Irlanda, Trust Women: sì o no?

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Credits: William Murphy/ Flickr

Nella mia vita ho cambiato idea tante volte.

Credo che la possibilità di cambiare idea sia uno dei diritti inalienabili dell’essere umano. Sono fiera di dire che, crescendo, la mia opinione su alcuni argomenti estremamente delicati abbia trovato nuove argomentazioni, nuovi punti di vista, diverse prospettive.

Uno di questi è stato proprio il dibattito sul diritto di aborto.

Non ho mai realmente pensato alla possibilità che una donna venisse costretta a portare avanti una gravidanza contro il suo volere. Ero giovane ed estremamente idealista. Per me esistevano il bianco e il nero, quindi consideravo l’aborto alla pari di un omicidio.

Sì, direi che con il senno di poi avrei potuto definirmi Pro-Life. Inattaccabile. La mia posizione si avvicinava tremendamente a quella riportata nell’8th emendamento Irlandese, che dichiara:

“The states acknowledges the right to life of the unborn and, with due regard to the equal right to life of the mother, guarantees in its laws to respect, and as far as practicable, by its laws to defend and vindicate that right.”

Una frase bella da leggere, lapidaria.

Dire di essere per la vita ad ogni costo mi faceva sentire nel giusto, pulita.

Ricordo che quando facevo questi discorsi frequentavo i primi anni di liceo. Crescendo e maturando, tuttavia, nel mio modo di considerare la vita sono apparse piano piano le sfumature di grigio.

Ho imparato che non esiste un bianco o un nero, un giusto o sbagliato, se non per pochissime eccezioni. 

Molti argomenti riguardanti la morale sono continuamente oggetto di discussione e rappresentano temi divisivi per definizione. Nell’epoca social della lotta al “buonismo”, molti assunti – un tempo dati per scontati – sono tornati oggetto di dibattito. Da dietro una tastiera, ovviamente.

L’Irlanda si presenta, ai miei occhi, come un paese profondamente diviso.

Nel corso delle ultime settimane, il centro di Dublino è stato oggetto di una graduale e silenziosa invasione di cartelli che inneggiano ad una delle due fazioni.

I cartelli si sono moltiplicati, raggiungendo un numero tale che, ad oggi, ogni palo, lampione o segnale stradale sembra la grottesca contraddizione di se stesso.

Giorno dopo giorno, si sono sovrapposte forme, colori, frasi, foto studiate per toccare il cuore dei passanti: Yes, No, Yes, No.

Nonostante io fossi per il “Sì”, nessuno di quegli slogan mi rappresenta appieno.

I ” No” giocano sulla compassione, mostrando foto di neonati, dati sulla gestazione, statistiche estere di numeri di neonati uccisi legalmente. In alcuni casi le frasi sono appositamente incomplete e fuorvianti, riportando verità parziali o trattate in maniera semplicistica, decontestualizzata. Uno tra questo: ” Se ti fa orrore l’aborto al sesto mese, vota NO”. Ho visto foto sorridenti di bambini con la sindrome di Down con sotto le percentuali di aborto in Inghilterra in seguito alla diagnosi.

Dal canto loro, il fronte degli “Yes”, non poteva competere con argomentazioni altrettanto d’impatto.

Parlavano di comprensione, di persone in crisi, di politicizzazione del corpo femminile, di fermare i “viaggi dell’Aborto” in Inghilterra. Tutti concetti troppo complessi per essere riassunti in uno slogan, men che meno in una foto.

Poi, però, ne ho trovato uno che mi ha colpito: Trust Woman, vote Yes.

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Credits: William Murphy/Flickr

Il tema dell’aborto può apparire semplice ad una prima analisi superficiale.

Può sembrare decidere tra la vita e la morte di un feto per motivi personali. Buoni contro Egoisti. Per quanto mi riguarda, la vera domanda diventa: “dobbiamo fidarci delle donne dando loro il diritto di scegliere oppure no?”

L’Irlanda vanta una delle leggi più restrittive d’Europa nei confronti dell’aborto.

Solo dal 2013, con il protection of Life During Pregnancy Act, l’aborto è stato dichiarato legale in caso di imminente e sostanziale rischio per la vita della gestante, inclusa la presenza certificata di tendenze suicide.

E’ importante sottolineare come questo non comprenda il diritto di abortire se si è vittima di stupro o se al feto viene diagnosticata una malformazione congenita fatale al di fuori del grembo materno.

