Riga Gesso

Ritorno verso casa dall’ospedale. Non avevo ancora realizzato che avrei tenuto il gesso un mese

Non hai vissuto in un paese finché non sei stato almeno una volta in ospedale.

Io sono stata fortunata e in sei mesi ci sono stata una decina volte e, modestia a parte, la seconda quasi venivo ricoverata per un intervento chirurgico. Trovarsi al pronto soccorso in un altro Paese significa come minimo passate un quarto d’ora a cercare su Google cosa copre l’assicurazione lettone e cosa no. Seguono mail alla regione Lombardia, che le gira a diversi uffici prima di inoltrarla a quello della tua città che finalmente ti comunica che no, se ti operi all’estero la tessera sanitaria non copre le spese.

Ospedale Riga

Uno degli ospedali di Riga, quello più vicino al centro cit

Credo che sia questo uno dei momenti in cui  la barriera linguistica più ci spaventa. Ci eravamo abituate a ordinare al ristorante, a fare la spesa, a comprare i biglietti del bus e gli abbonamenti nella lingua locale- adesso, sedute davanti a quella parete bianca, iniziamo a preoccuparci e a sperare che i medici parlino inglese. In Lettonia sono molto avanti in questo, e più o meno tutti lo parlano senza problemi. Mi è successo solo una volta che il medico fosse un po’ in difficoltà, e che bastasse parlare il russo a braccio e con forte entusiasmo dopo aver capito che poteva farlo. Nel resto dei casi, era il dottore a stupirsi che in Italia il medico che conosce più lingue non fosse la normalità.
Il primo step da superare quando devi recarti all’ospedale comunque è il panico. Non sai come funzioni lì, non sai se fidarti, hai paura di non capire bene cosa dicono, ti scoccia dover pagare ogni minima cosa. In Lettonia infatti, almeno all’inizio della permanenza li, ogni visita medica/radiografia/eccetera va pagata, e l’unico modo per salvarsi è fare un’assicurazione. Al momento della propria registrazione come residente viene chiesto di fare perlomeno quella base, che infatti avevo pagato senza preoccuparmi di cercarne una che coprisse più del “first aid” (“Tanto non mi succede niente” cit.). Il secondo step da affrontare è abituarsi all’iter che precede ogni visita di controllo. Si paga la visita e la radiografia in un ufficio, si va dal medico che controlla come stai, si corre a fare l’x-ray dall’altra parte dell’ospedale, si aspetta che venga inviato, appunto, al medico, quindi si torna da lui.
Le code d’attesa sono brevissime, il sistema è super efficiente e pensato in modo che davvero sei ricevuta all’ora dell’appuntamento e nel giro di mezz’ora ti ritrovi fuori dall’ospedale con responso e mille scontrini da portare all’assicurazione (ce se prova) per il rimborso.
Il reparto traumatologia di Riga non è grandissimo, e il numero di italiani in città neppure: e così succede che dopo due-tre settimane le infermiere nell’ufficio registrazione ti hanno già affettivamente adottata, sanno già in che lingua parlarti, ti informano di come potresti trovare un medico di famiglia, ti lasciano prenotare la visita quando vuoi.
I medici sono schietti, vanno al punto, non parlano condendo il discorso con giri di parole. Pochi verbi, un solo soggetto, frasi subordinate abolite. Se il farmaco che loro ritengono giusto prendere si trova in una sola farmacia dall’altra parte della città, e tu sei ammalata e ti sta dicendo che devi rimanere a casa almeno tre giorni, be, ci vai comunque e non esiste l’opzione “farmaco alternativo”. Delicatezze come: “evito di darti antibiotici se posso” non esistono. La malattia va curata, servisse l’amputazione, e gli scrupoli di ogni tipo sono banditi.

La dottoressa che mi visitò quando mi ammalai mi lasciò una lista di farmaci che riempiva il foglio A3. Medicine classiche, medicine a base di erbe, uno spray, integratori alimentari, due antibiotici. Alla prima ed unica protesta non volevo rimanere a casa dal lavoro così a lungo mi liquidò con una parola sola:” Ne.ces.sa.rio”.

Guarii in tre giorni.

 

 

2 commenti
  1. Federica Turchia
    Federica Turchia dice:

    Mi è piaciuto come hai descritto l’esperienza ospedaliera.. io l’ho vissuta in Turchia e dopo 4 anni ancora andavo nel panico per la lingua (là raramente i medici parlano inglese..direi praticamente mai!).
    Ora che mi sono recentemente trasferita in Germania non so per quanto, senza sapere una parola di tedesco… il panico mi ha assalito due notti fa quando dormendo mi sono svegliata stando malissimo…
    non oso immaginare cosa succederebbe se dovessi ammalarmi sul serio…

    brava! 🙂

    Rispondi
    • Ilaria-Lettonia
      Ilaria-Lettonia dice:

      Grazie mille Federica! Io direi che se hai superato la prova in Turchia niente più deve farti paura 😉 la salute è troppo preziosa per lasciarsi intimorire dai medici… e penso che l’esperienza in ospedale sia una delle migliori per sconfiggere ogni timidezza nel parlare!
      Sono quindi sicura che, se mai servisse, te la sapresti cavare alla grande!

      Rispondi

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