lavoro-portogalloStamattina sono arrivata in ufficio un po’ prima del solito.

Mi sono guardata intorno, nella sala ancora semivuota c’eravamo solo io e altre due colleghe portoghesi.

C’era una calma contagiante,  sono arrivata alla mia scrivania e mi sono sentita serena e contenta di essere lì, a lavoro!

È passato poco più di un anno da quando ho iniziato a lavorare per la prima volta in Portogallo.

Di anni però, ce ne ho messi molti di più prima di poter dire: “ecco, questo è il lavoro che volevo!”.

Dopo una laurea in traduzione e interpretariato, il mio desiderio era naturalmente quello di lavorare in questo campo; purtroppo però, per una serie di motivi, mi sono ritrovata a fare tutt’altro.

Prima di trasferirmi a Lisbona, lavoravo in un’azienda che si occupa dell’organizzazione di congressi.

Nel corso dei quasi cinque anni trascorsi in quel posto, ho finito per detestare quel tipo di lavoro, assolutamente non adatto a me, e la decisione di partire mi ha tolto un peso dallo stomaco.

Arrivata a Lisbona, ho avuto la fortuna e la possibilità di prendermi un annetto di pausa per dedicarmi al mio nuovo impiego di mamma a tempo pieno.

Alcuni mesi dopo la nascita di mia figlia, ho iniziato a guardarmi intorno, ma senza troppe aspettative: il centro del mio interesse restava sempre la mia bambina e, se da un lato l’idea di iniziare a fare qualcosa mi allettava, dall’altro il pensiero di affidarla a qualcun altro mi terrorizzava.

A dirla tutta, stavo cercando di rimandare il più possibile il momento del “distacco” ufficiale.

Un giorno però, arriva il messaggio di un’amica: nell’azienda dove lavorava, cercavano un traduttore di madrelingua italiana, con studi specifici e con ottima conoscenza di inglese e tedesco.

Ecco, a questa descrizione di profilo mancava solo il mio nome!

Mi sono detta: “Ci provo: mal che vada, non ho nulla da perdere!”.

E così, qualche giorno dopo aver inviato il mio cv, sono stata convocata per il primo colloquio. Mio marito e la bambina fuori ad aspettarmi e io dentro a chiacchierare con due giovanissime ragazze delle risorse umane.

Durante tutto il colloquio ho mantenuto il sorriso e un’aria disinvolta, facendo credere di essere a mio agio anche nel momento in cui la conversazione è passata ad essere in lingua tedesca.

Chi ha studiato un po’ di tedesco lo sa, rispolverarlo dopo diversi anni non è esattamente una passeggiata!

Alla fine, il discorsetto che mi ero preparata è servito e al primo tentennamento ho innocentemente scherzato sulla mia poca fluidità, dovuta ad anni di mancata pratica della lingua. Con l’inglese è andata benissimo.

In ogni caso, ciò che a loro serviva era un traduttore, non un interprete, per cui veniva richiesto un ottimo livello della lingua scritta, non parlata.

Le domande del colloquio sono state quelle tradizionali, solo una mi ha stupito e colto quasi impreparata: “Qual è la sua richiesta salariale?”.

Mai sentita una domanda del genere nei colloqui fatti in Italia, neanche dai racconti di amici! Anzi, nella maggior parte dei casi, non si osa nemmeno parlare di soldi al primo colloquio.

Un’altra domanda che mi ha stupito parecchio è stata su mia figlia: “Sappiamo che ha una figlia, tanti auguri!…E quanti anni ha? E va tutto bene?”.

Domande sinceramente interessate, che non nascondevano un secondo fine.

A questo primo incontro è seguita una prova di traduzione scritta e a quest’ultima, qualche giorno dopo, il colloquio con la responsabile del dipartimento di traduzione, la mia attuale capa! Un’altra chiacchierata informale, un’altra volta anche in tedesco, e un’altra volta a parlare di figli.

Stavolta non si è parlato di soldi. Ci siamo salutate con la certezza che, di lì a poco, sarei andata a lavorare per loro, tant’è che prima di andare via mi ha presentato ai colleghi traduttori come “lei è la vostra futura collega”.

