La sposa italiana

È ormai noto che senza un visto non è possibile entrare negli Stati Uniti; quello più comune, e anche il più semplice da ottenere, è l’ESTA, ovvero un permesso di soggiorno turistico che concede una permanenza di massimo 90 giorni. Tutti gli altri visti, che qui chiamano visas, vengono rilasciati a seconda dello scopo per il quale si intende trasferirsi -sempre temporaneamente- negli States.
agnese visa approved
Io sono qui con un H4, anche detto “visto sposa”, ottenuto conseguentemente all’H1B di mio marito, ovvero un visto lavorativo di tre anni. Prima di partire mi sono informata molto sulle possibilità lavorative nel mio campo, e sono stata molto felice quando ho scoperto che, grazie ad una legge passata a Maggio 2015, i possessori di H4 avrebbero potuto lavorare, possibilità che che prima non era ammessa. Così, una volta arrivata a New York, anche detta “la terra delle opportunità” mi sono subito attivata per cercare una chance di lavoro nel campo dell’editoria.

A pochi giorni dal nostro arrivo siamo andati all’ufficio centrale per iscriverci come residenti e avere un Social Security Number (un codice numerico che identifica la posizione fiscale), e lì la triste scoperta: l’impiegata mi ha gentilmente spiegato che, secondo quella legge del Maggio 2015, io sarei abilitata a lavorare solo se facessi richiesta di Green Card (quindi di un visto permanente) e successivamente pagassi una tassa di $380.

La burocrazia italiana è strana e complicata, ma anche quella americana non scherza!

Scoprire che la mia istruzione e il mio valore professionale è subordinato ad una tassa non è stato piacevole, e non lo è stato neanche vedermi negata l’apertura di un conto in banca, o la possibilità di avere una carta di credito, di prendere una casa in affitto, di fare una internship e persino di avere un abbonamento telefonico.


poster-316690_1280Senza contare il fatto che non poter lavorare comporta un disagio non solo evidentemente economico, ma anche psicologico. Ho passato giorni molto tristi, mi sono sentita inutile, ho pensato di aver fatto una scelta di vita sbagliata, mi sono sentita come le donne degli anni ’60, quelle casalinghe americane rinchiuse nella gabbia dorata di cui parlava Betty Friedan nel suo saggio femminista; poi ho preso una decisione, ho capito che dipendeva solo da me non lasciare che questi giorni d’attesa passassero come una perdita di tempo e li ho trasformati in una possibilità da dare a me stessa dedicandomi a quello che più mi piace, in attesa di potermi fare strada nel mondo del lavoro.

Vivere qui è senz’altro un’esperienza che cambia la vita, ma se partite come “spose italiane”, armatevi di pazienza e ricordatevi sempre chi siete e quanto valete!

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