Vivendo negli States, ho la fortuna di entrare in contatto con culture completamente diverse dalla mia e penso sempre sia un gran privilegio.

E’ davvero quasi impossibile uscire a cena tra amici e non essere come minimo “un italiano, un cinese e un americano”; un po’ come nelle barzellette più famose. Ed è sempre favoloso, perché ognuno parla inglese con il proprio intramontabile accento e  porta con sé racconti ed esperienze di vita sempre diversi.

E poi c’è la parte in cui si parla del più e del meno: immediatamente, ci si rende conto di altrettanti punti in comune che non fanno più sentire così tanto la distanza culturale.

Ho sempre apprezzato la diversità, forse perché sono figlia di siciliani emigrati al nord, un grande classico italiano, e adesso sono emigrata io stessa, negli Stati Uniti.

La diversità non è data solo dalla religione, dalla lingua, dal vestiario o dal colore della pelle.

Caratteristiche queste, ahimé, che sono alla base di conflitti gravissimi che ancora attanagliano la nostra società.

La magia della diversità sta piuttosto nel vivere la stessa identica vita in maniera totalmente diversa da quella che ci è capitata.

Il fatto di essere cresciuti con una cultura piuttosto che con un’altra è solo ed esclusivamente una questione di fatalità genetica.

Nasciamo per un mescolamento genetico tra una mamma ed un papà (o in provetta, addirittura) che vivono in Sicilia, come a Bangkok, come in Cina, e abbiamo quell’unica possibilità: non ce ne sono altre. E dunque una sola vita da vivere.

Cresciamo inevitabilmente con un unico modello, recitiamo preghiere che diventano sempre più familiari, impariamo quella lingua, mangiamo cibi tipici, a volte – purtroppo – viviamo nella più assoluta povertà.

Ed eccoci dunque: tutti diversi, tutti con il proprio bagaglio e con la propria storia fatta di esperienze, di sapori, di colori e di profumi ineguagliabili.

Pensate solo ai mille modi diversi di bere il tè o il caffè, ai numerosi piatti tipici, ai modi di salutarsi quando ci si incontra e potrei andare avanti all’infinito.

Imparare la ricetta autentica del pollo al curry indiano, bere il tipico çay turco, essere invitati al pranzo del ringraziamento americano, è un po’ come poter vivere le mille vite possibili ad ognuno di noi che non ci sono state concesse. E ditemi se questa non è una gran fortuna!

Gli americani sono soliti fare il pot luck, ovvero, pranzi o cene in cui ognuno porta qualcosa.

Io li adoro perché ogni volta è un tripudio di specialità tipiche, e perché, in queste occasioni, ognuno vuole dare un piccolo spaccato culinario della propria tradizione d’origine. E via di cous cous, hummus di ceci, chili, alette di pollo e ravioli cinesi!

Saranno il clima festoso e l’atmosfera magica che si respira, ma penso che sarebbe davvero bello apprezzare la multiculturalità così come si apprezza e si degusta il cibo diverso dal nostro.

E’ terapeutico e fa viaggiare mente e cuore!

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2 commenti
  1. Daniela
    Daniela dice:

    Ho letto i tuoi articoli, tutti molto interessanti, scritti poi da chi vive negli USA, paese che amo moltissimo e che spero di vedere un giorno…. continua a scrivere e in bocca al lupo!

    Rispondi
    • Cecilia
      Cecilia dice:

      Grazie Daniela!!!Viva il lupo! Grazie di cuore per le tue parole!Un po’di incoraggiamento non guasta mai, soprattutto per chi è alle prime armi!
      Buon 2018!Che sia sereno e che ti dia l’occasione di progettare il tuo viaggio negli States!

      Rispondi

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