partireIl 31 agosto 2017 e’ stato il mio ultimo giorno in Iraq.

Come in ogni altro luogo in cui ho trascorso una parte importante della mia vita, questo giorno sarà per sempre impresso nella mia memoria.

Non sono le grandi cose, ma i piccoli gesti quelli che porto sempre con me, e che mi fanno compagnia quando la nostalgia prende il sopravvento.

Gesti d’amore, perché è all’amore, nelle sue forme più disparate, che tutta la mia vita si riconduce.

Dopo sei mesi ad Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno, la mia missione umanitaria era giunta al termine.

Di lì a poche ore avrei preso un volo per Amman, nuova duty station a cui l’organizzazione per cui lavoro mi ha assegnata.

Quell’ultima mattina, pur nella frettolosità degli eventi, è stata per me un susseguirsi di gesti d’amore, che sono l’essenza di tutto, il motivo per cui ho scelto questa vita un po’ atipica.

Vita che mi fa provare emozioni forti e in cui ogni sei mesi il mio cuore soffre un po’, ma che mi fa sentire viva.

Piccoli gesti, in quell’ultima mattina in Iraq, che mi hanno fatto capire che ancora una volta, seppur in poco tempo, ho costruito qualcosa e lasciato del buono dietro di me.

Non solo a livello lavorativo ma anche, e soprattutto, a livello personale.

Quella mattina mi sono svegliata presto, e sono andata a comprare il pane per la colazione con la mia amica per l’ultima volta.

Nella strada del panificio sono passata dal mio fruttivendolo dove per mesi ho comprato frutta e verdura.

Ciliegie e fichi per le merende in ufficio, pompelmi per la colazione, zucchine e cipolle per cucinare il risotto italiano per tutti, e molto altro.

E ogni volta il fruttivendolo, questo ragazzo giovane e dal volto buono, pesava i miei acquisti e sorridendomi aggiungeva una carota di qua, un’albicocca di là.

Io lo ringraziavo per questi pezzi extra che mi regalava gratuitamente.

Non abbiamo mai fatto grandi discorsi, il suo inglese e’ basilare, ma ho imparato in questi anni che la lingua non è sempre una barriera, perché quello che può unire due persone va oltre.

Così, quella mattina, anche se non dovevo comprare nulla, ho comunque salito le scale del negozio, e l’ho salutato.

Ho cercato di spiegargli che stavo per partire, che quello era il mio ultimo giorno l’, e gli ho stretto la mano.

Con l’aiuto di altri ragazzi nel negozio mi sono fatta capire e, ovviamente, mi ha chiesto quello che mi sono sentita chiedere troppe volte durante questi anni, ‘Tornerai?’.

E ancora una volta, ho tirato fuori la risposta più comoda, più facile, ‘Spero di si’. E salutandolo, ho voltato l’angolo.

Con il pane fresco, sono andata a fare colazione a casa della mia amica francese.

Nonostante io non abbia mai avuto difficoltà a stringere amicizie femminili, i mesi in Iraq sono stati particolarmente difficili da questo punto di vista, soprattutto all’inizio.

Finché è’ arrivata Mathilde, che avevo conosciuto al training sulla sicurezza a Parigi a marzo, prima di partire per la missione.

Nei mesi scorsi, lei c’e’ sempre stata. Tra serate in palestra a correre sincronizzate sul tapis roulant, passeggiate in montagna nei weekend, relax a bordo piscina, film, serie tv, e chiacchiere fino a tarda sera sulla nostra vita personale e le difficoltà di legarsi a una persona quando si sceglie una carriera come la nostra, lei mi ha accompagnato durante questi mesi tra gli alti e bassi che hanno caratterizzato il mio percorso in Iraq.

E cosi, quell’ultima mattina, mi sono commossa vedendo il tavolo della colazione che aveva preparato per me.

Di solito in queste occasioni dico ‘mi si e’ stretto il cuore’, ma in realtà credo sia piuttosto l’opposto.

In effetti tutto l’affetto che ho ricevuto in questi anni ha fatto diventare il mio cuore decisamente più grande.

Dopo la colazione, sono tornata a casa per finire di preparare le valigie.

I miei coinquilini, tre ragazzi inglesi che sono stati come fratelli per me, erano a lavoro, cosi mi sono goduta la nostra casa, la guesthouse numero 1, per l’ultima volta.

Quella mattina, ripulendo la cucina dopo la mia festa di arrivederci la sera prima, avevo tolto la tovaglia dal tavolo, piegata e messa in valigia.

