mamma-francia

Eccomi qua, ho appena festeggiato il mio secondo anno lontano dall’Italia: è tempo di bilanci! Amo ancora la mia bella Annecy e il mio stupendo “lago blu” che accompagna le mie giornate. La nostalgia di Roma, della vita che ho lasciato alle spalle non mi ha ancora colpita, sono capitata in un angolo della Francia in cui la tanto rinomata boria francese è assente. In due anni non ho mai incontrato qualcuno che non mi abbia capita, certo cosa ben diversa è spostandosi al nord, sembra sappiano solo dire “je ne comprende pas”. Sbagli la pronuncia di una “U” è la fine (ricordati sempre che il lievito si pronuncia leviur, prova a dire levur e non mangerai mai la pizza).

Sono completamente assuefatta al formaggio francese, in realtà ne sono dipendente, adoro il parlare a voce bassa, l’assenza di urla delle mamme nei parchi e dei venditori al mercato. Sono conquistata dalla forza con la quale i francesi pretendono il rispetto dei loro diritti, per i quali si battono ad oltranza, conquistata, anche, dalla loro capacità e voglia e di godersi la vita.

Beh tutto sommato direi un bilancio positivo, ma …c’è un ma.

A distanza di due anni è emersa una differenza culturale che mi ha pugnalata, inaspettatamente, laddove fa più male: al mio cuore di mamma. Mi fregiavo di essere differente dalle tante mamme “italiote” che conosco, apprensive e figlio dipendenti, io ero una mamma della scuola francese di Roma, ero già stata svezzata alla nuova cultura che mi ospita, ne avevo viste e superate di tutti i colori.

La mia altezzosità è stata punita!

E’ stata punita lentamente e severamente.

Il calvario è iniziato lo scorso anno, quando il figlio di un nostro amico, che frequentava la stessa scuola romana del mio, si è diplomato e come giusta conseguenza del suo percorso di studi si è trasferito a studiare a Parigi. Un allarme è scattato nella mia testa.  Mi sono guardata attorno, ho visto i miei vicini di casa, i fratelli maggiori degli amici di mio figlio, ho ascoltato storie di conoscenti: raggiunta la maggiore età si lascia casa dei genitori, ci si trasferisce per motivi di studio o di lavoro e, più o meno, intorno ai 22, 23 anni iniziano le prime esperienze di convivenza.

ODDIOOOOO IL MIO BAMBINO HA GIA’ 10 ANNI!!!!!!!! NO, LUI NON PUO’ LASCIARE LA SUA MAMMA A 18 ANNI! NON SE NE PARLA!!!!!!

La maggior parte dell’inverno è passata con questo tarlo che mi ronzava nel cervello e poi ……. e poi il colpo di grazia finale: il campo estivo con gli scout. Diciannove giorni a 1000km di distanza senza nessuna forma di comunicazione. Si avete capito bene nessuna informazione, niente mail, niente messaggi, niente gruppo whatsapp, niente foto, niente di niente per 19 giorni.

L’angoscia ha preso il sopravvento, il mio pseudo contegno da mamma equilibrata e altezzosa e il mio cuore sono stati lacerati. Non è un’esagerazione, il termine “lacerato” è il più ideo a descrivere il dolore e lo sdoppiamento della mia anima. Da un lato il riconoscere che i francesi hanno un rapporto più sano ed equilibrato con la genitorialità, il pensare che fosse una scelta giusta, una scelta di crescita e d’integrazione sociale. Dall’altro la rivendicazione del mio diritto, di madre italiana di figlio maschio unico, a tenere il mio cucciolo accanto a me, “attaccato alle sottane di mammà”, a poterlo coccolare e proteggere e tenerlo in custodia per sempre.

Il 20 luglio alla stazione è stato un supplizio vederlo salire sul treno mentre diceva “non voglio partire”, dovergli dire “ma no amore parti tranquillo, ti divertirai”. E loro, le mamme francesi, tranquille facevano ciao, ciao con la mano e chiacchieravano tra loro.

Scherzo, ironizzo, mi prendo in giro, ma devo dire che questa volta mi sono ritrovata in qualcosa più grande di me, persa in un conflitto culturale di dimensioni epiche, circondata da un mondo che non capiva e non condivideva e nell’impossibilità di appoggiarmi a mio marito completamente soggiogato dalla “genitorialità alla francese”.

Tutto questo si è tradotto in evidenti e consistenti disturbi psicosomatici per me e solitudine per mio figlio che, nell’incapacità di esprimere e gestire le sue emozioni, probabilmente perso anche lui nel confronto tra modelli familiari differenti, si è ritrovato a gestire da solo, senza il mio supporto, il primo vero distacco da casa.

Cosa resta di questa esperienza?

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Una profonda riflessione sul rapporto con mio figlio, una maggiore comprensione del suo modo di chiedere aiuto, il tentativo di offrigli un’attenzione differente, più idonea ai suoi attuali bisogni, con un occhio ai conflitti culturali in cui anche lui può inciampare.

L’inizio di un percorso di crescita teso a trovare l’equilibrio tra le mie due realtà: la “mamma italiota” e la “mamma alla francese”.

4 commenti
    • Annalisa
      Annalisa dice:

      Grazie ???
      Devo dire che di emozioni ne ho provate davvero tante e gestirle e’ stato moltoooo faticoso, ma credo che questa esperiznza stia portando qualcosa di positivo

      Rispondi
  1. floriana
    floriana dice:

    ciao, in Francia da soli tre mesi, condivido assolutamente la “modalità” dei francesi di vivere accanto ai figli e non PER i figli, ma ti volevo raccontare che anche in Italia quando i ragazzi vanno al campo scout per due settimane nn li vedi e non li senti, lo so bene perchè le mie figlie li frequentano da sempre ed adesso sono capi-scout (laici). Si fa così perchè quando sono al campo si crea una specie di bolla nella quale vivono quell’esperienza, le telefonate sarebbero assolutamente NEFASTE (esperienza) romperebbero la magia. Alla fine quando tornano i ragazzini in effetti sono un pò cambiati, specie nei primi giorni, ma fa parte del processo di maturazione. Spero che anche in Francia le mie ragazze, che tra poco mi raggiungono (non le vedo da tre mesi…) possano continuare con la loro esperienza scout.
    Sono contenta di averti letta, ci sono tantissime expat in posti incredibili del mondo ma poche in francia. Bisous, floriana

    Rispondi
    • Annalisa
      Annalisa dice:

      In realta’ condivido molto l’approccio francese alla genitorialita’, ma la sostituzione di modelli radicati nn e’ facile a quanti pare?

      Rispondi

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