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Lisbona, Murales

Lisbona al primo sguardo

Ci eravamo lasciati così: io sul mio volo di ritorno dalla ferie (dalla Sicilia) con la malinconia galoppante e gli ultimi pensieri alla mia terra messi per iscritto.

Poi è successo tutto il resto.

Diciamo che da fine agosto ad oggi, le settimane sono “andate”, non me ne sono neanche accorta.

Il rientro in ufficio, il tanto lavoro da mettere in piedi in questi mesi in cui tutto riparte, in cui tutti vogliono correre per far bene, per restare in pista, per arrivare primi.

Questi mesi in cui le energie sono sprizzanti, in cui il corpo è ancora semi riscaldato dal sole ed i cappotti non ancora indossati.

Questi mesi in cui i progetti arrivano senza bisogno di cercarli, in cui la stanchezza assoluta dei giorni infiniti è ancora lontana.

Barcellona non si è ancora vestita d’autunno, le foglie rosse non riempiono ancora nè i parchi nè l’asfalto, le ragazze vanno in giro senza calze.

Dicevo che dal rientro dalle ferie il tempo è passato in maniera fulminea ed a parte le settimane lavorative i miei week-end sono stati scanditi da spiaggia, musica nelle piazze, amici rivisti e riabbracciati, amici con storie estive da raccontare, amici che avevo voglia di rincontrare.

L’ultimo fine settimana di Settembre, per concludere la mia estate (prima che inizino sabati e viaggi lavorativi), ho preso un volo direzione Lisbona.

Da circa 3 o 4 anni desideravo conoscere questa città, da quando un amico esperto in Portogallo e dintorni grazie ai suoi racconti on the road, fece scattare in me questa curiosità folle, mista ad una sicurezza (che non ho mai sulle cose che non conosco) altrettanto folle che avrei amato ogni singolo angolo di Lisbona. Le letture di Tabucchi (uno dei miei autori del cuore), Saramago e Pessoa hanno sempre alimentato questo filo invisibile tra me e il Portogallo.

Le mie gambe toccano la stazione metro Cais do Sodré di buon mattino, sono le 8:30 (orario portoghese) quando ho il primo contatto umano con i portoghesi.

Google Map mi deve portare al b&b ma date le infinite stradine ed il silenzio tombale che mi circonda (i negozi e i caffè aprono un po’/ molto più tardi) chiedo informazioni sull’indirizzo ad uno dei pochi uomini che incrocio. Sulla settantina, con una giacca blu ed un accento portoghese (ovviamente) molto marcato ma anche molto chiaro, mi chiede da dove vengo e mi dice che mi avrebbe accompagnato per un pezzettino di strada.

L’ho abbracciato e ringraziato.

Piccola riflessione che spero non distragga nessuno dal racconto principale:

Barcellona, in questi anni vissuti insieme, mi ha insegnato che esistono delle distanze fisiche e degli spazi vitali tra te e le altre persone che devi rispettare.

La mia cultura del Sud mi faceva essere molto fisica: sorridere a tutti, abbracciare tutti, emanare energie positive al mondo intero ogni volta che potevo. Quando danzavo in compagnia, ogni mattina spesso ci si salutava con un bacio (a stampo) sulla bocca (solo con gli amici più intimi in realtà).

Capirete quindi che, quell’uomo che alle 8 del mattino ha lasciato la sua bottega per aiutarmi a trovare la strada, è stata una bella accoglienza da parte di Lisbona.

Il primo giorno in avanscoperta con scarpe da ginnastica e macchina fotografica tra l’Alfama, il Chiado, Rossio. Trovare una città straordinariamente irripetibile, così irripetibile e diversa da tutte, è stato abbastanza inaspettato. Mentre camminavo ero indecisa se guardare in basso, sotto i miei piedi, i pavimenti che calpestavo o in su, gli azulejos degli edifici.

A parte le mini strade in salita e discesa da cui mi lasciavo sorprendere (“dopo questa salita, sicuramente ci sarà una discesa” invece c’erano altre quattro salite), a parte le piazze che la piu grande era la più microscopica di Londra o di Madrid, la cosa che più ho apprezzato è stata una sensazione che non provavo da qualche tempo in un luogo e che mi ha emozionato nel senso più reale del termine.

Una vibrazione fatta di pace e arte che mi ha investito sin da subito.

Che mi ha invaso, mente e corpo, occhi e pancia. La stessa vibrazione che mi ha fatto scoprire altri pezzettini di me, piccoli pezzettini di puzzle che in certi luoghi scopro o ritrovo.

Quelle stradine e quelle piazze di cui sopra erano silenziose. Devi essere pazza se ti stupisci per un po’ di silenzio, neanche se vivessi nella NY più sfrenata.

Beh si, mi stupisco (ed amo farlo, dato che non succede troppo spesso) perché nella mia quotidianità è una costante che mi manca, sempre. Amo tutti quei luoghi che sanno trasmettermi questa sensazione, dove l’elettricità si trasforma in una curva piana, calma, serena.

Lisbona è una città colma d’arte, te ne accorgi dai murales che ricoprono i muri del centro o delle stazioni di metro, treno, aeroporto.

I murales sono disegni di personaggi strani, a volte sono occhi, altre sono scritte che parlano di “saudade”, politica, ovviamente d’amore.

Gli artisti sono ovunque debbano e non debbano essere, fuori dai ristoranti del Barrrio Alto di sera, sotto la torre, a Belém, sulla rosa dei venti a Padrão dos Descobrimentos. Qualsiasi tipo di arte sia, una voce con una chitarra, oggetti da cucina usati per creare una musica ritmata, una pittura che odora a caffè, il fado accorato e disinvolto che si fa simbolo e storia della città.

Quella vibrazione colma d’emozione che sto ancora conservando mi fa avere la certezza che tornerò presto.

Prima che arrivi la saudade.

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