pensieri-sull-italia

Allora.

Inizio questo post con un “allora” perché porto avanti un discorso ancora non terminato. Il discorso del rientro in Italia anche se non definitivo.

Che dire! Quasi sconcertata.

Non voglio certo essere abbracciata da tutti, ma nemmeno denigrata.

Nell’altro post ho sottolineato come addirittura mi sia stato dato della vigliacca per aver lasciato il paese con il fine di continuare i miei studi universitari.

Come se il fatto stesso di voler studiare in un paese diverso, o di vivere in un luogo lontano da casa che ti dia delle esperienze uniche fosse, in se stesso, sbagliato.

Non so, non capisco. Un mio ex- compagno di scuola anni fa mi aveva detto che stavo scappando.

Alla domanda da cosa, poi, non ha saputo rispondere.

Sono andata all’estero per continuare gli studi anni fa, ero un’altra Barbara. Ormai è passato più di un decennio.

Sono stata fortunata: la borsa di studio mi ha aiutato, ho migliorato il mio inglese ed ho imparato molto.

Poi ho lavorato in varie associazioni, scuole e università.

È stata sicuramente una bella esperienza, a volte faticosa, stancante, a volte meno, ma sono cresciuta molto.

Ho imparato modi di lavorare diversi dal nostro e anche appreso come esprimermi in situazioni di difficoltà – e qui non parlo solo della lingua inglese ma anche della comunicazione verbale in se stessa e di quella para-verbale.

Mi spiego meglio: ho vissuto mondi diversi che non avrei potuto esperire in Italia.

La mia vita non è stata migliore né peggiore di chi è rimasto in Italia: è stata diversa.

Non è stata più bella o più brutta, più interessante o meno affascinante, ma semplicemente mia e particolare.

Vivere fra culture diverse mi ha arricchito e ‘I don’t regret it’. Proprio per nulla: né le esperienze dolorose né quelle più leggiadre. Rifarei ancora tutto nuovamente, forse con più spirito d’avventura, cambierei più spesso paese e impugnerei  la mia vita in mano ancor di più.

Non ho i famosi “itchty feet” ma mi rendo conto che, quando si è giovani, viaggiare fa bene: certo, bisogna partire con una meta e degli obiettivi, a mio parere (ma questo è solo un parere) però l’incontro con l’altro, se strutturato, arricchisce.

La fatica c’è ed è innegabile, ma aiuta ad essere persone migliori e a vedere il mondo con occhi diversi: più grandi, e qui uso l’aggettivo in senso metaforico.

Tornata in Italia, al lavoro, è stato come se tutte queste mie esperienze di vita e lavorative fossero state annullate da alcuni colleghi.

Nel senso “ecco, è venuta, è la nuova: ora la mettiamo sotto noi“. Quando mi sono presentata non ho certo mostrato il mio curriculum verbalmente – so che molti lo fanno. Non ho detto nulla, ero una collega come loro e il “non dire”, però, nel provincialismo della cultura italiana è stato un errore.

Mi hanno trattato con condiscendenza e paternalismo, sfoggiando il loro B1 in inglese, per esempio.

Ho cercato con la gentilezza irlandese, una gentilezza molto elegante, che dice tutto ciò che va detto con calma e distacco, di mostrare che, insomma, avevo qualche anno di esperienza lavorativa. Speravo che giudicassero il mio lavoro presente e non altro.

Invece sono stati giudicati il mio aspetto, la mia borsetta e la mancanza di smalto sulle unghie.

Poi un giorno mi sono dovuta “arrabbiare”.

Dentro ero dispiaciuta ma fuori ero ferma! Ho tirato fuori il mio CV con forza, ma sempre in modo gentile e ho risposto in maniera analitica ad ogni frase che mi è stata detta. Ho continuato a salutare con il sorriso e, ogni volta che si parlava a vanvera, ho sottolineato l’errore; ed ogni volta che si usava una parola straniera, ne ho messo in evidenza l’uso improprio e la pronuncia che spesso declinava sul ridicolo.

L’atteggiamento è cambiato: ma perché bisogna essere combattivi quando si può essere collaborativi?

Perché dobbiamo sprecare la vita e le energie in questa maniera?

Io l’ho fatto per sopravvivere in un ambiente in cui l’ignoranza e la ristrettezza mentale sono all’ordine del giorno. Ma non dovrebbe essere così.

Tra l’altro il mio nuovo modo di pormi non ha cambiato lo stato delle cose; ha solo calmato i bollenti spiriti di persone che si sentono geni per aver letto un libro, di cui spesso non ne sanno neppure riassumere gli eventi principali e spiegare le implicazioni.

6 commenti
    • Barbara Gabriella Renzi (LULE)
      Barbara Gabriella Renzi (LULE) dice:

      Forse, anche questa è una possibilità. Mi è successo in passato che il mio essere donna ha generato dubbi sulle mie capacità: purtroppo il mondo deve ancora crescere e imparare a rispettare le donne e le loro abilità! Io sono orgogliosa del mio essere donna e mi dispiace per chi ancora nutre dubbi sulle nostre capacità, per chi ci verrebbero relegare in un angolino minuto del mondo. Mi dispiace per queste persone perché non capiscono gran che del mondo.

      Rispondi
  1. Marta
    Marta dice:

    Credo che molto spesso, le persone che ci giudicano per le nostre scelte siano mosse o da invidia o da un profondo senso di frustrazione per non aver avuto la possibilita’ o l’intraprendenza di vivere in un Paese che non e’ il proprio. Quella dei commenti sull’abbigliamento e assenza/presenza di trucco poi, non sta ne’ in cielo ne’ in terra (perdonami gli apostrofi al posto degli accenti, scrivo da una tastiera britannica). Io quando torno in Italia mi sento piu’ straniera che in Scozia. Ed e’ esattamente per il motivo che dici tu: non perche’ mi senta migliore, ma semplicemente perche’ sono diversa. Un abbraccio.

    Rispondi

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Condividi con chi vuoi