Lavorare in Germania e nuove prospettive

hotel-reception

Sono in Germania da quattro anni e ci lavoro da tre.

Mi sono laureata in Mediazione linguistica e culturale a Milano nel 2013, dopo un percorso non più lungo ma più difficoltoso del previsto, avendo iniziato con un anno disastroso in università a Bergamo.

Uscita dalle superiori il mio tedesco era fantasmagorico (si dice ancora?). Essendo le classi in università circa 4-5 volte più grandi del liceo, la mia bella parlantina teutonica mi ha lentamente abbandonato e sono finita, dopo tre anni, a sapere a malapena presentarmi e dire cosa mi piace e non mi piace. In compenso avrei potuto ripetere manuali interi di linguistica e fonetica.

Sono atterrata a Dusseldorf a Maggio del 2014, che capivo circa il 40% di quello che mi si diceva.

Ricordo mio padre che mi disse “non preoccuparti, tu dì sempre che parli un pochino di tedesco, ein bisschen Deutsch, e vedrai che non avranno grosse aspettative”.  Quanto avrei voluto credergli.

In aeroporto mi ha prelevato quella che sarebbe diventata la mia Gastmutter, ossia mamma ospitante. Sì perché per 13 mesi avrei lavorato come ragazza alla pari per una famiglia del posto.

Lei, Sylvana, era la tipica donnona del nord, alta 1 metro e 80 bionda, occhi azzurri.

Nel tragitto dall’aeroporto a casa mi ha letteralmente bombardato di informazioni, che a malapena riuscivo a rispondere. Nella mia testa quello che lei mi diceva arrivava più o meno così: “Kinder….Schule….fahren….Bett….spielen….essen….keine Ahnung, na ja, mal sehen”.

Nonostante non capissi molto, avevo subito afferrato che, oltre a essere logorroica, usava sempre le stesse espressioni, una cosa che io odio anche in italiano. Ad esempio chi dice spesso “cioè” oppure “tipo”, come intercalare.

Potrei scrivere molto sulla mia esperienza da au-pair, perché lo ritengo non solo un vero e proprio lavoro – seppur considerato da beginners, ma anche un vero e proprio tema dei nostri giorni visto che molte ragazze si approcciano all’estero anche in questo modo.

Quello che posso dirvi è che per me fare la ragazza alla pari è stata una grande sfida. Ad oggi una parte di me, potesse tornare indietro, lo rifarebbe ad occhi chiusi solo per l’ineguagliabile vantaggio linguistico che mi ha dato, ma non per altro (ripeto, è una lunga storia).

Sono rimasta a casa di Sylvana e della sua allegra famigliola per tredici mesi, per poi comprendere  che, per quanto avessi voglia di tornare in Italia, dopo qualche mese di euforia post ritorno in patria sarei stata punto e a capo. Il mercato del lavoro, a quanto pareva, non si era mosso granché.

Mi è bastato poco per cominciare a candidarmi per qualche annuncio. Nel giro di meno di un mese avevo fatto quattro colloqui, tutti e quattro positivi. Ho scelto il posto più vicino alla città e il primo settembre 2015 ho iniziato il mio apprendistato in un hotel di una catena olandese.

Il contratto che avevo firmato era un contratto di Ausbildung, che in italiano vuol dire “formazione”. Ma che cos’è esattamente? Vediamolo insieme.

lavoro-germaniaL’Ausbildung è un contratto di formazione scuola/lavoro che dura circa tre anni e si effettua dopo la maturità.

Mira ad insegnare una specifica professione, dal panettiere al corrispondente in lingue estere. Gli Ausbildungen in Germania hanno tariffe retributive fisse per ogni Bundesland e sono un ottimo biglietto da visita per il futuro, se non a volte una prerogativa.

L’università invece è qualcosa che si fa per arricchirsi, a volte dopo l’Ausbildung; è vissuta in genere come una sorta di coronamento di un percorso di formazione oppure un percorso che si intraprende ma raramente finisce alla triennale. Diciamo che in questo modo, dando più peso alle formazioni che permettono di imparare il lavoro, si riduce il rischio che un grande numero di giovani vada a studiare cose inutili che non servono a nessuno, scusate la franchezza.

Se ci pensate, in Italia è esattamente il contrario. Si esce dal liceo (forse) e c’è il tipico esodo verso le migliaia di facoltà e interfacoltà che ci vengono proposte, statali, private, e via dicendo. Per lo meno in Germania l’università pubblica costa 290 euro l’anno e ti danno anche i libri.

Ritornando all’Ausbildung, vi chiederete perché l’ho fatto, visto che avevo già una laurea.

Domanda lecita. Perché era l’unico contratto che ho trovato in breve tempo per smettere di fare la ragazza alla pari, affittare un appartamento e cercare di costruire finalmente qualcosa di concreto.

Oltretutto trovare un posto in hotel è facilissimo visto che nessuno in Germania ha voglia di lavorare su turni, e il settore è in continua evoluzione.

Per farla breve, ho passato in hotel esattamente un anno; mi sono resa conto presto che con il mio curriculum avrei potuto davvero mirare ad altre posizioni, magari anche altri contratti e settori. Non ero più la novellina arrivata dall’Italia che non sapeva come chiedere indicazioni senza pensare a come formulare la domanda: ero ormai entrata nella vita tedesca in tutto e per tutto.

Il primo settembre del 2016 sono approdata negli uffici del più grande tour operator tedesco, la TUI.

Qui ho avuto la possibilità non solo di lavorare in ambiente internazionale, ma di mettere in pratica e far fruttare le lingue straniere, e anche l’italiano. Come ben sapete i tedeschi adorano andare in Italia a fare le vacanze.

Lavoro qui ancora oggi, anche se a gennaio inizierò una nuova avventura in un’altra azienda, una multinazionale di organizzazione fiere.

Come vedete il mondo del lavoro in Germania è molto dinamico. Vi basti pensare che in questi due anni la mia azienda ha cambiato due direzioni amministrative.

Quello che ho notato è che variare spesso mansione, settore e anche solo posizione è una nota positiva. In Italia c’è ancora la fissa del posto fisso. “Hai un posto fisso, perché devi cambiare?”. Perché qui si può!

Qui si può scegliere, si può migliorare e scegliere dove farlo e come farlo, dovesse questo voler dire cambiare posto ogni due anni o, perché no, rimanere nello stesso per sempre.

E’ incredibile fino a che punto i nostri schemi mentali definiscano ciò che siamo, e quindi anche le nostre azioni.

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