Tra pochi giorni mi sposo.

Ho conosciuto il mio futuro marito qualche anno fa, in uno dei club notturni più turistici di Barcellona, l’Opium, una discoteca con una terrazza che si affaccia sul mare.

Era una di sera d’inizio estate, faceva caldo e stavo andando a letto.

Mi invitarono a uscire e cedetti alla tentazione di respirare un po’ d’aria fresca facendomi contagiare dall’entusiasmo di un’uscita tra amici.

Pensavo che sarei stata fuori solo un paio d’ore, così mi tolsi il pigiama e indossai svogliatamente un vestito nuovo a fiori che mi ero comprata due giorni prima e un paio di espadrillas con tacco medio per stare comoda.

Non ricordo neanche se mi pettinai. Salii di casa senza un filo di trucco e con un serbatoio di energia in carica.

marito

Opium disco a Barcellona

La compagnia era divertente e la nottata trascorse rapidamente.

Diverse ore dopo, a fine nottata, quando eravamo vicino all’uscita e a punto di andar via, vidi lui.

Visto da lontano sembrava un ragazzino, credevo che fosse più giovane di me, e si muoveva per quel locale con fare disinvolto, come di chi va a caccia in un luogo dove è stato tante volte e dove tornerà altrettante volte.

Ma qualcosa che non so spiegare lo attrasse a me, quella sera, e nessuno dei due sapeva che di lì a pochi mesi, il cacciatore e la preda si sarebbero cacciati nel turbolento vortice di una relazione sentimentale che avrebbe portato al matrimonio.

Mi si avvicinò, si fermò davanti a me e mi chiese: “Where are you from?”.

Quando gli risposi che ero italiana, lui replicò: “Il mio bisnonno era italiano, io parlo italiano, “ho nascuto” in Argentina”.

Ne seguì una brevissima conversazione in spagnolo interrotta dal volo di un portafoglio che poi consegnammo al servizio di sorveglianza del locale, non sapendo chi ne fosse il proprietario.

Nel frattempo si era fatto tardi e chi mi accompagnava voleva andar via.

Ma nell’era delle interconnessioni istantanee e dei corteggiamenti fulminei, lui mi aveva già agganciata su Facebook e su Whatsapp.

Così ci rivedemmo qualche giorno dopo e, poco a poco, quell’estate, ci lasciammo intrappolare da una di quelle reti invisibili e pericolose che inconsciamente ti conducono all’abisso e quando te ne accorgi ormai è tardi.

Lui si chiama Bruno, è uno spagnolo di origini argentine ed ha un nome e un cognome italiani. La storia della sua famiglia racconta anche un pezzo di Storia italiana che ora vi narrerò.

Stando a quanto mi è stato raccontato, non molto in verità, il bisnonno di Bruno era un uomo alto, con una barba folta e brizzolata e con una pipa sempre in bocca.

A cavallo tra l’800 e il ‘900, si unì alla “grande emigrazione” di genti italiane che cercavano riscatto altrove, in terre molto lontane che i migranti dell’epoca forse non erano neanche in grado di ubicare con esattezza sulla cartina geografica.

Quest’uomo, di cui non è noto il nome, vendette l’asino, lasciò il cuore delle Alpi, le montagne della Valtellina, e arrivò a Genova, da dove salpò in un bastimento alla volta delle Ande e del continente sudamericano.

Approdò in Argentina, in una città di provincia vicino Buenos Aires che si chiamava La Plata.

In questa città di provincia con strade a scacchiera e viali senza nome contrassegnati solo da numeri, ebbe un figlio che sarebbe diventato un veterinario e che avrebbe messo al mondo il padre di Bruno.

Nel frattempo l’italiano, o meglio, il dialetto valtellinese, andava scomparendo dopo essersi contaminato con lo spagnolo locale, con il passaggio di generazioni e con la permanenza in una terra straniera.

Qualche decennio dopo, nella seconda metà degli anni ’70, il padre e la madre di Bruno si conobbero nella facoltà di architettura.

Sua madre, che oggi è un’architetta femminista di sinistra, in quel periodo era una studentessa di buona famiglia che studiava alla facoltà di architettura e che iniziava a nutrire una profonda avversione contro il perbenismo borghese da cui proveniva e contro la criminalità legittimata dal governo impostasi con la dittatura militare. In quel periodo lei, come tanti altri, era considerata una sovversiva del regime.

Si raccoglieva con gli altri studenti nelle aule universitarie, si univa ad altre donne nella lotta di genere per le strade e protestava contro il clero e contro le istituzioni per un mondo più giusto e ugualitario.

Rimase incinta di Bruno nel bel mezzo della dittatura militare argentina, quando le forze governative mettevano in atto la “sparizione forzata” di dissidenti o presunti tali.

Molte donne partorirono mentre erano detenute, quasi sempre i militari le uccidevano in carcere e poi si appropriavano dei neonati illegalmente crescendoli come se fossero figli loro.

Questo argomento è ancora un tabù in Argentina perché è un tema ancora recente e molta gente continua ancora oggi a soffrirne le conseguenze. Bruno avrebbe potuto essere un “niño desaparecido”.

Se gli eventi avessero seguito questo tragico corso, non ci è dato sapere se i nostri cammini si sarebbero incrociati.

Ma le cose andarono diversamente.

I suoi genitori riuscirono a mettersi in salvo in più di un’occasione e poi trovarono la salvezza definitiva in un aereo diretto verso la Spagna, quando lui aveva solo un anno.

Lui e la sua famiglia si stabilirono a Barcellona. A scuola i bambini catalani lo chiamavano “l’argentino”.

Se gli chiedi di che nazione si sente, ti risponde che non appartiene a nessuna bandiera e che è un cittadino del mondo. Parla il catalano come un catalano e parla lo spagnolo con l’accento catalano.

