in discussione un percorso di vita già avviato e in parte consolidato.

Ma bisogna avere il coraggio di rivalutare, ristrutturare, cambiare.

Troppo spesso ci si accontenta di vivere percorsi preconfezionati, mai veramente scelti.

Ci si ritrova intrappolati in vite insoddisfacenti dove la rassegnazione diventa stagnante.

Trovare ciò che ci appassiona, tuttavia, non basta. Occorre iniziare, seguire e proseguire. La programmazione non è di quelle attività in grado di dare soddisfazione immediata.

La passione è condizione necessaria ma non sufficiente.

Richiede calma e testardaggine e un buon rapporto con se stessi.

Bisogna essere più inclini ad accettare il ruolo dell’allievo che quello del maestro.

Diventare programmatori a me pare un percorso che si trasforma anche in destinazione, fatto di ripartenze e nessun punto di arrivo.

Mi sembra significativa in tal senso una frase colta durante il mio periodo di stage in Scai Finance:

“Più che a imparare nuove tecnologie, un buon programmatore è colui che ha imparato come imparare.”

Ed è proprio in questa continua opportunità di crescita, sfida a migliorarsi, dinamicità che risiedono le ragioni della mia scelta.

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Prima…

Mi sono avvicinata a questo mondo da autodidatta, trovando una primissima formazione sui portali internet dedicati.

Affascinata dall’IoT[1] e supportata dal mio background in ingegneria meccanica, ho iniziato a interessarmi alle possibilità offerte dai microcontrollori open source al mondo della tecnologia indossabile e della domotica.

Al Fablab di Torino [2] ho partecipato a diversi workshops, dove ho imparato le basi della programmazione dei microcontrollori.

Lentamente il mio interesse è poi migrato sul software development. Ho iniziato così a realizzare delle semplici applicazioni Android in Java.

Intuendo sin da subito le potenzialità e la bellezza di questo percorso, ho colto in esso l’espressione di una creatività logica capace di stravolgere la percezione del tempo e affinare la sensibilità per i dettagli.

Programmare credo davvero che insegni a pensare.

Il corso

Ben presto, però, mi sono resa conto che, per trasformare questo promettente interesse in un lavoro, avrei dovuto affidarmi a un percorso di formazione strutturato, capace di dare organicità e supporto teorico alle mie conoscenze sparse.

Ho quindi fortemente cercato questa opportunità e, dopo averla inseguita all’estero nel Regno Unito, ho finito per trovarla in Italia a Torino.

Il percorso è stato lungo, un banco di prova importante ma pur sempre solo un inizio. Mi aspettavo di capire se quell’interesse si confermasse alla prova del tempo e delle difficoltà.

Lo ha fatto. Spero che questa convinzione si rinnovi negli anni.

Il corso è stato anche un’occasione per stabilire nuovi contatti, per stringere amicizie, per supportare e trovare supporto nella condivisione di un percorso comune, affascinante e complesso.

Ma di tutte le lezioni apprese, la più difficile e significativa è arrivata proprio in dirittura di arrivo con il progetto finale.

Non più un esercizio guidato, ma un progetto da implementare autonomamente.

“Non si impara a nuotare se non si accetta il rischio di mollare i supporti.”

Personalmente quest’ultima fase mi ha insegnato prima di tutto a dominare la tendenza iniziale al giudizio affrettato, a saper spalmare lo sforzo nel tempo, a spacchettare un problema complesso per analizzarne le singole parti.

Infine ho compreso che l’autoformazione e la ricerca autonoma alla soluzione sono elementi imprescindibili del percorso del programmatore.

Poi…

E dopo il corso, lo studio, dopo lo stage e gli sforzi, dopo una prima esperienza di lavoro a Torino, eccomi qui ad Oxford a raccontare di una scommessa vinta: il lavoro tanto inseguito nella cittadina di cui mi sono innamorata anni fa.

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Sì, perchè per me la vita non può essere solo lavoro ma rapporti, natura, cordialità. Oxford per me è soprattutto natura.

Il verde di questi luoghi mi incanta; il sole che si concede con pudore ti invita ad apprezzare i momenti di luce e a fermarti ogni qualvolta un raggio di sole colpisce la guglia di qualche chiesa o casa vittoriana.

E la natura… La natura la trovi ovunque tu voglia vederla: sui tetti, nel muschio che veste d’un mantello verde le case, nei prati umidi dei parchi in città, nell’humus delle foglie cadute che ricopre come un tappeto i marciapiedi.

Niente è asciutto: non lo è l’aria, non lo è l’erba, non lo sono i tuoi capelli dopo una passeggiata; non lo è il tessuto sociale né la gente che lo intesse…

Tutto è lubrificato da una cortesia che, ahimé, non riesco a trovare in Italia.

Ritornando alla mia esperienza, credo che essa insegni che, se non poniamo limiti alle nostre possibilità, se continuiamo ad aver fiducia nella vita, se non ci lasciamo schiacciare dal peso dei nostri anni, dalle convenzioni sociali e dai conformismi, qualsiasi cosa diventa possibile, qualsiasi progetto realizzabile.

Il successo avanza sempre all’ombra dei fallimenti.

Questa è forse la lezione più difficile da imparare ma anche la più preziosa. Mai aver paura di fallire. Se anche capitasse, se ne esce sempre arricchiti.

Il grande Goethe diceva:

“Whatever you can do, or dream you can do, begin it. Boldness has genius, power and magic in it. Begin it now.”

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Conclusioni

“Di tutto restano tre cose: la certezza che stiamo sempre iniziando, la certezza che abbiamo bisogno di continuare, la certezza che saremo interrotti prima di finire.”

Pertanto, dobbiamo fare dell’interruzione un nuovo cammino, della caduta un passo di danza, della paura una scala, del sogno un ponte, del bisogno un incontro.”

                                                                                                Alessandra Sorrentino

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