La tovaglia a quadretti fatta dalla nonna e che mi aveva dato a luglio, quando sono tornata in Italia per le vacanze.

Per mesi e’ stata sul nostro tavolo, accompagnando aperitivi, cene e le partite a carte in quelle pigre sere di marzo.

Mi era sembrato naturale metterla in valigia e portarla con me nella mia prossima avventura.

Eppure, guardando quel tavolo ora vuoto, mi sono immaginata i miei adorati coinquilini la mattina successiva, a fare colazione con latte e cereali senza tovaglia.

E così, in un gesto spontaneo, ho tolto la tovaglia dalla valigia e l’ho stesa sul tavolo, pensando che quello era oramai il suo posto.

Certo, probabilmente da qui alla fine dell’anno in quella casa ci vivranno persone che non conosco e con cui non ho condiviso nulla.

Ma, per il momento, ci sono ancora loro, ed è giusto che la tovaglia stia li.

Mentre la stendevo, i miei occhi si sono riempiti di lacrime, pensando a questo gesto d’amore nei confronti di tre persone che fino a sei mesi prima erano degli estranei, ma che ora fanno parte della mia vita.

L’ultima tappa della mia mattina, la più difficile, e’ stato l’arrivederci ai colleghi e amici in ufficio.

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Gli arrivederci mi fanno sempre soffrire, e nonostante io abbia cambiato 7 città e 7 Paesi in 8 anni, non per questo fanno meno male.

So che molte delle persone a cui ho detto arrivederci non le vedrò più, ma non è questo quello che mi fa più male.

E’ la consapevolezza che la routine che ho costruito in un luogo e’ giunta al termine, che da domani quello che io chiamo casa cambierà di nuovo, che ci saranno nuovi volti, nuovi luoghi, nuove abitudini a scandire le mie giornate.

E si può avere uno spirito di adattamento grande, ma non significa che sia meno dura.

In ufficio, ho iniziato col salutare gli autisti.

Nel mio lavoro, e nella mia organizzazione, sono una parte molto importante e’ grazie a loro che ci possiamo spostare e portare aiuto alle popolazioni che serviamo.

Molti di loro sono persone che lavoravano per lo Stato, per esempio come insegnanti, ma che in seguito alla crisi economica e quando il governo ha smesso di pagare gli stipendi, sono stati costretti a trovare un altro lavoro.

In questi mesi, nei vari tragitti in macchina, ho avuto modo di conoscere meglio alcuni di loro, parlando della situazione in Iraq, e ascoltando i loro sogni e speranze.

Cosi, mi sembrava doveroso un arrivederci come si deve.

In vacanza in Turchia, la settimana prima di partire, ho comprato una confezione extra-large di Baclava, buonissimo dolce turco, per tutti loro.

Quella mattina, ho chiesto al responsabile logistica di accompagnarmi al piano di sotto, e dato che non tutti loro parlano inglese, di tradurre per me.

Volevo che sapessero il perché non mi avrebbero più vista ogni giorno, e volevo comunicargli la mia riconoscenza per il loro lavoro. Mentre parlavo e il mio collega traduceva, i loro volti si sono illuminati e alla fine mi hanno anche fatto un applauso, dicendomi che non mi dimenticheranno mai.

Più tardi, mentre uno di loro mi accompagnava all’aeroporto, mi ha detto che ogni mattina quando mi vedeva era felice, perché il mio sorriso illuminava il corridoio e perché non tutti si preoccupano di portare una torta in ufficio, o di fermarsi a scambiare due parole.

In quel momento, dentro di me sapevo di aver compiuto la mia missione, e che era giunto il momento per me di partire e fare del bene altrove.

Perché alla fine dei conti, e’ questo che mi motiva da anni.

Salutare tutti e stato difficile, e non sono riuscita a trattenere le lacrime.

So che vedere qualcuno piangere mette molte persone a disagio, e ho notato questo da parte dello staff locale; probabilmente perché la loro vita non e’ tutta rosa e fuori, e molti di loro hanno vissuto situazioni difficili, in cui sono stati costretti a lasciare le loro case, i loro affetti, il pianto non risolve certo le cose.

E ho notato che si sono stupiti e mi hanno chiesto cosa non andasse.

Purtroppo e’ difficile da spiegare, io mi lego facilmente alle persone e soprattutto alla vita che mi creo in ogni posto in cui vivo per un po’. E lasciare tutto questo e’ difficile, e lo sarà sempre.

Ora sono in Giordania, per una nuova missione..ma il resto lo racconterò la prossima volta!

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