Ma quando parla con la sua famiglia utilizza “vos” e “ustedes” invece di “” e “vosotros” e coniuga i verbi alla maniera argentina.

Quando parla con tutti gli altri, invece, si conforma al castigliano di Madrid e della Real Academia Española, che corrisponde alla nostra Accademia della Crusca.

Lo fa senza forzature perché le migrazioni ti rendono il cervello plastico. Adesso lui viaggia spesso in Italia e parla l’italiano con me e la mia famiglia italiana, che adesso è anche la sua famiglia.

Così, il cerchio migratorio di qualche generazione fa si chiude e Bruno sta riscoprendo le sue origini italiane a seguito dell’ondata migratoria dei nostri tempi, quella dei “millenial”, quella che mi ha portato a vivere qui e che ci ha fatti conoscere.

Migrazioni e transizioni rappresentano la storia della mia vita e quella di molti miei coetanei.

Sono una migrante digitale perché quand’ero molto piccola ascoltavo le audiocassette con il registratore analogico e osservavo mio padre maneggiare la macchina per scrivere, ma a sedici anni miglioravo il mio inglese sulla tastiera del PC di casa “chattando” con ragazzi stranieri di tutto il mondo.

Sono una migrante del sistema educativo perché ho vissuto la riforma universitaria e il passaggio dal ciclo unico al 3+2 e all’accumulo di CFU come se fosse una raccolta punti.

Infine, in piena rivoluzione digitale e nel bel mezzo della più grave crisi economica dai tempi della Depressione degli anni ’30, sono un’espatriata tra i tanti millennial che hanno conseguito una o più lauree, che volano “low cost”, che parlano almeno due lingue e che fanno entrare il mondo e la famiglia “lontana” in una tasca grazie allo “smart phone” e ai prodigi di Skype, Whatsapp e Facebook.

Ogni tanto mi chiedo che avrebbe pensato quell’uomo alto, con la pipa e i capelli brizzolati che era il bisnonno di Bruno se fosse stato spettatore della nostra epoca.

Supponiamo che avesse nostalgia di casa, di quanto si sarebbero alleviate le sue sofferenze se avesse “abbandonato” la sua terra natia poco più di un secolo dopo in circostanze completamente diverse e in un mondo completamente mutato?

In fondo, se comparato con l’immensità dei secoli passati, un secolo non è poi così tanto.

Avrei voluto scrivere un articolo sui preparativi del matrimonio, sulle pratiche burocratiche che ci siamo sobbarcati e sulle differenze culturali tra Italia e Spagna per quanto riguarda i matrimoni, anche se in realtà non sono particolarmente impattanti.

Ma la mente si è distratta pensando alla Storia con la lettera maiuscola, quella dei grandi eventi, e a come questa si intrecci alle storie personali dei singoli individui.

Credo che, a matrimonio avvenuto, dedicherò il mio prossimo articolo al “nostro grosso grasso matrimonio italo-spagnolo-argentino” sperando che sia d’interesse per i lettori di DCEE.

concorso-letterario

Concorso di Letteratura per Racconti a tema Expat “Le paure ed il coraggio delle Donne” aperto fino al 31 luglio 2017.

11 commenti
  1. Patricia
    Patricia dice:

    Perfecto!!!! Respetuoso, conmovente, una mirada sin prejuicios, poniendo a todos iguales en un mismo plano. Auguri .

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  2. Arianna
    Arianna dice:

    Bellissima storia Maria Luisa! Anche io vivo a Barcellona, sono sarda e convivo con un Brasiliano… e quindi un pochino mi ci sono riconosciuta…anche se noi viviamo l’altra faccia di Barcellona, lui è pizzaiolo, io cameriera e viviamo nel Raval! Chissà un giorno vi racconterò la mia storia, cosi la gente conoscerà l’altra prospettiva della città… nel frattempo, aspetto con ansia il prossimo racconto sul tuo “grosso grasso matrimonio italo-spagnolo-argentino”

    Rispondi
  3. Solare
    Solare dice:

    Mi è piaciuto molto come metti in prospettiva tutte le generazioni in questa giostra di vite giramondo. Trovo molto interessanti le storie degli immigrati del passato e credo che essere figli di immigrati in terra straniera aiuti a tenere vive le fila della storia delle famiglie perché il bisnonno di Bruno ha segnato un punto di partenza molto importante da cui la storia poi si dipana. Se non fosse emigrato forse nessuno si ricorderebbe della sua esistenza, molto affascinante.

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    • Maria Luisa
      Maria Luisa dice:

      Ciao, sono contenta che il messaggio sia arrivato ai lettori e le tue parole me lo fanno capire. Grazie per avermi letto. Ciao!

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  4. rosa
    rosa dice:

    Bellissimo articolo, commovente!
    Non sono un’expat, ma lo è mio figlio, e leggo con molto interesse il blog.
    Del tuo articolo, mi fa impressione la distanza incommensurabile che si creava tra gli emigrati e chi restava, in un’epoca senza comunicazioni.
    La sorella di mia nonna emigrò sedicenne in Germania (non lontano, quindi) nel lontano 1891, e per i casi della sua vita non riuscì mai a ritornare, né a rivedere genitori o sorelle, due delle quali non conobbe mai, perche nate daopo la sua partenza.
    Solo qualche lettera e tante lacrime…. Non so come chi restava riusciva ad accettare il distacco. Adesso, per fortuna, è diverso. Non sappiamo quanto siamo fortunati!

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    • Maria Luisa
      Maria Luisa dice:

      Cara Rosa, sì, doveva essere tragico per loro, hai colto perfettamente il senso del mio articolo. Grazie per il tuo interesse verso il blog. Alla prossima!

      Rispondi

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