sdoppiamento-dell-expatPremessa: questo non vuole essere un post dal messaggio negativo. E già su questo immagino che qualcuno pensi: cominciamo bene, se ha bisogno di sottolinearlo….

Su Donne che emigrano all’Estero leggo spesso storie davvero meravigliose. Donne, emigrate anche tanti anni fa, che parlano di quello che è stato il loro percorso, delle loro esperienze, degli obiettivi raggiunti e dei loro successi. Sono donne che hanno fatto una scelta tempo addietro, di cui, giustamente vanno molto fiere.

Ecco, io sono tipo Calimero: emigrante da 5 minuti, nel pieno dello psicodramma emotivo, culinario e linguistico che un espatrio porta con sé. Qualche giorno fa, pensando a questo post, mi sono detta: perché non parlare del punto a cui sono io, di quella che è la mia esperienza ad oggi: breve, in itinere e terrificante.

E così eccomi qua a fare outing.
Confesso che da quando sono arrivata a Newcastle ho due sensazioni che costantemente mi accompagnano: paura (in alcuni momenti con picchi di terrore) e frustrazione.

Sì, perché quando inizi a pensare all’estero, quando pensi alla tua vita lontana e sei ancora nella tua casetta italiana, anche se cerchi di prepararti da sola a quello che verrà, come provi a immedesimarti davvero nelle parole di chi l’ha già fatto, la verità è che se anche ti dici “sarà durissima”, “ti aspetta un inizio davvero complesso”, non hai la minima idea di cosa ciò significhi.

Voglio fare un’altra premessa: io purtroppo prima dello scorso anno, quando ho iniziato seriamente un corso di inglese preparatorio al trasferimento, avevo studiato inglese solo durante gli anni delle medie e delle superiori.

Tutto ciò, tra l’altro, in un modo tale per cui ad oggi dico che se anche all’epoca ero in grado di mettere due parole insieme per superare l’interrogazione sui Canterbury Tales, se fossi stata portata in un supermercato, non sarei stata in grado di parlare un inglese tale da cavarmela dignitosamente ed uscire con ciò che mi sarebbe servito solo chiedendolo ai commessi (ed evito dissertazioni sull’insegnamento delle lingue nella scuola).

Tornando alle due sensazioni che mi accompagnano, arrivata qui ho capito intimamente e costantemente cosa si prova a sentirsi sempre in un ambiente di cui non si hanno le chiavi di lettura, in cui non si è mai certi degli input che si stanno ricevendo e, soprattutto, di quelli che si stanno lanciando.

Non mi vergogno a dire che, se anche lavoro in una multinazionale con un bel ruolo e, ad oggi, belle gratificazioni, passo le mie giornate lavorative sempre sul CHI VA LÀ, alzando ogni tanto gli occhi per capire se, tra le parole che mi scorrono accanto mentre i miei colleghi, parlando tra di loro nello slang ad una velocità al momento per me insostenibile, stiano parlando anche con me (PAURA COSTANTE….di non capire cosa accade intorno).

A ciò si aggiunge una sensazione forse anche più disorientante: quella della comunicazione pratica e dell’espressione di se stessi.
Se con la prima, bene o male, si fa pace piuttosto in fretta e si diventa in poco tempo padroni di un lessico e di un vocabolario sufficiente a cavarsela, dalla conversazione in farmacia al collega della scrivania accanto, la lingua che dovrebbe permetterci di esprimere chi siamo, resta un obiettivo ambito ma tanto lontano.

Sì, perché ci si sente sdoppiati: da una parte c’è il proprio vero essere, la persona che siamo nella nostra lingua madre, con la nostra simpatia, le battute estemporanee, lo svisceramento del proprio io…e tutto ciò che la comunicazione ci permette di trasmettere.

Dall’altra, c’è l’espatriato, che capisce o non capisce di cosa si parla e che, se anche ha una battuta in testa, spesso arriva a formularla nell’altra lingua in un tempo tale per cui “il momento è passato”.

