Lascia che ti racconti una favola.

Il ragionier Bianchi, ogni sera alle 9 in punto, raccontava favole al telefono alla figlia che non riusciva a dormire. Le storie erano toccanti e commoventi. E, grazie alla magistrale penna di Gianni Rodari, siamo entrati in  palazzi di gelato, abbiamo camminato in strade che non portano in nessun posto e cercato di misurare il peso delle lacrime.

Io non sono una ragioniera, non sono in giro per l’Italia ma vivo a Minneapolis. Ma come il signor Bianchi, ogni sera telefono a mio padre per raccontargli una  storia. Altrimenti non riesco a dormire.

Di solito l’ultima telefonata è attorno alle 11 di sera ora italiana, per me le 4 del pomeriggio.

È il momento in cui sono sicura che mio papà è tranquillo, magari sta facendo le parole crociate o sta seguendo qualche film alla tv.

Non ci sono centraliniste, ma cavi infiniti di connessione rete.

Le mie storie sono il riassunto di una giornata che inizia quando dico “Buonanotte papà”, sono frammenti di avvenimenti che costellano la mia vita qui.

In una telefonata, via skype, se va bene, o su messenger, dipingo un mosaico di emozioni e sensazioni sempre diverse.

Mio papà, il professor Luciano Disconzi, ascolta paziente, non mi interrompe mai perché sa che ho bisogno di parlare, sa che ho bisogno di confrontarmi con chi mi conosce da sempre e a fondo. A mio papà racconto i progressi del nostro adorato Lorenzo, i piccoli ma grandi cambiamenti di ogni giorno, le impercettibili sfumature del suo diventare grande.

Racconto quanti cucchiaini di zuppa o di frutta ha mangiato,  del nuovo libro che ho comprato a Lorenzo o dei nuovi suoni che sta imparando a pronunciare.

Queste ” favole al telefono” ci aiutano a farci sentire più vicini, come se non ci fossero 7000 km a separarci ma solo alcuni metri.

Qualche volta accendo il video di messenger, e le immagini in movimento  proiettano una parte del mondo che mi circonda e che lui ha potuto vedere con i suoi occhi.

Sì, perché mio papà è stato qui nel Minnesota lo scorso Natale.

Ancora mi ricordo quando, uscito dal gate, indossava un colbacco stile russo!

Per mio papà ho organizzato un workshop di grammatica ad una settimana dalla nascita di Lorenzo.

Volevo a tutti i costi che lui assistesse ad una mia lezione di italiano, volevo che fosse veramente fiero di me. E per la prima volta dopo due ore di verbi e articoli, non aveva parole. Lui che ha sempre la battuta pronta non sapeva che dire tanta era l’emozione. E Lorenzo è stato bravo, ha aspettato il momento giusto per nascere, ha scelto il suo giorno, il 24 dicembre. E mio padre era lì.

Federico ha mandato un messaggio ai miei genitori in sala d’aspetto e dopo dieci minuti sono venuti da me.

Mio papà si è commosso nuovamente, non poteva crederci che era tutto vero.

Lorenzo era lì, appena venuto al mondo ed eravamo a Minneapolis. Incredibile.

Da quella notte sono passati sette mesi e nel frattempo siamo stati in Italia per le vacanze.

A mio papà ho raccontato milioni di “favole” , qualcuna già la sapeva, ma ogni volta si sorprendeva e si stupiva. Il suo commento sempre perfetto e saggio.

Tornata in U.S.A., ho ripreso i miei racconti telefonici con papà e qualche volta, se il tempo non basta, scrivo le e-mail, chiedendo consigli o inviando pdf di progetti lavorativi, perché prima ho bisogno del suo parere.

Ora io e mio marito siamo genitori di un bambino meraviglioso che ha cambiato le nostre vite.

Mi auguro di poter essere una brava mamma come lo è stata la mia per me, ma sopratutto auguro a Federico di poter essere un ottimo padre come lo è stato il professor Luciano Disconzi per me.

Perché quello che sono io adesso lo devo soprattutto a lui che mi ha sempre incoraggiata e sostenuta.

Ha sempre creduto in me, aiutandomi  a realizzare i miei sogni anche quando sembravano impossibili.

Vorrei poter essere in grado di ricambiare tutto questo amore infinito in qualche modo, un’impresa difficile, titanica.

E allora penso che l’unico modo sia raccontando a mio papà le mie favole al telefono.

Così siamo sempre uniti e siamo sempre in ascolto. E lui magari, come le centraliniste, si commuove un po’.

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