parena-prontoSe mio marito sapesse che ho deciso di scrivere di cucina credo riderebbe per più di un quarto d’ora di fila: mi ha sempre definita “la donna che fallisce anche scaldando il latte al microonde” e, devo ammettere, che un po’ di ragione ce l’ha. In effetti l’unica cosa che io so fare davvero bene con il cibo è mangiarlo, ahimè!

Qui, però, sono rimasta molto sorpresa nel sapere di come vivono, molte donne, il momento della preparazione dei pasti perché, soprattutto nei villaggi, cucinare non significa solo preparare da mangiare: cucinare è il momento delle chiacchiere, delle confidenze, del confronto e del conforto.
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Perché “in Senegal una donna non cucina mai da sola”, come mi disse tempo fa, ancora in Italia, un’amica senegalese.
In città non è sempre vero: anche qui si vive in appartamenti e ognuno fa per sé, il progresso purtroppo è anche questo, ma dove vive mia suocera, per lei, le sue co-épouses, le sue e le mie cognate è ancora così. Nei villaggi le famiglie legate fra loro vivono tutte in un unico cortile sul quale si affacciano le diverse abitazioni e la cucina non è all’interno della casa ma è un’area recintata affinché i bambini non vi accedano da soli, comune a tutte le donne di quel cortile, e coperta da un telo impermeabile come protezione durante la stagione delle piogge.
La mattina, una volta partiti  i bambini per la scuola, le donne si ritrovano per decidere del pranzo, raccolgono il denaro necessario mettendo ciascuna ciò che il marito ha detto loro di spendere per quella giornata e decidono “chi” fra loro dovrà partire per andare al mercato a fare la spesa; nel frattempo, le altre signore cominciano a mettere in funzione la cucina che altro non è che uno, quando va bene due, bruciatori con un unico grande fuoco che ora, nella maggior parte dei casi, funziona con una bombola a gas ma, molto spesso, ancora a carbone.

parena-prontoDifficile trovare fornelli e forno: qui tutto è cucinato – direi piuttosto fritto- in enormi pentole ed è per questo che è molto pericoloso per i bambini che ci si avvicinano; non è così raro che ci finiscano dentro in qualche modo procurandosi terribili ustioni!
La cucina senegalese è, come in molti paesi cosiddetti poveri, a base di riso, al quale vengono aggiunti poi, a seconda di ciò che si vuole preparare, pesce o carne e verdure varie. Ogni piatto ha un nome e una ricetta ben precisa che tutte le donne di questo Paese preparano alle stesso identico modo! Questa cosa mi ha sempre colpita: ogni bambina, qui inizia molto presto a collaborare in cucina, magari anche con qualche fratellino più piccolo legato sulla schiena. Le viene insegnato come preparare questo o quel piatto che si fa nello stesso modo  sia a nord sia a sud del Senegal. Ogni pietanza, come dicevo, ha un nome, e per ogni minima variazione sul tema varia, automaticamente, anche la denominazione.
Il piatto nazionale è il riso con il pesce, in wolof, la lingua del Senegal, si chiama THIEBOU DIENE;  esiste, però, la variante con il pomodoro che quindi diventa THIEBOU DIENE ROUGE cioè riso al pesce rosso. Ovvio no?
Ma torniamo alle nostre signore al villaggio..una volta che tutti gli ingredienti sono a disposizione inizia la lunga e lenta preparazione del pasto e la divisione dei compiti: chi lava, pela e taglia le verdure, solitamente le più giovani, chi pulisce il riso dalle impurità: il riso viene venduto in grandi sacchi e non particolarmente trattato prima della vendita, lasciandolo poi in ammollo; e chi si occupa della carne o del pesce.
parena-prontoFatto tutto ciò inizia la cottura che, ovviamente, avendo a disposizione un unico fuoco, prende tempo: viene cotto un alimento alla volta fino a che tutto è pronto per essere servito.
Non è difficile capire che tutti questi passaggi possano durare anche 2 o 3 ore, tempo in cui le donne hanno modo di parlare fra di loro in libertà, senza tabù, lontane da occhi ed orecchie indiscreti.

Parlano e parlano e parlano….
del figlio che si è preso in moglie la più lazzarona del villaggio e che passa più tempo a rifarsi i capelli che a riempire la pancia del marito; della figlia ormai trentenne che se non se la prende il cugino tornato dall’Europa almeno come seconda moglie non se la prende più nessuno – perché troppo vecchia – e chissà cosa dirà la gente se dovesse mai restare “jeune fille“, zitella: meglio andare presto da un “marabout“, il capo spirituale, che faccia una bella preghiera per lei, non che poi si pensi che nessuno la vuole perché la famiglia non ha saputo educarla a dovere.
Parlano dei mariti, che dicono di essere a Dakar per lavorare ma qui di soldi loro non ne vedono mai, che si saranno sicuramente presi una “niarel”, un’altra moglie molto giovane, che  avrà fatto girare loro la testa fino a che si stancherà di avere un marito vecchio e lo lascerà, le giovani non hanno scrupoli, e loro si ricorderanno, finalmente, della famiglia lasciata ad aspettarlo al villaggio!

Parlano e parlano e parlano fino a che: “Paréna. .  . è pronto!!”

Noi diremmo: “tutti a tavola” qui invece sono tutti giù per terra su un tappeto e con un unico grande piatto in cui il cibo è disposto, con grande arte decorativa, diviso in ipotetici spicchi in modo che per chiunque ci si sieda intorno, ci sia la giusta quantità di riso e dei vari condimenti da mangiare rigorosamente con le mani con grande delicatezza e attenzione. Ecco:  un’altra cosa che mi ha sempre colpita è come a tutti venga insegnato, fin da piccoli, l’arte di mangiare con le mani senza sporcarsi, facendo piccole polpette di cibo  portandole alla bocca senza che le labbra sfiorino le dita, io non potrei mai riuscirci ed è per questo che, da brava toubab, bianca, imbranata, arrivo sempre dotata di cucchiaio pronta a gustare il piatto del giorno perché io, come già detto, il cibo posso solo mangiarlo!
parena-pronto
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