Il pianto di un emigrato

silvia-iowaOggi mi sono guardata allo specchio dopo aver pianto tutto il pomeriggio.

È stata una giornata dura, di quelle che vorresti non fossero mai iniziate.

Ho pianto perché adesso che sono in Italia mi manca la mia casa in America, con la mia dolce metà che mi porta il caffè a letto. L’ho fatto perché non so dove sto andando e se sto andando.

Mi sono lasciata andare al pianto per un insieme di altre cose, che non vale la pena scrivere.

Mi sono chiesta, poi, tra un singhiozzo e l’altro, sulla base di cosa mio marito mi dice che sono una donna coraggiosa.

Sono rimasta così, con gli occhi fissi nel mio riflesso e l’aria un po’ interdetta.

Come fa a vedere il coraggio in mezzo a tutte queste lacrime?

Il pianto, per me, è sempre stato il mezzo catartico prediletto.

Piango quando sono triste, nervosa, stressata.
O quando sono stanca o anche quando sono felice.
Verso lacrime da quando ho lasciato il mio paese e ho saltato nel vuoto senza paracadute, andando a sbattere a velocità supersoniche contro un terreno di dubbi e incertezze.

Piango, non più di prima, non di meno, ma di un pianto diverso.

Il pianto di un espatriato è un pianto che non necessariamente avviene nel suo paese di adozione, quando è lontano da casa e dagli affetti di sempre.

Anzi: il pianto di un espatriato, delle volte, avviene proprio quando è nella sua patria, perché è lì che si scontra con la vita che aveva e che ha deciso di lasciare.

Non nasce dunque da una nostalgia di casa, ma da un senso di smarrimento improvviso.

Smarrimento che può accadere dal nulla, perché legato ad una scelta di vita straordinaria e alternativa ma per la maggior parte delle volte incerta.

Il pianto di un emigrato diventa un attimo di vita puramente autentico.

L’attimo in cui ognuno abbandona il proprio ruolo di studente, lavoratore, genitore, figlio e resta quello che semplicemente è: un essere umano fatto di sogni e della paura di non poterli realizzare.

Nella maggior parte del tempo, la vita degli espatriati è fatta di frenesia, di valigie disfatte e rifatte.

Di chiamate su Skype ad orari improponibili, di vacanze a casa dai giorni contati.

Ecco che, per molti, la vita da espatriati è una vita vissuta tra le nuvole.

Non per distrazione, ma perché dovrà pur proteggerla con qualcosa di morbido!

L’espatriato ha quella testa perennemente “aggredita” da novità, emozioni, sfide.

Capita così, che quando l’espatriato riaggancia la sua vita al terreno e riprende consapevolezza di quello che sta succedendo attorno a lui, il pianto sia l’unica soluzione plausibile per un’anima come la sua.

Ed è una soluzione urlante ma al tempo stesso rispettosa, perché non vuole far male a nessuno, nemmeno a se stesso: vuole solo far rumore.

Capita, agli espatriati fortunati come me, di avere al proprio fianco qualcuno che non solo ascolta quel rumore ma che lo valorizza.

ll pianto di un espatriato, così, diventa una magia.

Trasforma paura, stress e tristezza in un flusso dirompente di forza umana capace di costruire una nuova visione del mondo. 

Io, tra un pianto e l’altro, sono consapevole che non tutti gli espatriati piangono.

Sono tanti coloro che scelgono una strada senza pentirsi e senza voltarsi mai indietro.

Semplicemente, è una mia scelta, quella di oggi, di tifare per i “non guerrieri”.

Per quelli che a volte permettono allo sconforto di prendere il sopravvento, per coloro che scelgono una via e si interrogano su come sarebbe stato se avessero imboccato l’altra.

Perché, si sa, il coraggio non è racchiuso in un biglietto di sola andata.

Chi ha imparato a non aver vergogna a guardare le proprie debolezze dritte negli occhi sa che, in fin dei conti, noi esseri umani siamo anche quello.

