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Ieri sera sono andata al Sullivan Room a sentire il mio amico Manuel suonare.

Da qualche mese lo hanno arruolato come dj resident per le serate del venerdi’. Se lo merita perche’ ha lavorato sodo, si e’ esercitato assiduamente, e i risultati si vedono, anzi, si sentono.

Mi piace la sua musica. Non perche’ lui sia un mio amico. Semplicemente, sono suoni che mi prendono, ritmi che mi fanno venire la  voglia di ballare in pista. Anche se fossi da sola.

Manuel e’ di origini cilene da parte materna, il papa’ e’ Americano. Come la maggior parte degli incroci, anche nel suo caso,  ne e’ uscito un prodotto molto vicino alla perfezione, da un punto di vista puramente estetico.

In pratica, il mio amico in questione e’ un figo della Madonna.  Le mie amiche che lo hanno conosciuto sono tutte d’accordo con me.  Andy  & Co. lo apprezzano in modo molto particolare. I miei amici maschi, gli etero, sono arrivati al punto di fare piu’ complimenti a lui che alle mie amiche, le stesse di cui sopra.

Manuel porta i capelli  lisci e neri, lunghi fino alle spalle. Ogni tanto li raccoglie in una coda un po’ scompigliata. I suoi occhi, oltre ad essere lo specchio dell’anima, sono uno specchio dove ogni donna di eta’ compresa fra i quattro e i settanta anni vorrebbe volentieri vedere riflessa la propria immagine. Le ciglia sono come quelle di una ragazza, lunghe e arcuate. Le sue labbra sono carnose , ma non troppo pronunciate e i suoi denti sembrano finti, tanto sono bianchi e lineari.  Stranamente,  non sfoggia nessun tatuaggio ne’ piercing, il che e’ piuttosto inusuale per un deejay.  Ha ventotto anni e probabilmente invecchiando diventera’ ancora piu’ affascinante.

Io e Manuel ci siamo conosciuti circa un anno fa. In treno.  Non scordero’ mai il nostro incontro. Quella mattina avevo trovato posto in un vagone di coda della metro. Solitamente sono costretta a rimanere in piedi perche’ quando arriva alla mia fermata il treno e’ gia’ pieno zeppo di pendolari che spesso si fermano in piedi alla porta,  bloccando non solo il passaggio,  ma anche lo spazio libero piu’ all’interno.

nycRicordo la neve di quel mattino di fine gennaio. A New York molti uffici e molte scuole rimangono chiusi per il maltempo, ecco perche’ quel giorno il treno era semi vuoto.

Per ripararmi dai fiocchi densi e pastosi mi ero sollevata il cappuccio della felpa e mi ero arrotolata la mia sciarpa sul collo e sulla bocca. Solo i miei occhi rimanevo allo scoperto. Sembravo una musulmana con i jeans. Il vagone era piuttosto silenzioso. Come spesso accade, le persone erano occupate a leggere, a rifarsi il trucco, a sorseggiare il caffe’dello Starbucks, ad ingoiare le briciole degli enormi bagels, a dormire , forse a sognare,ad ascoltare musica chill- out dai loro sottili i-pod di metallo.  Solo il treno faceva rumore.

Con un gesto quasi meccanico avevo estratto “Vice” dalla mia borsa capiente e avevo cominciato a sfogliarlo piuttosto distrattamente.

Vice e’ una fra le mie riviste preferite. Per i suoi articoli che trattano temi assurdi, demenziali, per i suoi toni crudi ,  per i suoi slangs cosi’ vivaci e volgari, per le sue foto tridimensionali, per i suoi inserti pubblicitari sul ‘equipaggiamento snowboard e skateboard. In diverse occasioni sono stata approciata da giovanotti interessanti mentre stavo leggendo Vice. Questa rivista sembra attirare gli uomini come una calamita, funziona meglio di una minigonna o di un bikini brasiliano.

E’ una rivista interessante”  qualcuno mi aveva sovrastata con il suo vocione proveniente dall’alto. Strano che a leggerla sia una donna – il vocione aveva continuato il suo dialogo senza darmi il tempo necessario per individuarne la fonte. Timidamente avevo alzato lo sguardo, quasi con timore reverenziale. Il vocione se ne stava di fronte a me e si teneva aggrappato al metallo tubolare del vagone.

La ragazza dal viso trasparente che mi sedeva si era alzata per prepararsi a scendere , e Manuel si era prontamente seduto al suo posto. Vicino a me.

Io e Manuel abbiamo gli stessi colori, forse anche per questo siamo riusciti a costruire un legame intimo e forte da subito. Come un cane e il suo padrone che dopo un po’ acquisiscono gli stessi tratti fisiognomici quasi a suggellare il loro rapporto intimo. La nuova vicinanza  fisica con Manuel mi aveva fatto ritornare la voce e avevamo sfruttato tutte le fermate a nostra disposizione per approfondire la nostra conoscenza.

Poco prima di scendere, ci eravamo scambiati i nostri biglietti da visita, come due persone importanti. Da quella volta non ci siamo piu’ persi di vista. Sembra ridicolo, ma cio’ che mi  aveva colpita di Manuel  erano  stati il suo modo di esprimere concetti, idee, sensazioni, il  suo tono elegante, il suo bagaglio culturale, la sua curiosita’ intellettuale, la sua professionalita’. Tra di noi non e’ mai accaduto nulla di fisico.

Devo ammettere che all’inizio ne ero  un po’ dispiaciuta perche’ ero molto attratta da lui. Poi ho capito chiaramente che lui non era attratto da me fisicamente, ma era affascinato piuttosto dalla mia intelligenza. Non me lo ha mai detto apertamente, ma me lo ha fatto capire, naturalmente senza ferirmi.

Semplicemente, non sono la tipa per lui.  Se fosse sempre cosi’ facile accettare una situazione del genere, al mondo ci sarebbero meno cuori infranti, soprattutto femminili. Ieri sera ho aspettato che lui finisse di suonare e poi siamo rimasti al bar del club a berci una bottiglia di vino. Piu’ tardi Manuel mi ha accompagnata a prendere un taxi e  ci siamo fumati dell’erba per strada.

Mi ha salutata con un bacio sulla fronte, come fa sempre, e mi ha messo qualche cosa nella tasca del cappotto.

“E’ il regalo per la tua carta verde…e perche’ mi hai detto che domani devi lavorare, e hai bisogno di essere forte”- mi ha detto.

Grazie, ti invio un SMS quando arrivo a casa”- ho risposto dolcemente. Manuel vuole sempre che gli  spedisca un text per dirgli che sono giunta a destinazione sana e salva.

 Naturalmente, come al solito, mi sono scordata. Ho dimenticato di avvertire il mio amico figo.

 Bella serata. Trascorsa . Passata.


Racconto facente parte di una collezione di storie autobiografiche newyorkesi “Diario di un filo di perle” scritte dall’autrice Alessandra G. e concesse  per la pubblicazione sul web a “Donne che Emigrano all’Estero”.

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