Premessa: quando scrivo è un momento in cui sono senza barriere, da sola, in totale relax ed è un momento in cui ‘devo’ essere onesta, altrimenti sarebbe una racconto di fantasia e non avrebbe senso. Semplicemente mi penso e mi traduco in parole.

I primi 2-3 mesi ancora ero immersa totalmente nella fase “Ma dove sto? Perché? Che devo fare oltre mangiare, dormire e respirare”.

Il mio inglese è scolastico tanto quanto “De buc is on de teibol” con un bell’accento romano (che ho tuttora), quindi: “cosa fare per trovare un lavoro?”

Sono consapevole che la mia bella laurea con specializzazione in gestione delle risorse umane (e dis)senza un buon inglese vale come un Totti al top che gioca indossando la maglia della Lazio.

Inizio a chiedere ai ragazzi conosciuti al corso d’inglese che sto frequentando.

Nemmeno faccio in tempo ad appuntarmi qualche sito per cercare lavoro, che me ne propongono uno in un ristorante italiano: TIPICO come il where are you from? -Italy – Where? – Pasta Pizza Pavarotti – Ok.

Non è il mio sogno ma, da qualche parte, devo pur cominciare e allora mi butto.

Sono l’unica Italiana nella cucina di un ristorante Italiano. E una cucina di un ristorante italiano, in compagnia di due brasiliani e un indonesiano, non è l’ideale per migliorare il proprio inglese.

La faccio durare qualche mese, poi decido che posso buttarmi in qualcosa di diverso dall’hospitality, soprattutto per poter trascorrere più tempo con mio marito ed avere orari più regolari.

Aggiorno il mio CV che era bello vecchiotto e, soprattutto, di stampo europeo, e mi immergo in ricerche sui siti più conosciuti tipo Seek, Trade Me, Career Jet e Indeed. Invio circa 15-20 cv – non ricordo esattamente – in una settimana.

Ovvio che posso contare sullo stipendio di mio marito, quindi non vado proprio di fretta, immagino che chi è solo debba darsi da fare di più.

Non faccio una particolare selezione sul tipo di lavoro: è importante qualcosa con orari regolari e dove possa stare a contatto con persone per poter migliorare il mio inglese il più possibile.

Trascorre altro tempo, il mio inglese migliora ma non abbastanza da farmi sentirmi sicura di lavorare nella mia area, cioè le risorse umane.

Mi chiamano per un colloquio in un negozio di divani e arredamento da salotto e, grazie ad un’amica, mi chiamano anche in un negozio dove vendono cucine.

Il fatto che entrambi i colloqui siano per aziende nell’ambito dell’arredamento è un puro caso.

Un pochino spaventata e pochino modalità “chissenefrega-come va va”, affronto il primo colloquio.

Il boss del negozio di cucine è un tizio alla “mi sento un po’ figo” ma comunque molto educato e gentile. Mi sento un po’ nervosa inizialmente ma, quando al tipo gli scivola il gomito dal tavolo e gli si smonta la posa da figo, mi sciolgo e mi concentro nel dire delle cose di senso compiuto in concetti e in un inglese il più corretto possibile.

Comunque, una sudata colossale, perché i passi da seguire sono tanti: ascoltare la domanda – cercare di capirla – elaborare una frase il meno idiota possibile – pensarla in italiano e poi tradurla in inglese – rispondere cercando di correggere il più possibile il mio forte accento. Il tutto sperando di aver azzeccato in primis il senso della domanda. Ci salutiamo con il solito “le farò sapere”.

Il secondo colloquio avviene un paio di giorni dopo.

Stavolta, l’intervistatore mi lascia un messaggio in segreteria chiedendo di essere cortesemente richiamato. Panico!

Il mio inglese è già scarso di persona, al telefono è zero totale. Faccio ancora molta fatica anche adesso al telefono, purtroppo. Non sono sordomuta ma seguire le labbra mi aiuta, non so a voi.

Elaboro una strategia che neanche i bambini dell’asilo oserebbero ma, ecco qui: chiamo facendo fare uno squillo contato e riattacco.

Al fintissimo tentativo di chiamata faccio seguire un messaggio scrivendo che ho tentato di chiamare ma che ho problemi di ricezione nella zona e chiedo se può, quindi, scrivermi i dettagli per il colloquio via sms.

