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Istanbul e il terrorismo

Non me ne andrò da Istanbul, non ho paura.

E poi come dice qualcuno “le cose brutte possono succedere ovunque, anche dietro casa“. Quando sono iniziati i fenomeni di terrorismo in Turchia, io stavo progettando di venire a vivere e a  lavorare qui.

Dopo l’attentato di Parigi ero sicura che ormai ogni posto fosse pericoloso, che una bomba potesse esplodere ovunque.

Mi arrabbiavo, e mi arrabbio ancora, con chi mi diceva “vorrei venire a trovarti, ma ora è pericoloso laggiù” Ma per favore. Non raccontiamoci balle.  Ogni luogo è pericoloso, inoltre  aggiungerei  che non siete venuti nemmeno quando la situazione era tranquilla, quindi non troviamo scuse o almeno non diciamo bugie.

C’è stato Istanbul a gennaio, poi Parigi, poi Ankara, Istanbul di nuovo una decina di giorni fa, a Taksim.

Mi ci sono abituata, è brutto a dirsi, può suonare strano, ma è davvero così.

Quando è scoppiata la bomba a Sultanahmet, il 12 gennaio, la mia famiglia era qui. Erano venuti qualche giorno a trovarmi, per la prima volta. Non mi sono impaurita, era già successo. E noi eravamo in un’altra zona in quel momento. Però devo ammettere che il fatto di avere vissuto un attentato mentre avevo persone a me care qui, mi ha fatto riflettere. Io non ho paura, ma io sono io.

Mia mamma in compenso si è tranquillizzata, trovandosi qui in qual momento, si è resa conto che Istanbul non è come la dipingono i telegiornali. E’ una città normale, che va avanti come sempre, senza coprifuochi. In televisione passano immagini false, fotomontaggi che vogliono farci percepire la situazione come terribile, che ingigantiscono le cose. Ho visto immagini dei campi di battaglia Siriani con sotto la didascalia ‘Istanbul 10 minuti fa‘. Ma come è possibile, mi domando.

Il 12 gennaio il mio ragazzo si trovava a Sultanahmet, quando è scoppiata la bomba. All’epoca non ci conoscevamo ancora. Ma mi ha raccontato come è stato. Era poco lontano, non si è fatto nulla, ma era stata una questione di secondi. E’ andato via bianco come un lenzuolo, sotto shock. Per due settimane non ha dormito, risentiva il suono dell’esplosione. Per tre  settimane non ha preso metro né tram e ovunque andasse si allontanava dai gruppi o controllava continuamente la gente con borse e borsoni, in modo quasi maniacale.istanbul-terrorismo

Poi  gli è passata e ora come tutti noi sta attento agli “allarme bomba” a cui ci siamo abituati. Magari non succede niente, ma se sentiamo che in quella zona c’è un allarme, semplicemente ci teniamo alla larga da lì. C’è un allarme quasi ogni giorno, qui o nel sud-est, da dove viene lui. Eppure non ci facciamo caso. Il primo che lo sente chiama l’altro e gli chiede “dove sei? Non andare  in quel tal posto oggi“.   Lui è curdo, nel caso qualcuno avesse pregiudizi.

I curdi, i turchi, hanno le stesse paure che abbiamo noi. A Taksim non hanno cercato di uccidere un gruppo di turisti, semplicemente  mettendo una bomba in mezzo alla via. Probabilmente ucciderai più musulmani che stranieri. Non è una questione di religione, non più.

Da dove organizzano attentati prendono informazioni su di te, uno a caso, sulla tua famiglia. Dopo di che ti prendono e ti dicono ‘farai scoppiare questa bomba in questo punto qui‘. Se non accetti prendono la tua famiglia e la uccidono. Sei costretto ad accettare. Nel momento in cui la bomba scoppia liberano la tua famiglia. Per evitare che dopo averlo fatto tu possa andare a dire chi ti ha incaricato di farlo, la bomba uccide anche te, scoppia un paio di secondi dopo che la posi. La famiglia, imprigionata, viene liberata, ma resta comunque bendata per tutta la durata della trattativa, per impedire che riconosca il luogo e lo riferisca. Chi organizza queste cose sa cosa fa.

I turchi, nel momento in cui succede qualcosa qui, soffrono come noi, piangono come noi, si chiedono perché come noi, chiamano amici e parenti per sapere se stanno bene, proprio come facciamo noi. Si riuniscono, ne parlano, sono sotto shock. Non sono diversi da noi.

Circa tre  settimane fa ho fatto un sogno. Ero in metro e nel mio vagone, a circa due sedili dal mio, scoppiava una bomba. Sentivo il caldo dell’esplosione e i frammenti che mi colpivano. Poi mi sono svegliata. Continuo a prendere metro e tram, continuo a passare per Sultanahmet e Taksim. Può succedere ovunque. Qui, Parigi, Berlino, Roma. Questo mondo ormai non offre più ripari sicuri, in nessun luogo.

Eppure continuo a non avere pauta. Continuerò a stare qui, a girare, a viaggiare per la Turchia, a vedermi con i miei amici, a lavorare in un turismo che sta diventando sempre più difficile proprio a causa del terrorismo.

Continuerò a vivere nella realtà dei miei giorni, che mi piaccia oppure no.

Galata view

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