corona-fioriLa sera del solstizio d’estate è diventata buia.

Nel salone, il faretto illumina il camino. Il contorno delle due piante poggiate sopra sembra un albero di natale acceso, a guardarlo con la coda dell’occhio.

La sera del solstizio d’estate fa freddo. La respiro, quell’aria, che non si scalda a contatto con gli insoliti 30 gradi olandesi.

È qui, è ora che odio le distanze e provo una grande rabbia.

Odio essermene andata.

Odio dover dare corpo a quelle che dovrebbero restare solo paure da espatriata.

Odio stare qui, oggi. Non sono dove sento che dovrei essere, in Italia, a Roma.

La sera del solstizio d’estate ci ritroviamo da sole, io e mia figlia, e devo dirle che il nonno paterno non c’è più.

Devo dirle che sono passate poche manciate di ore dall’ambulanza della mattina alle cinque della sera.

Devo dirglielo alla vigilia della settimana degli esami di fine anno, i suoi primi in questa terra straniera, nonché il motivo che ci impedirà di partire.

Vorrei aver optato per un posto di confine, per un luogo meno costoso.

Siamo da sole, io e mia figlia, e devo dirle che gennaio è stata l’ultima volta che ha visto il nonno.

Mia figlia si intristisce, poi si ammutolisce. Si chiude.

Io continuo a odiare di essere qui.

Ma poi, se il “qui” non fosse qui, sarebbe uguale anche altrove. “Altrove” sono le terre che tanto ci accolgono e tanto vorremmo non aver mai scelto, quando sappiamo che il posto giusto è quello accanto a certi affetti e non corrisponde a dove ci troviamo, perché mi dite, altrimenti, a cosa serve il viaggio della vita?

Io e mio suocero siamo stati in ottimi rapporti prima, pessimi dopo, ricuciti poi. Ricuciti per tenerezza, perché il tempo passava, perché un vecchio che si fa sempre più piccolo e ricurvo e prova a sorriderti e parlare, e cucina per te, è un amico, non un avversario.

Quando lo salutai prima di partire, un anno fa, mi disse: “Amsterdam è bella. Ci sono stato tre giorni, per lavoro. Abbiamo visto e fatto un saaaaaaaacco di cose. Ma a me non piace”.

”Perché no?”, gli chiesi.

“Boh, non so, sarò stato sfigato io. È che pioveva. È piovuto sempre. Però guarda, lì sul mobile: ho comprato le casette in ceramica per ricordo. In bocca al lupo, allora, ci vediamo la prossima volta che torni, così mi racconti come va”.

Invece, è partito lui.

amsterdam

Ci sono molte paure da affrontare, in un trasferimento.

Io le chiamo le paure del “ce la farò”, con il punto interrogativo in fondo, “ce la farò?”. Ce la farò con i soldi che ho messo da parte. Ne guadagnerò abbastanza per mantenermi dignitosamente. Come funzioneranno le tasse in un altro paese. Mi farò delle amicizie. Imparerò la lingua, riuscirò a farmi capire. Mi verranno a fare visita dall’Italia. Sarà facile trovare un lavoro. Sentirò la mancanza di qualcuno. Resterò sola. Resteremo insieme. E se non funziona dove vado, dove andrò, in terra straniera.

Facciamo i conti con la parte materiale di noi e della nostra vita. Ne facciamo una scala di successo, un metro per noi stessi. Di tanto in tanto, anche una questione di non voler fallire.

Poi compiamo il salto e ci rendiamo conto di avere solo due scelte: piagnucolare e non adattarci, rimboccarci le maniche e adattarci.

Man mano, quelle paure le accantoniamo… perché non abbiamo il lusso di fermarci a pensarle.

E se poi abbiamo figli? Il peso diventa doppio. La responsabilità ci schiaccia.

E se poi l’altro genitore resta in patria?

I pensieri sopra elencati io credo di averli attraversati tutti da quando sono partita e alcuni li sto ancora attraversando, soprattutto l’ultimo a volte mi crea un marcato disagio interiore. Ma ce n’è uno, uno solo, che ci rifiutiamo sempre di mettere in elenco e che quando fa capolino ributtiamo nel cantuccio, possibilmente seppellito da un buon goccio di bourbon.

Quel pensiero, per noi, oggi è arrivato.

Oggi, la sera del solstizio d’estate doveva essere la più luminosa e invece è stata spenta.

Ho moltissimi ricordi di Enrico, che custodirò stretti stretti nella memoria. Ma su questo foglio, lo voglio pensare e ve lo voglio raccontare nel giorno del mio matrimonio.

Era un giovedì dell’estate di fine millennio. Ricordo che, usciti dalla chiesa, attraversammo la strada perché io volevo andare al bar a festeggiare con qualche amico. Uno di loro mi sollevò il vestito mentre attraversavo via Nomentana, per non farmelo sporcare.

Passarono alcune macchine gridando i loro auguri. Con quell’aperitivo, facemmo tardi al nostro ricevimento e arrivammo dopo gli antipasti; ci dissero che erano buonissimi e che c’era un basilico in frittura che era la fine del mondo. Avevo l’abito pieno di aghi di pino in ogni trama del tulle, sembrava che avessi pulito un’intera pineta. I nostri genitori lo avrebbero voluto vedere immacolato, io lo volevo così: un po’ sgualcito, pieno di banali inconvenienti, simbolo di una vita non impagliata ma votata al ‘take it easy’.

Ballammo su note di musica jazz e tagliammo una torta con un’orribile statuina degli sposi che io non volevo e che invece ci avevano rifilato a nostra insaputa. I nostri genitori erano seduti al tavolo che si chiamava “Mamas & Papas”.

Fu Enrico a pagarci il viaggio di nozze, e fu mio padre la prima persona che chiamammo una volta atterrati. Nessuno dei due c’è più, oggi.

Al ritorno in Italia, andammo a prendere l’album di foto.

Ecco, io oggi dall’Olanda, nella giornata più lucente dell’anno, tendo una lunga mano a mio marito, ex ma ancora l’unico con cui mi sia sposata, mentre bacio sulla fronte nostra figlia che dorme al piano superiore e vorrei che ci fosse il teletrasporto, per riguardare insieme una foto di quell’album: quella di suo padre in chiesa, l’unica persona al mondo con gli occhiali da sole durante una funzione religiosa.

Sembrava uscito da Man in Black.

Era solo un Enrico commosso che non voleva farsi vedere mentre piangeva.

 

“Se in paradiso non posso bere bourbon e fumare sigari, non ci voglio andare.”

Mark Twain.

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