Ricevo il messaggio e vado al colloquio il giorno dopo.

Quella mattina mi sento particolarmente “se va male pazienza mi vado a mangiare un gelato dopo in spiaggia”.

Trovo un altro tizio/manager, faccia simpatica, modi gentili, risata genuina, meno concentrato sul dimostrarsi figo a tutti i costi.

Rompiamo il ghiaccio parlando del perché e con chi sono qui, cosa mi piace della Nuova Zelanda e bla bla bla.

Con il mio cv davanti mi dice di essere cosciente del fatto che io non abbia nessuna esperienza, non solo nell’arredamento ma nelle vendite in generale. Bene, penso, io sinceramente non mi assumerei mai.

Mi fa delle domande di rito. Come per il primo colloquio cerco di dare risposte sensate e intelligenti.

I toni sono amichevoli ma tutto rimane un colloquio di lavoro, con il mio inglese un po’ stentato.

Mi chiede poi della mia esperienza nell’attività di famiglia a Roma e, spontaneamente, mi viene da dire che sono fuggita dalla dittatura di mia madre che è un concentrato di tutte le matrigne cattive della Disney ma, mentre lo dico, mi pento già, perché questa non è affatto una risposta professionale: forse sarebbe stato meglio raccontare la storia del “avevo bisogno di un’esperienza e una formazione lavorativa all’estero per migliorarmi”…

Colpito e affondato!

Ancora mi ricordo l’espressione positivamente sorpresa del suo viso, mentre risponde che anche lui ha odiato profondamente lavorare con suo padre anni prima.

Nulla di speciale ma probabilmente quando si condivide qualcosa con l’interlocutore del colloquio di lavoro non può essere che un punto positivo a tuo favore (grazie mamma, per una volta parlar male di te mi ha aiutato!).

Alla fine mi dice che mi farà sapere, che gli piace molto l’accento italiano ma che onestamente ha dei dubbi sul mio inglese. Già cosciente di questo fatto, non mi abbatto, lo saluto e vado a mangiarmi il gelato in spiaggia.

Dopo pochi giorni, il secondo tipo mi richiama per il secondo colloquio.

Ed io sono strafelice solo per aver capito la telefonata. Mi presento con il solito atteggiamento “ci tengo ma non muoio se non mi prendi”.

Dopo qualche minuto di convenevoli, come va, oggi il tempo è bello, ci sono tanti turisti in spiaggia, lui chiede a me se ho qualche domanda in merito al lavoro.

Situazione alquanto strana per me, perché in Italia sono abituata a sentire che il lavoratore ha ben poche domande da fare, è già fortunato se avrà il lavoro, non è che ci si può permettere di scegliere se il lavoro offerto non corrisponde alle nostre richieste.

Alla fine, mi dice che sarebbe felice di lavorare con me. Io ero già contenta che mi avesse concesso un secondo colloquio, non mi aspettavo una conferma in quel momento.

Ricordo solo che mi sentivo le guance in fiamme e avrei voluto tanto abbracciarmi e baciarmi. Per me è una piccola grande soddisfazione, per la quale posso dire grazie solo a me stessa.

Il manager mi consegna la mia copia del contratto di lavoro e mi dice che posso leggerlo con calma a casa e riportarlo firmato l’indomani.

Mi chiede di firmare subito solo un foglio, che riguarda l’assicurazione che ogni dipendente ha all’interno del negozio: mi spiega che, in caso di incendio o di qualsiasi incidente, c’è un’assicurazione che copre tutto.

Presa dall’emozione e dalla confusione, con le farfalle in testa più che nello stomaco, firmo dicendo – e pensando di fare la battuta del secolo: “Attenzione perché il mio corpo è caro!” …seguono secondi di silenzio imbarazzante.

Io non ho il coraggio di alzare lo sguardo realizzando quale bassezza di poco gusto mi sia uscita dalla bocca.

Il manager tenta di trattenere una risata ma proprio non ce la fa e parte a singhiozzi.

Per tentare di recuperare la situazione, mi viene la brillante idea di cercare di spiegarmi e mi lancio in un “Non volevo proprio dire che il mio corpo è caro, intendo che la mia vita è cara e quindi importante, cioè…”

Mi brucio l’ultimo neurone che ho e continuo “non voglio nemmeno dire che il mio corpo è economico…” Visto che io non ce la faccio, mi ferma lui: “Ferma, ferma, ferma. Ho capito cosa intendi, non continuare per favore.”

