Lesotho

Si riparte.

Ancora una volta mi trovo davanti al cartello Sala d’attesa malattia tropicali.

Solo oggi, qui, seduta mentre aspetto il medico di turno, capisco concretamente che, dopo aver passato nello stesso Paese il periodo più lungo da quando avevo 18 anni,  sto di nuovo preparando le valige, iniettando vaccini e aspettando visti che tardano ad arrivare.

A differenza di tutte le volte precedenti in cui mi sono trovata ad affrontare un trasloco (cinque paesi e più di cinque traslochi, se considero quante volte ho cambiato casa anche nello stesso posto), stavolta lascio a casa – almeno per il momento – un pezzo importante, un affetto: il mio compagno.

Lui, vittima di una scelta che non ha fatto, accetta la mia idea di rimettermi a viaggiare dopo aver passato sette anni a Bruxelles, in un appartamentino appena restaurato e con la nostra semplice, ma romantica routine. Non sappiamo bene quando ci incontreremo di nuovo, né quando ci riuniremo sotto lo stesso tetto. Ma siamo due viaggiatori, ci conosciamo abbastanza bene perché uno impedisca all’altro di mettersi in viaggio.

Il recruitment per il nuovo lavoro è particolarmente veloce, quasi indolore direi: non ho neanche il tempo di capire che sono io la persona selezionata, che già sto gonfiando il cuscino da viaggio in aereo.

Sono immersa in varie emozioni e mi sorge qualche dubbio sul posto che ho appena accettato, quando chiedo in giro se qualcuno prima di me abbia avuto esperienze in Lesotho, e mi rendo conto che quasi nessuno sappia dove si trovi il “Regno nel cielo”, come lo chiamano i locali.

Il primo dei quattro voli che mi porteranno in questo Paese sconosciuto ai più arriva a Bruxelles con due ore di ritardo: quelle due ore che mi faranno perdere ogni singola coincidenza e probabilmente renderanno il mio viaggio ancora più lungo e tedioso. Ciononostante, da brava viaggiatrice esperta non sono per nulla preoccupata. Troverò il modo di arrivare e, se non sarò in ufficio in orario lunedì mattina, pazienza.

Sto imparando che non posso avere tutto sotto controllo. Per di più, ho almeno quattro libri da leggere con me, nuovi di zecca. Ovviamente, tutta letteratura di viaggio.

Di attese in aeroporto ne ho avute veramente tante. Quando però stai andando a vivere fuori, senti il bisogno di arrivare, guardare, renderti conto di dove ti trovi, trovare una piccola dimensione di casa, insomma senti di avere fretta di tornare a sentirti bene dove sei.

Improvviso come un dejà vu, vedo me stessa dieci anni prima, in attesa di una coincidenza ormai persa a Madrid mentre mi sto trasferendo in Brasile: stesse emozioni, stessi ritardi, stesse discussioni con il personale della compagnia aerea, stesso tutto; forse un segno, e un segno positivo, viste come sono andate le cose dieci anni or sono.

I primi due mesi a Maseru, capitale del Lesotho dove vivo attualmente, li passo in albergo e sono probabilmente i più difficili, proprio perché in albergo non ti senti a casa.

Quando sei in vacanza le esigenze sono altre, ma quando vivi fuori vuoi trovare il tuo rifugio, le tue riviste, la tua tazza di caffè e altre piccole cose che in hotel non puoi avere.

A Maseru è necessario possedere una macchina. Non c’è trasporto pubblico, i taxi collettivi non ti lasciano davanti casa e appena fa buio è rischioso andare a piedi.

Vengo dalla capitale europea, dove, seppur con mille contraddizioni e sempre più auto aziendali per strada, nonostante tutto la cultura del rispetto dell’ambiente si sta poco a poco diffondendo. A Maseru sembra il contrario: chi ha guadagnato due soldi in più non vede l’ora di comprarsi il grosso pick-up quattro per quattro.

Decido di affittare una macchina già i primi giorni, nell’attesa di capire come e dove possa trovarne una di seconda mano e anche per abituarmi a guidare dal lato opposto. Le rotonde restano l’incubo di tutti gli stranieri provenienti dai Paesi con guida a destra. La mia tecnica è sempre quella di seguire chi guida davanti a me, a eccezione di quelle serate in cui sono l’unica per strada e vado in panico.

Ripensando alle mie prime settimane a Maseru, avrei tante storie da raccontare e tante vicende in cui mi sono sentita così ingenua e impreparata, nonostante anni di viaggi ai tropici, campeggi selvaggi e pesce crudo sulle spiagge.

Mi era sfuggito, per esempio, che il clima in Lesotho è ben più freddo di quello belga! Sono andata via da una città grigia e piovosa tutto l’anno per approdare in un’altra a 1.700 metri di altezza, dove di africano probabilmente c’è solo il colore dei tessuti o, per lo meno, di quell’africano che è africano nell’immaginario comune.

Vivo in una città dove non c’è stata una goccia di pioggia per due anni finché non sono arrivata io e le dighe hanno addirittura subito danni per la troppa pioggia caduta; dove il mese di giugno giro con il piumino da neve e dove, ahimé, non esisitono i riscaldamenti in casa.