Inutile dire che è impensabile in caso di semplice gravidanza indesiderata. A queste donne viene imposto di portare a termine la gravidanza contro il loro volere.

Per comprendere come in questo paese l’attenzione per la vita fetale sia stata descritta come “maniacale”, bisogna fare un passo indietro.

L’ottavo (8th) emendamento nacque in Irlanda nel 1982 sotto la spinta religiosa e politica di gruppi Pro-Life, in un momento storico in cui la Chiesa Cattolica veniva considerata autorità assoluta in campo di materie morali.

In questa Nazione l’aborto non è mai stato legale, tuttavia gli attivisti decisero di portarsi avanti in un momento storico in cui altri paesi, come l’Inghilterra, gli Stati Uniti e altri Paesi Europei, stavano gradualmente aprendosi al diritto di scelta.

Praticare l’aborto comportava il carcere o i lavori forzati a vita.

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Credits:William Murphy/Flickr

Le campagne di sensibilizzazione e la successiva vittoria con una maggioranza importante hanno portato con sé uno stigma sociale che, secondo le stime del 2014, costringe una media di 10 donne al giorno a viaggiare in segreto in Inghilterra per avere accesso alla procedura abortiva.

E’ impossibile, invece, stimare la quantità di aborti clandestini e somministrazione di pillole contraccettive di contrabbando che avvengono in patria, né il numero di donne che cerca assistenza in altri paesi europei.

Questi viaggi avvengono in segreto, vanno prenotati senza preavviso spendendo cifre importanti e spesso utilizzando falsi nomi e indirizzi. Non potendo chiedere ferie più lunghe senza destare sospetti in tempi così brevi, molte donne sono costrette a lasciare le cliniche in preda alla nausea e ai crampi per tornare alla loro vita il prima possibile ed evitare domande.

Tornate a casa, devono fingere che nulla sia accaduto, non solo in ambiente lavorativo ma spesso anche con i loro stessi familiari e persone più vicine. In caso di complicazioni sono costrette a mentire ai loro medici mettendo a rischio la loro stessa vita.

Ad oggi, in Irlanda, una donna o una ragazza che abortisce o si rende complice di pratiche abortive sul suolo Irlandese rischia una condanna e fino a 14 anni di carcere.

L’argomento è talmente spinoso e controverso che sarebbe impossibile da riassumere nella pagina di un blog.

Prima del 1992 veniva considerato illegale persino dispensare informazioni sull’aborto, quasi come se in questo modo smettesse di esistere nella mente delle persone. La storia racconta di come si siano succeduti, uno dopo l’altro, casi in cui si sia dovuto scegliere tra la vita della madre e quella del feto.

“The X case”, “Miss D”, “Miss Y” sono alcune tra le tante storie di donne che, dietro una lettera dell’alfabeto, hanno portato con la loro vita e il loro dolore il popolo irlandese a porsi delle domande sulle proprie posizioni morali e religiose.

Il loro sacrificio ha creato dei precedenti, li ha costretti a mettersi in discussione.

In Italia esiste il diritto di abortire per scelta prima del terzo mese, ma in molte cose non siamo così diversi.

Sebbene sia disponibile un migliore sistema di supporto psicologico, lo stigma esiste e viene vissuto sulla pelle di molte donne che entrano in ospedale e hanno a che fare con il personale medico. Dal punto di vista pratico, la percentuale di medici obbiettori di coscienza raggiunge in alcune zone ha percentuali talmente alte da rendere difficile pensare che sia effettivamente un diritto riconosciuto e non un peccato capitale.

Abortire rappresenta una scelta pesante e dolorosa per la stragrande maggioranza delle donne.

Esistono le eccezioni, ovviamente, ma presumere che questa scelta sia fatta per egoismo, con leggerezza, significa negare il diritto fondamentale di scegliere per il proprio corpo e per la propria vita.

Trovo assurdo pensare che obbligare le donne a portare avanti una gravidanza non voluta in una realtà carente di appoggio economico, lavorativo, sociale e istituzionale abbia qualcosa a che vedere con il rispetto della vita della dignità di un essere vivente.

Se un tempo ero Pro-Life, ora sono Pro-Choice.

Perché mi fido delle donne e delle loro lacrime.

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Credits: Leandro Hernandez Jimenez/Flickr

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