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Da poco più di una settimana sono rientrata dall’Italia.

Non so perché ma ancora adesso, a distanza di tempo, ogni volta che ritorno a New York dall’Italia mi sento un po’ triste e spaesata.

A volte questo stato d’animo  può durare solo una notte e mi  risveglio il mattino seguente senza più nemmeno ricordare quello che ho fatto nel mio paese d’origine e anche  il fuso orario sparisce lasciando solamente un’ombra appannata. Altre volte invece  il fardello può prolungarsi ben oltre un lasso di tempo sopportabile, generandomi ansia e instabilità. In questo secondo caso il fuso orario non e’ solo un fattore temporale, le sei ore effettive di differenza con l’Italia diventano sei ore moltiplicate all’infinito, sei ore all’ennesima potenza e,  alla fine,  non seguono più né  una  logica calcolatrice, né  uno schema preordinato.

Il jet lag si  trasforma meschinamente in  distanza  non solo temporale  e spaziale ma, soprattutto, diventa distanza emotiva, affettiva , mentale:  carnale persino. Posso sentirla chiaramente  nell’aria questa distanza, si sposta con me, mi insegue, mi prende in giro, un po’ mi spaventa.

Tuttavia ciò non implica  una connotazione di solo carattere negativo, tutt’altro.

I miei spostamenti zingari, i miei andare avanti e indietro, i miei lasciare, tornare, partire, arrivare, ripartire, i miei moto a luogo , stato in luogo e moto da luogo non sono solo riferimenti puramente geografici o grammaticali, con il senno di poi essi si rivelano   utili perché mi  insegnano continuamente  ad essere più forte, a riconoscere i momenti down in tempo , ad accettarli attivamente, ad esorcizzarli, a sfruttarli a mio beneficio.

Ho imparato cosi’ a trasformare la mia ansia da ritorno in un’occasione per stare alla larga da ogni superficialità, per analizzare ogni centimetro di me stessa, per riflettere, per  meditare e per ripartire: già, per ripartire stando ferma e immobile nello stesso posto. Per cominciare metaforicamente un nuovo viaggio di stampo introspettivo.

Rientrando dall’Italia  io penso,  medito,  divento una persona più profonda e meno materialista.

La confusione che mi assale ad ogni mio rientro diventa un valido pretesto per approfondire la conoscenza dei miei bisogni, delle mie aspettative, delle mie competenze, dei miei limiti, delle mie sopportazioni, della mia libertà, della mia ricerca di  quel  “qualche cosa” che mi manca.

Mi faccio più  meticolosa, filosofica, puntigliosa persino.

Una volta terminato  questo momento introspettivo mi immergo di nuovo e senza limite alcuno nel chiassoso, colorato, goliardico, affollato, dinamico, veloce e innovativo  clima della city, e posso diventare di una frivolezza e di una superficialità che rasentano il ridicolo, contraddicendo in un colpo solo le mie divagazioni intellettuali introspettive precedenti.

Come sta succedendo adesso.

Sono di nuovo a New York.

Coi miei stiletto color prugna. Il mio make-up impeccabile. Le sopracciglia perfettamente disegnate. Il mio profumo preferito sparso qua e la’ a regola d’arte. Il mio vestitino vintage di Pucci comprato ad un mercatino dell’usato nel Village. Le miei parigine di lana pesante lasciate scivolare voluttuosamente poco sopra il ginocchio. Il mio cappottino a tre quarti dagli enormi bottoni di bronzo. Un nastro di  raso indossato come un cerchietto sui capelli lisci e brillanti. Lo smalto perlato sulle dita delle mani. La morbida pochette tinta cammello che sfoggio elegantemente stringendone un angolo fra il pollice e l’indice. L’enorme anello a forma di fiore. La collana di perle che mi arriva all’ombelico.

Questa sera non voglio pensare ad altro.

  • Voglio  mangiare sushi seduta in un localino carino .
  • Voglio bere fino a dimenticarmi di avere due gambe.
  • Voglio flirtare con il dj del momento.
  • Voglio sentire i piedi che mi fanno male.
  • Voglio alzare il mio braccio a fine serata per chiamare un taxi che mi riporti al mio ovile.
  • Voglio sentirmi libera.

A NY City  ho assaporato per la prima volta il gusto della libertà .

Libera.

Libera di vestirmi come mi aggrada.

  • Libera di mangiare quando voglio, quello che voglio.
  • Libera di dormire fino al tramonto del giorno dopo.
  • Libera di sedermi da sola ad un bancone di un bar della zona.
  • Libera di ridere a crepapelle alle  battute stupide di qualche sconosciuto. Stupido.
  • Libera di flirtare e di provarci con qualcuno che e’ ben al disopra della mia portata.
  • Libera di accettare la corte di qualcuno che e’ ben al disotto della mia portata.
  • Libera di cambiare idea e di essere incoerente.
  • Libera di spostarmi da Brooklyn al Bronx e dal Bronx all’Upper East Side, vestita allo stesso modo. Persino con gli stessi accessori.
  • Libera di ritoccarmi il trucco in metropolitana.
  • Di parlare con lo spazzino di fronte all’ingresso del mio ufficio.
  • Di ascoltare il mio i-pod quando cammino per andare a lavorare.
  • Di fare l’amore con uno sconosciuto quando ne ho voglia.

Libera.

Sempre.

Come adesso. Inizio serata. Lungo le vie e le streets e le avenues di questa città meravigliosa.

Una città da amare o da odiare. Non ci sono vie di mezzo.

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Racconto facente parte di una collezione di storie autobiografiche newyorchesi dal titolo Diario di un filo di perle scritte dall’autrice Alessandra G. e concesse per la pubblicazione sul web a “Donne che Emigrano all’Estero”

3 commenti
  1. Monica
    Monica dice:

    Condivido molte cose e sensazioni di cio’ che provi, non sono lontanissima dal ITalia, ma anchiio vivo fuori e so cosa intendi per ansia da ritorno, per sentirsi a proprio agio o disagio.
    Ma hai un libro dove poter leggere altre cose tue?
    Inoltre mi servirebbero info su New York, visto che mi piacerebbe esplorarla.
    Ti posso lasciare la mia mail?
    Grazie Mille

    Rispondi

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