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Mi chiamo Giovanna. Da un anno e mezzo vivo a Muscat, affascinante capitale del Sultanato dell’Oman affacciata sul golfo Persico.

I miei primi 50 anni sono trascorsi nella mia città natale, Bologna. Fin da bambina sono stata curiosa del mondo e desiderosa di conoscere, leggere e imparare.  Finiti gli studi mi sono occupata delle due librerie di famiglia, poi ho lavorato come specialista di libri per l’infanzia per un importante editore italiano . Ho spesso aiutato autori emergenti lavorando per loro come consulente editoriale e ho avuto il piacere di organizzare eventi e mostre nelle mia città. Ho una figlia ormai grande: Valentina, neuropsicologa infantile ed un marito: Daniele, pilota dell’aviazione civile.

La mia avventura in Oman è iniziata proprio perché a Daniele è stato proposto un incarico dalla compagnia aerea di stato Omanair. Stanchi da tempo di vivere in un paese che purtroppo non offre più opportunità e desiderosi di condividere un’ avventura, abbiamo fatto i bagagli e ci siamo trasferiti.  Ad una età in cui di solito si “ tirano i remi in barca “ e si incomincia a pensare ad una vita  da pensionati il più possibile tranquilla, Daniele ed io abbiamo deciso di darci una nuova chance, di guardare al futuro con occhi e cuore ancora desiderosi di novità. Complice nella nostra scelta è stata nostra figlia. E’ stata fantastica, non so quanti al posto suo sarebbero stati così generosi da appoggiare il nostro progetto e ad incoraggiare e sostenere una mamma che fino ad allora aveva viaggiato solo per andare in vacanza.

A 50 anni suonati, in quella che giustamente viene chiamata l’età di mezzo,  ci si sente strani : non si è più giovani, ma nemmeno vecchi. Si ha voglia di cambiamento ma si ha paura di non farcela. Le nostre radici sono ben sviluppate nel luogo in cui si è sempre vissuto, si hanno quotidiane abitudini, si frequentano gli amici di sempre.

Dopo un primo momento di euforia in cui mi sono documentata sul paese dove avrei trascorso i prossimi 5 anni e forse più, dopo aver cercato di imparare un inglese almeno basico, dopo aver fatto progetti di viaggi nel deserto e di gite in barca, organizzato il trasferimento e salutato tutte le persone care dando appuntamento per le prossime vacanze…mi ha colto il panico. Mi son data della pazza, ho pensato di non farcela ma l’orgoglio ha avuto il sopravvento e sono partita ancora una volta sorretta da quella santa di mia figlia che continuava a ripetermi: mamma non ti preoccupare, hai Skype, whattsup e facebook, staremo sempre in contatto, sarà come una lunga vacanza, beata te che puoi andare via da sto paese pieno di problemi.

Ed eccomi arrivata a Muscat . L’aeroporto brulica di gente di ogni etnia, una Babele di lingue e dialetti. I colori sgargianti degli abiti delle donne indiane, shrilankesi, pakistane in netto contrasto con il nero severo delle abaya indossate dalle solo apparentemente altere donne omanite. Gli uomini per lo più bellissimi, nel loro abito tradizionale il dishdasha di un biancore abbagliante. In testa portano papaline cilindriche preziosamente ricamate. Imparerò più tardi che si chiamano kumah e che vengono usate quotidianamente ma che il copricapo ufficiale è il wazar, un telo di cachemire arrotolato sul capo a mo’ di turbante. E poi bambini, tantissimi bambini con gli occhi neri e grandi che mi guardano incantati perché sono bionda, ho gli occhi chiari e quindi sono diversa. Io vorrei soffermarmi ma mio marito che in aeroporto ci passa tutti i giorni, mi spinge verso l’uscita, verso il mio nuovo mondo. Questo mio nuovo mondo lì per lì non mi pare un granché : appena fuori dall’aerostazione vengo investita da un caldo afoso e da umidità grondante, polvere, traffico da fare invidia a Napoli o Roma. Poi vedo il mare più che abbia mai visto  e le montagne color rosa cipria che degradano verso la costa. Per arrivare a quello che sarà il mio nuovo quartiere percorriamo viali bellissimi contornati da prati all’inglese, palme e fiori, tantissimi fiori.

Guardo mio marito e gli stringo una mano mentre guida sicuro tra il traffico e penso che la terra di Simbad il marinaio fa un po’ già parte di me che avrei sempre voluto vivere al caldo e in una città di mare. Penso a Valentina e a quanto sia soddisfatta dalla  mamma che alla fine ce l’ha fatta ce l’ha  fatta a partire, penso alle persone care che a casa attendono di leggere i miei racconti da questo paese ancora sconosciuto.

Allora  mi dico che la vita è degna di essere vissuta e che bisogna cogliere con gioia le opportunità che da essa ci vengono offerte.

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