Oslo e le ciaspole della salvezza

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Testimonianza inviataci da Paola, Oslo


Per comprendere l’ilarità della storia che vi sto per raccontare, è necessario che mi presenti.

Sono una ragazza sarda di Cagliari, il mare ed la spiaggia sono i miei elementi. Grazie ad una lunga esperienza scout, sono abituata anche alla montagna ed alle escursioni. Ma come capirete a breve, probabilmente ho sopravvalutato le mie capacità da escursionista.

Vivo in Norvegia, la patria dello sci di fondo.

Qui, sostengono che i bambini norvegesi nascano con gli sci ai piedi. Fino al giorno fatidico, la mia unica esperienza di sci di fondo era stata osservare con sguardo scettico i norvegesi che in metro ed in pullman trasportano a mano i loro sottilissimi e lunghissimi sci. Ma fino ad allora non li avevo mai visti in azione.

Una domenica soleggiata di Marzo decido di venir meno alla mia pigrizia e andare a farmi una passeggiata.

Oslo è una bella città, ma la vera bellezza della Norvegia sta nei boschi, nei sentieri.

Il fatto che essi siano facilmente raggiungibili dalla metro, rende il tutto impagabile. Ero già andata a piedi in un bosco molto carino e suggestivo in cui era possibile fare una passeggiata rilassante.

All’inizio della camminata sono anche spavalda e mi tolgo la giacca per ben 5 minuti, cambiando subito idea per via dell’apparente “caldo”.

Ad un certo punto vedo l’indicazione per un rifugio un po’ distante, chiamato Ullevalseter.

Avevo voglia di boller, un dolce tipico norvegese che solitamente si mangia nei rifugi. L’ultima volta che sono arrivata lì era Ottobre e non c’era neve. Incurante del fatto che probabilmente stavo per raggiungere una delle zone più affollate per lo sci di fondo nella zona di Oslo, inizio a camminare a passo deciso e convinto.

La prima parte del sentiero procede bene, sono da sola ed è possibile camminare.

Arrivo alla pista da sci, una grande ed ampia pista da sci con norvegesi che facevano sci di fondo in entrambe le direzioni.

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Erano tantissimi, alcuni avevano il cane con loro, altri avevano avevano trasportini dietro con tanto di bambino neonato e scorte di cibo. Tutti vestiti in maniera tecnica e professionale, quasi sinuosi nelle loro tute da sci e con tanto di fascetta per capelli patriottica. Mi guardo.

Con i miei jeans, scarponi dei tempi antichi e occhiali da sole. Sono assolutamente fuori posto. Testarda e desiderosa di arrivare fino all’obiettivo prestabilito, mi metto a camminare al lato della pista, per non disturbare gli sciatori. Ogni passo mi fa capire sempre più che non lì non c’entro nulla, sono un pesce fuor d’acqua.

In Norvegia si fa sci di fondo, non si cammina nelle piste, mi hanno ricordato i miei amici dopo che ho raccontato quest’esperienza. Ed avevano ragione. Se anche nessuno mi ha sgridato per i buchi nella neve che lasciavo dietro di me, sentivo gli sguardi di disapprovazione e fastidio dei norvegesi nella mia schiena. Sono molto restii a parlare con estranei, motivo per cui nessuno mi ha detto niente. Mi sentivo assolutamente a disagio, fuori posto e quasi mi vergognavo di camminare accanto agli sciatori.

Ad un certo punto abbandono il mio obiettivo e, stanca e desiderosa di essere invisibile agli occhi di questi imperturbabili sciatori scandinavi, decido di tornare a casa.

Per fare ciò, devo prendere il sentiero per il lago di Sognvann.

Sfortunatamente, la pista principale, quella grande bella e battuta dove è normalmente possibile camminare, è chiusa per via di una competizione sportiva. Per tornare a Sognvann bisogna prendere un sentiero nel bosco, non battuto.

Mi incammino per il nuovo sentiero, ma è quasi impossibile. La neve è talmente soffice che ad ogni passo sprofondo, cadendo spesso anche in ginocchio. Ormai non sono più estasiata dalla bellezza dei luoghi. Sono solo doppiamente in ansia: da una parte riesco a malapena a camminare nel sentiero, dall’altra ho paura degli sciatori.

