intercultuaPensieri itineranti sull’intercultura

Allora.

A mio parere  ogni nuovo post dovrebbe iniziare con il termine “allora” perché quando si scrive si continua una linea di pensiero che magari ci ha anche accompagnato tutto il giorno.

Oggi parlo di intercultura, nel mio piccolo, nel senso che, come al solito, non pretendo di scrivere un trattato di psicologia o un libro sull’ intercultura: qui riporto i miei soliti pensieri itineranti che possono o non possono essere interessanti, che sono più o meno utili.

In  un paese anglosassone, e questa è un’esperienza personale, due Italiani che discutono serenamente si pensa che stiano litigando, perché in un certo senso l’abito fonologico fa il monaco, ovvero siamo giudicati per il comportamento, perché in Inghilterra, per esempio, quel tono di voce e il fatto che ci si interrompa continuamente sono comportamenti propri di un litigio.

Noi Italiani sappiamo benissimo che non stiamo litigando: siamo mediterranei e abbiamo un diverso modo di fare che non è peggiore né migliore di altri modi di fare e soprattutto, ricordiamocelo, non siamo né meno né più aggressivi di altri popoli.

Ciò che gli altri vedono come aggressività, noi sappiamo benissimo che non lo è.

Certo, è anche un problema nostro come veniamo interpretati e, se non possiamo cambiare gli altri, dobbiamo cambiare noi stessi.

Magari è bene“regolarci” sugli standard locali in situazioni in cui siamo osservati e, consciamente e inconsciamente, giudicati.

Al costo di ripetermi, questo abito che indossiamo in alcune occasioni non va vestito  perché il nostro modo di comunicare non sia un comportamento fine o non sia lecito ma perché  viviamo in un mondo in cui in alcuni casi l’opinione altrui conta e bisogna tenerne conto (scusate il gioco di parole, a volte mi diverto con poco).

La cultura anglosassone è aggressiva né più né meno di quella italiana o mediterranea e lo ha dimostrato nella storia colonizzatrice e imperialista di cui spesso sembra dimentica.

I mediterranei si interrompono quando parlano e urlano un pochino di più, sono per questi più aggressivi?

Non credo proprio: è un diverso modo di interagire l’un con l’altro che, secondo me,  mostra una differente percezione della realtà, logicamente parlo a livello culturale.

Almeno in Italia, questo modo di interromperci, potrebbe denotare la capacità di una modalità di interazione più veloce e rapida.

Mi domando, quando abbiamo intuito il pensiero dell’altro, perché dobbiamo aspettare che abbia detto tutto, se sappiamo dove vuol andare a parare?

Se all’altro non dà fastidio essere interrotto perché dovremmo aspettare?

In fondo il tempo è denaro, come dicono gli anglosassoni e questo è o potrebbe essere un modo di risparmiarlo o di vagliare diverse opzioni.

A me sembra che a volte discussioni con più interruzioni siano in grado di  aprire diverse strade contemporaneamente e denotano  flessibilità di pensiero, mentre parlare, esporre un’argomentazione fino alla fine e fare una pausa denota forse meno flessibilità, soprattutto se tutti hanno capito cosa si voglia dire e dimostrare: ancora una volta non c’è un modo migliore o peggiore di comunicare, sono solo due modi diversi, come in musica ci sono differenti stili.

Quindi, non lasciamoci dire che siamo prepotenti perché non è vero, la prepotenza si può attuare anche profferendo parole come “please“ e “thank you” ma questo è forse l’argomento di un altro post.

Tutto ciò, ancora una volta, non vuol dire che il modo italiano è migliore ma che la diversità potrebbe avere un ruolo  positivo, anzi  che sicuramente lo ha… poi, quando non siamo a casa nostra, forse dovremmo assumere atteggiamenti altri, che ci aiutano a integrarci nella cultura d’appartenenza anche perché non possiamo evitare che le persone ci giudichino per modi che non capiscono.

Non possiamo entrare nelle loro teste e spiegar loro un pochino di interculturalità quindi dobbiamo adattare i nostri atteggiamenti soprattutto se siamo in un ambiente di business. Adattarsi non vuol dire dimenticarsi chi si è ma imparare nuove modi di interagire che non possono fare altro che arricchirci culturalmente e personalmente.

Voi che ne pensate?

concorso-letterario

Concorso Letterario per Racconti a tema Espatrio “Le paure ed il coraggio delle Donne” aperto fino al 31 luglio 2017.

2 commenti
  1. Solare
    Solare dice:

    Convivo da dieci anni con un uomo british….potrei scrivere un commento lungo quanto il tuo post che se invece di leggerti ti avessi ascoltato, probabilmente ti avrei interrotto già dalla prima frase per confermare, eccittatissima che finalmente qualcuno capisce come stanno le cose e anche perché noi italiani abbiamo un ego un po’ meno frustrato degli anglosassoni e quindi quando deve uscire, deve uscire e farsi notare! Il mio compagno ed io arriviamo a discutere per questi malintesi da anni tipo che lui mi dice:” perché alzi la voce? Non mi va di litigare su questa cosa. Ma io non sto litigando, sto solo spiegando in modo un po’ eccitato che sono assolutamente d’accordo con te o che questa cosa mi piace o che non mi piace ma insomma mica stiamo litigando! ” cosi da anni, una tortura.
    Quando siamo in compagnia di altri inglesi o australiani ( quelli più educati) stanno tutti li in silenzio ad ascoltare che io abbia finito di parlare che magari è pure carino ma a volte salto dentro la conversazione solo per un attimo, interrompendo solo per annuire e loro si fermano e aspettano che io dica chissà che….insomma come sono scolastici, rigidi, che fatica! Quando torno in Italia mi sfogo e parlo pure con i muri e se il mio compagno è presente mi auguro sempre che guardandoci finalmente capisca e impari il nostro sistema comunicativo vivace e complesso e invece lui se ne esce sempre con frasi tipo:” voi italiani…tutto casino!” 😉

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