Il lato oscuro della tolleranzabandiera-inglese

L’Inghilterra, una delle quattro nazioni che formano il Regno Unito, è un paese tollerante.

Londra, in particolare, è una città multietnica e multirazziale, dove la popolazione autoctona e quella straniera convivono in modo abbastanza pacifico.

Diversa è la storia in alcune piccole città, soprattutto al nord, ancora fortemente White British.

E’ stato il voto in queste città che ha portato alla decisione di lasciare l’Unione Europea al referendum del 2016, ovvero Brexit. Questa decisione ha colto tutti di sorpresa, in primis il governo di Cameron, che ha dato le dimissioni, seguito da chi aveva votato per restare e chi, straniero come me, è da lungo tempo residente in questo paese.

Nei mesi successivi al referendum ci sono stati diversi episodi di violenza nei confronti degli stranieri, soprattutto polacchi, accusati di aver tolto lavoro agli inglesi. Ed anche io, perfettamente integrata nella mia adorata Londra, mi sono sentita, per la prima volta, una straniera.

La situazione è rientrata dopo qualche mese. Chi ha votato per uscire dalla comunità si rende conto di non aver bene capito le implicazioni ma, ormai, in pieno rispetto della volontà del popolo, il governo sta procedendo con l’uscita.

Cosa ė successo alla tolleranza? Esiste veramente?

Il motivo del voto è stato principalmente economico.

L’apertura dell’Europa alle nazioni dell’Est, in particolare Polonia e Romania, ha visto un grosso flusso migratorio da questi paesi. I polacchi, in particolare, sono molto presenti, soprattutto nel settore edilizio. Disposti a lavorare a prezzi inferiori e, soprattutto, capaci, spesso, di lavorare meglio, hanno colpito in modo involontario una grossa fetta della forza lavoro. Questo è anche il motivo per cui l’astio è stato particolarmente aspro nei loro confronti.

mani-insieme

Oltre a Brexit, esiste un fenomeno che ha dimensioni più vaste e preoccupanti: l’eccessiva tolleranza da parte delle forze dell’ordine nei confronti di alcune minoranze etniche. Esposte alle critiche pluriennali di razzismo, con i membri quasi esclusivamente White British, hanno talmente il timore di esserne tacciate che, spesso, chiudono un occhio quando non dovrebbero.

Due casi venuti recentemente alla luce ne sono la dimostrazione. Entrambe hanno visto un gran numero di ragazzine bianche, provenienti da situazioni familiari disagiate, subire abusi e sevizie per le mani di un alto numero di uomini inglesi di origine pachistana.

Il primo caso fu a Rotherham, una città nel nord dell’Inghilterra, nella contea del South Yorkshire.

Nel 2010, cinque uomini inglesi di origine pachistana vennero condannati per abusi, iniziati nel 1990, nei confronti di ragazze bianche tra i 12 e i 16 anni. Fu grande scandalo. Alcune delle ragazzine, quasi tutte provenienti da famiglie in difficoltà o presso famiglie/istituti di accoglienza, avevano denunciato le violenze sia ai servizi sociali sia alla polizia. Emerse che la polizia non prese sul serio le denunce e non intervenne per paura di essere accusata di razzismo. Da allora, secondo un giornalista, gli abusi nelle città continuano ad essere presenti.

Il più recente ė il caso di Telford, una cittadina all’interno dell’Inghilterra, nella contea dello Shropshire. Qui, addirittura dagli anni ‘80, circa mille giovani di entrambi i sessi sono stati oggetto di abusi sessuali da parte di uomini di origine asiatica. Le vittime più piccole avevano undici anni; tanti, troppi, sono stati obbligati a prostituirsi. In questo caso, ci sono stati anche tre omicidi e due decessi. Ed anche questa volta la polizia non è intervenuta per tempo per non essere tacciata di razzismo.

Nella storia più recente del terrorismo legato all’Isis, è emerso che i perpetratori erano inglesi di seconda generazione, figli di immigrati.

Tristemente famosi sono i quattro responsabili dei rapimenti e dell’uccisione barbarica, tramite sgozzamento, di occidentali in Siria. Altrettanto tristemente famosi sono i responsabili degli attentati a Manchester ed a Londra. Figli di immmigrati venuti nel paese alla ricerca di un futuro migliore, sono cresciuti sentendosi ai margini della società, senza senso di appartenenza e, pertanto, facili prede dei seminatori di odio.

Come straniera da venti anni felicemente residente a Londra, ho toccato con mano quanto poco inclusiva sia la società inglese.

Mi spiego meglio: se vuoi integrarti sei ben accolto, permettetemi la generalizzazione, e, se non vuoi, sei libero di non farlo.

Questo crea delle isole, anche all’interno della stessa città. Il mio medico della mutua di qualche anno fa, in una zona, allora, con una forte presenza turca, aveva un’interprete fissa. Ho visto più volte mamme dover chiedere aiuto ai figli per potere comunicare con la receptionist. Mamme che, dopo anni, non parlavano ancora la lingua.

Gli stranieri che non sanno esprimersi in inglese sono ancora tantissimi, di ogni nazionalità.