E la chiave di tutto sta nel ripartire proprio da lì, da quelle lacrime e da quegli occhi.

Da un sorriso fatto a se stessi, guardando la propria immagine riflettersi in uno specchio che sarà complice di altri pianti e sorrisi, all’interno di in un meraviglioso percorso di conoscenza di noi stessi.

16 commenti
  1. Mari
    Mari dice:

    Grazie per questo momento così reale e sincero che rappresenta il tuo presente. Non riesco a capire, tuttavia, se il pianto è una emozione che deriva dall’impossibilità di tornare nella tua casa da espatriata o un passaggio naturale di adeguamento alla vita attuale.
    I miei momenti di nostalgia, pianto e rabbia nascono dall’impossibilità, in questo momento, di ritornare ad essere una espatriata, dal fatto che per diversi motivi devo restare in Italia, dove mi è difficile far pace con le contraddizioni di un paese meraviglioso dove sembra che la facciano apposta a rendere la vita complicata!

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    • Silvia Bodini
      Silvia Bodini dice:

      Ciao Mari, grazie per il tuo commento! Il pianto è nato, in questo caso, dall’adeguamento alla vita attuale che non è mai un punto di arrivo finale ma sempre e costantemente in movimento. Mi spiego meglio, sono un’espatriata con il piede in due scarpe: vivo per la maggior parte del tempo in America con mio marito ma torno in Italia per gli esami universitari. Da un lato ho la fortuna di abbracciare amici e famiglia più spesso di altri emigrati, dall’altra vivo una vita costantemente in bilico tra un Paese e l’altro, poco routinaria e non sempre facile da gestire. Mi sta insegnando molto però e ne sono felicissima. A volte, purtroppo e per fortuna (concedimelo), si crolla e così è nato il mio articolo. Ah e sull’Italia, quanto l’hai descritta bene! Paese meraviglioso quanto complicato! 🙁 Tieni duro, dicono che i momenti difficili servono per apprezzare di più quelli belli e forse hanno ragione! Un abbraccio

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    • Silvia Bodini
      Silvia Bodini dice:

      Grazie di cuore! Guardare in faccia le nostre debolezze non ci rende deboli ma anzi, ci fa crescere un po’ di più! Un abbraccio

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  2. Giulia
    Giulia dice:

    Bellissimo sfogo, mi sono venute le lacrime agli occhi. Anche io spesso mi chiedo dove i miei amici e i miei genitori vedano tutto questo “coraggio” con cui mi descrivono per essermi saputa adattare a qualunque nazione in cui ho vissuto…me lo chiedo quando mi sento sola come un cane e sento di non avere un posto da chiamare “casa”, mi chiedo se ho fatto davvero le scelte giuste.
    Un abbraccio a tutte voi, in Italia ed all’estero.

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    • Silvia Bodini
      Silvia Bodini dice:

      Ciao Giulia, mi ci ritrovo tanto nelle tue parole, in quel senso di inadeguatezza e insicurezza che probabilmente caratterizza entrambe. Io credo che siamo belle anche così, con i nostri interrogativi e incertezze. Un abbraccio grande 🙂

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    • Silvia Bodini
      Silvia Bodini dice:

      Ciao Daniela, il dono è anche tuo perché non è da tutti ammettere di essere un non-guerriero! Grazie di cuore! 🙂

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  3. Michela-Summerville
    Michela-Summerville dice:

    Io sono quell’expat che non si sente coraggiosa ma si fa prendere dallo sconforto e tanti dubbi. E va bene così per me, riesco sempre a scovare piccole meraviglie ovunque

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    • Silvia Bodini
      Silvia Bodini dice:

      Michela ed è bello così, sapersi accettare per quello che si è, apprezzarsi senza la pretesa di essere perfetti. Grazie per aver condiviso un po’ di te sotto il mio articolo, per me conta molto! 🙂

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