Non scorderò mai questo colloquio e penso che nemmeno il mio manager lo farà.

Comunque quando c’è da spostare qualcosa per cambiare gli allestimenti non perdo l’occasione di ricordargli di fare attenzione perché il mio corpo è caro.

Agli amici e a mia madre, a cui ho raccontato com’è andato il colloquio, devo ancora puntualizzare che il lavoro l’ho ottenuto “prima” di dire al manager\maschio che il mio corpo aveva un prezzo e non dopo. Giusto per chiarire ai malpensanti.

Il tizio del primo colloquio, quello figo del negozio di cucine, offriva un contratto a termine solo per coprire una maternità. Il secondo, invece, offriva un contratto a tempo indeterminato.

Così ho deciso, senza pensarci troppo o tentare altro, di buttarmi nella vendita dei divani e arredamento da salotto.

A distanza di circa 5 mesi, mi rendo conto e mi è stato anche detto chiaramente che il fatto di essere italiana con un tipico accento ha fortemente (se non per il 90%) contribuito a farmi ottenere il lavoro.

Non che cercassero in maniera specifica italiani ma, avendo in negozio molti brand dal nome o dal suono italiano (e alcuni divani in pelle italiana molto costosi), la mia nazionalità ha fatto sì che andassi bene in quanto contribuisco a dare un’immagine internazionale al negozio.

Ancora oggi non so essere veramente felice di questo.

Sicuramente sono contenta di aver trovato lavoro nel giro di due settimane, con uno stipendio oltre il minimo consentito e con buone commissioni, ed è anche un lavoro che mi permette di migliorare il mio inglese anche scritto (la posta elettronica con i clienti e con l’head office è molto usata).

È pure vero, però, che il mio unico merito è l’immagine “internazionale” che posso avere per loro; non mi hanno scelta certo per nessuna delle capacità che ho acquisito con la laurea o con le mie precedenti esperienze lavorative, anche perché non ho veramente nessunissima esperienza precedente come assistente alle vendite e questo, in generale, non solo nell’area dell’arredamento.

In conclusione, per quanto mi riguarda, anche se non ho trovato lavori come ingegnere spaziale o ricercatore medico o candidato al premio Nobel per aver scoperto la regola matematica che sconfigge la maleducazione e i punti neri sul naso nella razza umana, nelle uniche mie due esperienze lavorative in Nuova Zelanda (ristorante italiano e negozio d’arredamento) il fatto di essere di nazionalità Italiana è stato decisivo.

Quindi, per ora, grazie Italia.

E grazie di nuovo, mamma, per non essere fuggita prima della mia nascita con un tedesco piuttosto che con un finlandese… Magari con il padre tedesco avrei trovato lavoro in una cioccolateria o in un negozio di orologi. Chissà!


3 commenti
  1. Solare
    Solare dice:

    Brava! Sei stata proprio para- cool, per dirla alla romana rivisitata. In effetti è proprio vero che in questi paesi ancora cosi giovani, l’italianita’ è una dote che ancora ci sorprende ma saperla sfruttare è molto intelligente. Che dire…evviva l’Italia e soprattutto il genio italico che ti ha dato la forza e la faccia per cercare un lavoro senza parlare bene la lingua, complimenti!

    Rispondi
  2. Giuliano
    Giuliano dice:

    Ciao e congratulazioni per il bel post – e soprattutto per aver trovato lavoro!
    Volevo solo aggiungere che l’inglese migliorera`, questo e` poco ma sicuro. E meno tempo piu` tempo si passa in full immersion, e meglio e`!

    Visto che anche io lavoro in HR, e l’inglese anche io lo ho imparato sul campo, volevo dirti che ci sono tanti corsi (anche di un solo giorno e non troppo costosi) si employment law, wages law etc. Io li ho fatti tramite ECCC (la Camera di Commercio, che ora si chiama Business Central) e mi hanno aiutato molto – anche se ovviamente l’esperienza lavorativa e` stata ancora piu` importante.
    C’e` anche l’HRINZ (Human Resources Institute of NZ) dove si tengono seminari e networking events, ma costa circa $500 l’anno e io ho disdetto in quanto dopo un anno non ne ho tratto molti vantaggi.
    Ciao e buona fortuna!

    Rispondi

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