Sì, proprio così: come in tutto il Sud Africa, le case non sono riscaldate nonostante le rigide temperature invernali – nessuno ne conosce la ragione, è cosi e basta. Paghi il doppio del normale affitto per avere una casetta con il caminetto, ma ti rendi conto molto presto che non puoi vivere tutto il tempo in quella stanza e che quando cucini, fai la doccia o vai a dormire, confondi il tuo cane con lo scaldino elettrico perché ti segue ovunque, per cinque mesi l’anno.

Non avrei mai pensato che guidare un SUV avanti e indietro dal Sud Africa sarebbe diventato la routine, per me che non avevo macchina da dieci anni.

Il servizio ospedaliero di cui gli expat hamo fiducia è, infatti, nella più vicina grossa città sudafricana, Bloemfontein (130 Km e tre ore di fila alla frontiera se becchi il weekend sbagliato).

Noi stranieri residenti in Lesotho ci andiamo regolarmente anche più di una volta al mese, perché è nella stessa città che compriamo gli elettrodomestici o il pesto di basilico, che mangiamo un sushi ogni tanto o che andiamo al cinema. Sia chiaro, in Lesotho ci sono i supermercati, ma raramente hanno una vasta scelta di prodotti alimentari; spesso i fornitori devono fare giorni di fila alla frontiera prima di poter consegnare la merce a Maseru. Il cinema invece, quello in Lesotho proprio non c’è.

A volte mi chiedo ancora perché io debba scegliere di vivere posti o situazioni che molti dei miei amici non accetterebbero, e non c’è stipendio o carriera che lo spieghino: è una scelta che viene da un profondo modo di essere e da una costante evoluzione.

Se abitassi anche nel più lontano dei villaggi, troverei sicuramente il modo di giustificare la mia scelta. E che sia buona o cattiva, mi avrà comunque  insegnato qualcosa.

Lesotho

15 commenti
  1. Katia
    Katia dice:

    Che bel racconto e che belle motivazioni!
    Sono rientrata quattro mesi fa da Johannesburg e mi ritrovo molto nelle tue parole sincere. Ti auguro di aprire un’altra stagione ricca e formatrice della tua vita. Credo che da queste premesse questo succederà sicuramente. Quando ci apriamo al nuovo, soprattutto a livello di relazioni umane, succcede quasi certamente.

    In bocca al lupo per tutto e coraggio per i low shedding..

    Donne che emigrano all’estero – Katia G. Locarno, ex Joburg

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    • laura
      laura dice:

      Grazie Katia, la motivazione non e` mai mancata, neanche tra mille difficolta`, la voglia di scoperta vince sempre e comunque! Come ben dici, le relazioni umane poi sono quelle che fanno di un viaggio la buona o cattiva esperienza

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  2. emma
    emma dice:

    più bella della bella Cardinale, l’amore per i viaggi lo fai venire a tutti, anche a chi sta in pantofole a leggere le tue emozioni.

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  3. Ada e Nino
    Ada e Nino dice:

    Abbiamo iniziato a leggere quasi distrattamente, e subito ci siamo sentiti attratti, non potendo fare a meno di arrivare, golosamente, in fondo. Si capisce che ancor più degli alberghi confortevoli, dei monumenti, del folklore, lo scopo vero del tuo viaggiare è “la gente”, con le sue culture, storie, tradizioni sempre diverse. Fotografie del tuo tempo, attimo per attimo, la sensazione di essere proprio lì. Fai rinascere la voglia di viaggi e conoscenza, da tempo accantonati. Grazie

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    • laura
      laura dice:

      Grazie a voi e al vostro interesse! Credo che il racconto sia un po` come una fotografia, va gustato e vanno tratte le proprie conclusioni. Ed e` un piacere quando un lettore si immedesima! Viaggio, come ben dite, e` conoscenza, e` aprire gli occhi al diverso, che sia piacevole o meno.

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  4. Federica
    Federica dice:

    Wow. Da dove hai iniziato a cercare un lavoro in Losotho? O il Lesotho è arrivato per caso? Sono curiosissima perché so che prima o poi risolte due cose mi trasferirò altrove, magari proprio nell’Africa in evoluzione

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    • laura
      laura dice:

      Dici bene, il Lesotho e` in un certo senso venuto a me, cercare un lavoro sul posto e` un`esperienza che sconsiglio fortemente. Gli expats arrivano qui per lo piu` con un lavoro/stage/volontariato gia` prestabilito. Quei pochissimi che hanno trovato sul posto, magari in organizzazioni internazioali, sono in maggiornaza gente che gia` viveva qui e ha cambiato lavoro con gli anni. L`offerta e` limitatissima, i servizi scarsi e la maggior parte dei posti allocati su progetti di sviluppo sono dati ai locali, anch`essi vittime di una grande disoccupazione

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  5. Chiccola
    Chiccola dice:

    Viaggiare e’ vivere. È ,soprattutto ,conoscere un po’ di più se stessi.Un mio viaggio, per la prima volta da sola , ha fatto si che io mi stimassi di più e mi sentissi meno dipendente da chi mi aveva sempre accompagnato in giro per il mondo.

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    • Laura Saija83
      Laura Saija83 dice:

      L`argomento delle donne in viaggio da sole e` delicato. Vorrei poter dire di aver avuto solo belle esperienze, ma a volte ho avuto anche paura. Una cosa e` certa: se viaggi, e oltertutto se lo fai da sola, sei forzata a conoscerti meglio. Ci sono sempre momenti di solitudine, di paura, di gioia che tirano fuori il meglio di te.

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