Si, perchè in quella pista potevano passarci anche gli sciatori, ed io sto lasciando enormi buchi nel sentiero ad indicare il mio passaggio. Poche cose infastidiscono i norvegesi come i buchi nei sentieri quando si fa sci di fondo. Avevo paura che mi avrebbero urlato contro (e ciò sarebbe sicuramente accaduto in un altro paese).

Maledico la mia voglia di stare all’aperto, di fare una domenica diversa all’insegna dell’avventura. Potevo starmene a casa al caldo. Prendo anche in considerazione l’idea di mollare tutto ed aspettare che la neve si sciolga. Scenario impossibile, ma questo dice quanto fossi disperata.

Due note positive che mi hanno fatto andare avanti.

La bellezza dei luoghi e la – sorprendente – simpatia delle persone che si sono fermate a parlare con me nel sentiero.

Era la prima volta che norvegesi iniziavano a fare conversazione con me senza motivo. Solitamente, una delle cose che il norvegese tipico odia, oltre i risaputi buchi nella pista da sci di fondo, è parlare con sconosciuti.

Sembrerebbe che questa legge non scritta, così palese in metro e per strada, non valga quando si è a fare escursione. In quella situazione le persone si sono fermate a chiedermi come stessi (probabilmente la mia faccia straziata e sudata urlava aiuto) e ad augurarmi in bocca al lupo per il resto del sentiero e buona giornata.

Ma il meglio deve arrivare.

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Quando ad un certo punto sono pronta a mollare, incrocio un signore anziano che scia in direzione opposta alla mia.

Mi dice qualcosa in norvegese, e lì parte subito la mia risposta ormai automatica “Sorry, I don’t speak norwegian“. “Ah, non sei norvegese giusto?“. Ribatto ridendo “beh chiaramente, altrimenti non mi troverei in questa situazione“.

Ogni cellula del mio corpo urlava “NON NORVEGESE”, anzi sud-europea, expat, esotica e fuori luogo.

Il sorridente signore mi dice che avrei avuto molta difficoltà a continuare a camminare nel sentiero, che rischiavo di farmi male. Si ferma toglie dallo suo zaino da trekking un’accetta (ma sì, perchè no, si porta sempre un’accetta quando si scia) e mi costruisce delle ciaspole con rami di abete, chiedendomi se ci siano molti alberi simili in Italia ed in Sardegna.

Dopo le solite battute tipiche sullo scenario politico italiano, mi invita a stare attenta oltre che al sentiero anche alle persone. Quello che sto facendo, cioè camminare nel sentiero lasciando buchi e cadendo, è una delle cose piú odiose per i norvegesi. Mi dice: “10 anni fa ti avrebbero urlato contro ed anche spinto. Oslo è la capitale mondiale dello sci di fondo, le persone sono fissate. La prossima volta che vuoi fare una camminata, vai in certi sentieri“.

Consiglio saggio e giusto.

Dopo avermi costruito anche due bastoni, lo ringrazio infinitamente e riprendo infine la mia camminata.

Riesco a camminare meglio, ma sembro ancora più ridicola di prima. Aumento il passo per non incrociare nessuno nel sentiero, perdendo foglie e rami ad ogni metro.

Riesco ad concludere il sentiero, felice di ritornare nella pista battuta.

In conclusione: bella giornata da pesce fuor d’acqua, impreparata, goffa e completamente a disagio.

Se il prossimo inverno dovessi essere ancora ad Oslo, mi comprerò gli sci. Sento di aver perso una delle cose più divertenti della stagione fredda.

A prescindere della frustrazione, dall’imbarazzo e dal sudore, il signore gentile in primis, e le altre persone volenterose di spendere qualche parola in inglese con me, mi fanno sorridere al ricordo di questa giornata di inizio Marzo in un sentiero nevicato nell’area di Oslo.

La loro gentilezza mi ha piacevolmente spiazzato. Proprio quando non ti aspetti che nessun tipo di aiuto e comprensione si manifesti nei tuoi confronti, qualcuno si presenta e ti dà una mano. In alternativa, tira fuori un’accetta e ti costruisce delle ciaspole di salvezza.

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