Vorrebbe esprimere un concetto articolato, ed invece resta impantanato in un limbo più vicino al quello che si riesce che a quello che si vorrebbe dire. E presto si capisce che lo sdoppiamento durerà ancora per parecchio (REPERTO B: frustrazione sempre nella propria borsa come fosse un altro rossetto o il nostro specchietto).

Tornando a quanto detto all’inizio, non c’è nulla di strano in questo processo, che credo accompagni ognuno di noi expat.

Come per ogni scelta e per ogni decisione, l’estero si porta dietro anche questo, insieme a tante altre sensazioni ed esperienze belle ed eccitanti.

Chi, come me, ha appena iniziato, credo debba parlare anche di ciò che davvero cambia quando si è all’estero: se stessi.

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9 commenti
  1. Paola
    Paola dice:

    Verissimo! Io forse lo vivo in modo più leggero perché in Suffolk mi sento solo di passaggio, ma è davvero frustrante non riuscire ad esprimersi come si vorrebbe!

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    • Roberta
      Roberta dice:

      Ciao Paola. Ognuno vive a modo suo esperienze così forti, forse sentirsi di passaggio è un buon modo per non sentirsi sopraffatti.

      Rispondi
  2. Elisa
    Elisa dice:

    Totalmente d’accordo! Soprattutto riguardo la frustrazione di non poter esprimere la propria personalità… a volte penso che io stia decisamente offendendo la mia intelligenza e cultura. Un’impotenza che porta anche solitudine!

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  3. Claudia
    Claudia dice:

    Ciao Roberta. Bell’articolo. Io sono ad un punto diverso dell’espatrio, anche se non nella stessa città o in modo continuativo sono ormai a più di 3 anni di vita nel mondo anglofono (sia UK sia Australia). Le tue parole sulla difficoltà di esprimersi mi ha toccato molto. Ovviamente è una difficoltà più sentita all’inizio, quando il nostro livello linguistico magari non è il massimo, però è un elemento “problematico” che rimane anche dopo. Io oramai ho un ottimo livello d’inglese, sulla carta “madrelingua”, però posso assicurarti che madrelingua non è. È vero posso affrontare discorsi approfonditi e tecnici in campi diversi, capire senza sforzi le conversazioni quotidiane, ma comunque è ancora una lingua che è parte della mia vita da solo 3 anni. Ci sono tante espressioni, modi di dire, modi in cui le cose sono dette nel posto particolare in cui sei (che non è uscito dal libro di lingua col suo perfect British English) che non ti sono familiari. Probabilmente le capisci, ma non sono tue, non le usi. Non so come dire ma è un po’ come se la lingua non fosse tua, non abbiamo un nostro modo di esprimerci, in qualche modo la nostra personalità è un po’ repressa e certamente molto cambiata.
    Scusa per il commento un po’ lungo, volo solo condividere questa riflessione inspirata dal tuo articolo.

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  4. Carmela Fiscarelli
    Carmela Fiscarelli dice:

    Ciao, mi chiamo Carmela e vivo in Cina a Suzhou. Mi sono soffermata sul tuo post che mi ha incuriosita perché ho lasciato la bellissima Newcastle lo scorso agosto. Mi mancano molte cose anche se a Suzhou si vive bene ed è una scoperta continua.
    La prima sensazione che ho avvertito nella prima esperienza di espatrio è proprio quella di non essere me stessa, non riesci mai ad esprimerti come vorresti….immagina in Cina! Mi ritrovo pienamente in quello che hai scritto, come percepisci ciò che ti circonda….come ti senti. Newcastle è bella anche perché è accogliente, la gente è socievole. Porterò con me un ricordo stupendo, pur non parlando bene l’inglese, praticamente una studentella a 40 anni che andava a scuola ogni mattina, sono riuscita comunque ad avere amici e ad essere accolta. Quello che non mi manca sicuramente il vento gelido! Buona vita a Newcastle, non mi dispiacerebbe tornare!

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