Io vado da una parrucchiera brasiliana dove due persone che lavorano per lei parlano pochissimo la lingua locale. Non ne sentono il bisogno: la loro clientela è prevalentemente brasiliana, esistono negozi di brasiliani ed al supermercato non serve comunicare. Senza tenere conto che, soprattutto negli studi medici e negli uffici governativi, le informazioni generiche sono date in una miriade di lingue, e viene sempre offerto l’impiego di un interprete.

Tutto ciò dimostra la tolleranza, basata sul proverbio live and let live.

Quello che, a mio parere, crea è una società frammentata, senza un senso di appartenenza, nella quale esistono tanti micro-cosmi a sé stanti.

L’imposizione dell’inglese come unica lingua ufficiale, eliminando quindi le dispendiose traduzioni in venti lingue o più e l’offerta di interpreti, potrebbe essere un primo passo.

Ma un’imposizione è contraria alla tolleranza, e probabilmente non l’avremo mai.

10 commenti
  1. Alessandra
    Alessandra dice:

    Ho seguito con attenzione gli scandali da te riportati e mi fa molto, ma davvero molto piacere che tu abbia sollevato la questione dell’eccessiva tolleranza. Londra è ormai una delle città più pericolose d’Europa, tant’è che è stata recentemente paragonata a New York, nota per il suo vertiginoso tasso di criminalità. Ecco a cosa porta un multiculturalismo folle, imposto dall’alto e, soprattutto, non regolato dalle autorità. Ma se la pensi così, sei automaticamente classificato come un bigotto, razzista, islamofobo, fascista e nazista. Intanto su Internet i kit antistupro e le cinture di castità stanno spopolando tra le donne europee, sempre più impaurite.

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    • Elena Londra UK
      Elena Londra UK dice:

      Ciao Alessandra,

      Grazie. A mio giudizio ci deve essere una entità comune, cominciando dalla lingua. Il multiculturalismo ha i suoi lati positivi ma ci deve essere qualcosa in comune. Io ho fatto uno sforzo per integrarmi e ci sono riuscita; tante, troppe persone non lo fanno.
      “Imporre” la conoscenza della lingua e della cultura sarebbe un primo passo.

      Ciao, Elena – Londra

      Rispondi
    • Isabella
      Isabella dice:

      Io penso che nessuno imponga il multiculturalismo, ma che nasca da sé come naturale conseguenza della globalizzazione.
      Lo straniero -così come il cittadino – deve rispettare le leggi. Poi se queste non vengono applicate (vedi l’Italia con il suo spaventoso tasso di violenza sulle donne) è per colpa di gente incapace che sta al vertice della gerarchia. Sono d’accordo che debba essere “imposto” l’inglese cone lingua comune, perché la vera integrazione passa proprio dalla capacità di comunicare.

      Rispondi
      • Elena Londra UK
        Elena Londra UK dice:

        Isabella, e’ vero, il mondo e’ sempre più globale. Ma chi si sposta dovrebbe, oltre ad imparare la lingua del posto, anche accettare la società e cultura del paese che lo accolge, cosa che nemmeno alcuni europei fanno qui a Londra!
        Ciao, Elena – Londra

        Rispondi
  2. camilla corvino
    camilla corvino dice:

    Ciao, integrarsi richiede una buona conoscenza della lingua e della cultura. Sentirsi parte del territorio non e’ sempre scontato anche se imposto. Conoscere la lingua e’ solo una parte del complicato puzzle dell’integrazione. Avendo vissuto nel nord dell’ Inghilterra e con un buon livello di Inglese non ho potuto non notare l’astio verso gli expatriate…infatti non mi sorprese,a suo tempo il risultato della Brexit.

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  3. Elisa
    Elisa dice:

    Molti interessante
    Io vivo in America da 20 e il loro concetto del melting pot ha pertanto allo stesso fenomeno dove si creano tutti questi di nazionalità diverse che si rinchiudono su se stessi
    Io poi pensavo che il razzismo sarebbe finito ma trovo che le società moderne lo nutrono e esasperano
    Elisa

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  4. laura
    laura dice:

    Elena spero di leggere ancora del Brexit e post-Brexit da te. Molto interessante sapere come le cose cambiano da una che ci vive piuttosto che attraverso i media, spesso troppo di parte. Per quanto riguarda la lingua non mi stupisco. Sono stata diversi anni in Belgio dove in ospedale e` quasi impossibile esercitare se non si parla, oltre al francese e al fiammingo, anche l`arabo. Non la vedo questa, una cosa negativa. Ma se alla base si rendessero possibili corsi di lingua locale per immigrati, come gia` avviene in molti altri paesi europei, non ci sarebbe bisogno dell`arabo fluente negli ospedali pubblici e forse si riusirebbe a integrarsi veramente invece che vivere nella propria comunita` coi propri parrucchieri e i propri supermercati. Io da italiana ho investito soldi e tempo libero per l`apprendimento del francese. Non mi aspetto che il belga mi risponda in italiano, anche se capita davvero!

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    • Elena Londra UK
      Elena Londra UK dice:

      Laura,

      Grazie, lo farò. Secondo me una nazione dovrebbe avere una sua lingua madre, conosciuta e parlata da tutti coloro che vi abitano. Poi, se gruppi di stranieri preferiscono comunicare tra loro nella lingua madre, va bene, purché siano in grado di farlo anche in quella autoctona.
      A presto.

      Ciao, Elena

      Rispondi

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