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Testimonianza inviataci da Ile, Isola di Mallorca


Eh, finalmente sono qui… ce l’ho fatta ad approdare a Mallorca!

Ho passato gli ultimi due anni prima in Germania e poi in Svizzera, dopo aver lasciato l’Italia per l’ennesima volta nel 2014.

L’ho fatto a seguito dell’interruzione di un rapporto di lavoro con un’azienda di elettronica italiana, durato ben 14 anni prima di essere messa in cassa integrazione.

A causa della mancanza di lavoro, ho deciso di andarmene.

Sono riuscita a trovare un impiego in Germania nel settore logistico, in una città piccola nel Dreiland, al confine tra Francia, Germania e Svizzera.

Lì è iniziato il mio primo inferno.

Management e impiegati erano tutti francesi, sebbene su territorio tedesco.

Il mio inglese non bastava, mi discriminavano perché non parlavo la loro lingua.

I softwares che usavo per il lavoro erano programmati in SQL dal manager, avevano dei bugs e continuavano a bloccarsi; ma non volevano spendere i soldi per un software migliore comprato all’esterno.

Sono venuta poi a sapere che, in quell’ufficio e per la posizione che occupavo io, avevano già cambiato tre ragazze prima di me, e dopo di me altre tre.

L’HR era al corrente del malfunzionamento di certi aspetti del lavoro, ma non faceva nulla per migliorare la situazione.

L’unico diversivo che mi concedevo, non avendo amici sul posto, era quello di fermarmi in un negozio di dolciumi, quando uscivo. E’ stato così che sono ingrassata a dismisura!

Non voglio essere pesante e pessimista, ma credetemi: andare in Germania senza una precisa pianificazione, senza appoggi e partendo da zero, anche se si è fortunate e già si dispone di un lavoro, è veramente dura.

Sul lavoro la lingua tedesca non mi serviva, ma per la burocrazia sì: negli uffici gli impegati parlano tedesco, non vogliono parlare inglese.

Altro dramma che ho incontrato all’epoca è stato trovare casa. Dopo molte ricerche, avevo trovato uno studio fully equipped, costoso ma comodo.

Con tanto affanno, ho cambiato lavoro e sono andata nella vicina Svizzera.

Il lavoro era buono ma anche in Svizzera mi sentivo discriminata.

Diciamo che le posizioni migliori sono riservate agli Svizzeri e tu sarai sempre e soltanto un Ausländer (straniero). Ad ogni modo, a me il mio lavoro piaceva: era in un contesto internazionale, potevo parlare inglese e avevo la bella sensazione di essere in una fase lenta ma progressiva di integrazione nella società locale.

Invece mi sbagliavo: dopo due anni non mi ero ancora integrata.

All’inizio, ho frequentato gruppi di expats e sono andata agli incontri da loro organizzati. La maggioranza delle persone, però, le ho conosciute frequentando i corsi di tedesco.

Fare amicizia con gli svizzeri, almeno per me, è risultato pressoché impossibile: li ho trovati chiusi, elitari e si frequentano solo tra di loro.

Tutte le mie amiche provenivano dell’Est Europa o erano arabe; insomma, Ausländer come me.

Ad un certo punto ho preso coraggio e, a poco a poco, sono riuscita a rompere le catene che mi legavano a quel posto finto-ricco.

Perche’ lo chiamo “finto-ricco”? Perché se vai in Svizzera ti senti ricco, ma non lo sei nella realtà: sei solo in trappola.

Parlo della Svizzera Tedesca, il paese degli umani-ghiaccioli che camminano, senza emozioni, dove se cade un anziano o annega qualcuno è molto raro che prestino soccorso spontaneo.

Anch’io, sentendomi una finta-ricca come tutta la gente da cui ero circondata, finivo per viaggiare  spesso,  soprattutto con destinazione  Mallorca… di cui mi sono innamorata.

Così, un giorno, ho fatto il grande salto e mi sono trasferita su questa isola.

Ora sto scrivendo dall’esterno del Museo di Arte Moderna della città di Palma e, sotto di me, vedo il porto di Mallorca e non più il Reno, un fiume piuttosto pericoloso dove la gente del posto era felicissima di nuotare durante l’estate.

A me piace il mare, solo e soltanto il mare, non mi piacciono le montagne, né la campagna, né la neve.

Qui a Mallorca condivido la casa con una ragazza che ha un cane molto dolce e che mi fa sentire amata perché vuole sempre giocare e mi porta la pallina.

Oggi ho la consapevolezza di aver fatto la scelta giusta: è questo il luogo dove voglio stabilirmi.

Adesso devo rimboccarmi le maniche ed iniziare daccapo, ancora una volta: anzitutto trovare una sistemazione professionale. Sono tuttavia convinta che, a poco a poco e con pazienza, tutto arriverà.

Ah! La nota positiva è che ormai parlo discretamente il tedesco, oltre allo spagnolo e all’inglese e, qui, mi sarà di grande aiuto se vorrò lavorare nel campo turistico o affine, visto che è pieno di tedeschi.

Perché vi ho raccontato la mia storia?

Perché so, per esperienza personale, che serve tantissimo leggere quelle degli altri: offrono casi concreti, speranza e stimolo per trovare la forza di imitarli.

Spero, in qualche umile modo, di esservi stata utile!

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Entrata Museo d’Arte Moderna di Maiorca, da dove ho scritto questo post.

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