Nel pomeriggio di quello stesso giorno, sono stata contattata dalla responsabile delle risorse umane per la tanto attesa “proposta salarial“.

Hanno tenuto conto della mia richiesta e offerto un contratto di un anno, al quale, con un po’ di ansia mista a soddisfazione, ho detto SÌ!

Abbiamo anche trovato un accordo per la data di inizio: sarebbe stata di lì a un paio di mesi, così avrei avuto tutto il tempo di trovare una sistemazione adeguata per la mia piccolina.

Ho iniziato a lavorare beneficiando anche delle due ore di allattamento a cui si ha diritto fino al primo anno di vita del bebè.

Finito il periodo “legale” di allattamento, ho richiesto di mantenere un orario ridotto, ovvero 6 ore giornaliere, e me lo hanno concesso.

Il primo giorno di lavoro la mia solita ansia mi ha accompagnato fino a dentro l’ufficio, per poi magicamente sparire, una volta iniziate le attività.

Ho conosciuto i colleghi della mia sala: tanti nomi da imparare e tante facce simpatiche.

Subito dopo, una responsabile delle risorse umane mi ha accompagnato a fare il giro di presentazione a tutti gli altri colleghi dei vari dipartimenti.

Ho anche ricevuto un bel kit di benvenuto: una penna e un quaderno, una borsa di tela, una bottiglia di vetro con il mio nome sopra e la tessera per la macchinetta del caffè con 5 euro di credito.

Mi sono sentita benvenuta, è proprio il caso di dirlo!

La mia cara collega italiana, nonché vicina di scrivania, mi ha pazientemente spiegato tutto quello che c’era da sapere riguardo a procedure da seguire, programmi da utilizzare, e mi ha dato tanti consigli pratici per svolgere il lavoro al meglio.

Ci sono volute almeno tre settimane perché mi mettessi in carreggiata e diventassi autonoma, ma è andata bene!

Oggi, a più di un anno di distanza, mi trovo sempre alla stessa scrivania, ho imparato tutto e, anzi, insegno ai nuovi colleghi ciò che all’inizio è stato insegnato anche a me. Sono circondata da coetanei di diverse nazionalità; nella mia sala abbiamo rappresentanza/e di: Italia, Portogallo, Spagna, Grecia, Venezuela.

E negli altri uffici abbiamo anche Germania, Lussemburgo, Romania, Francia…

Si parlano tante lingue, durante la pausa pranzo si condividono culture, abitudini, modi di dire, ci facciamo tante risate e a volte non mi rendo nemmeno conto di essere in Portogallo 😉

In ufficio, chi vuole può usare la palla da pilates al posto della sedia per rilassarsi un po’ anche stando davanti al pc.

A Natale e prima dell’estate vengono organizzate le cene aziendali, con team building e party annessi.

Abbiamo la cesta di frutta fresca ogni settimana, distributori di acqua gratis sempre funzionanti, bollitori d’acqua, frigoriferi, diversi microonde, stoviglie, lavastoviglie, tutto quello che serve a chi si porta il pranzo da casa.

Ci è stato pure chiesto il parere riguardo alla macchinetta automatica degli snacks, per sapere se siamo soddisfatti e se abbiamo suggerimenti e/o richieste particolari.

Io che, dove lavoravo prima, in Italia, dovevo portarmi dietro persino la bottiglia d’acqua ogni giorno, per evitare di buttare via centinaia di euro in bottigliette di plastica prese alla macchinetta, non dp niente per scontato e credo che tutto questo sia molto bello e ben organizzato 🙂

Ogni anno riceviamo tutti una percentuale di bonus, se l’azienda ha raggiunto gli obiettivi prefissati. Inoltre, dopo il primo anno, ho avuto anche il primo piccolo aumento, oltre che il rinnovo del contratto.

Dove lavoravo prima, mai ricevuto un euro in più in quasi 5 anni e, quando ho richiesto migliori condizioni, mi è stato detto che fuori c’era la fila di persone disposte a prendere il mio posto.

Che rabbia, se ci ripenso!

Ho riportato la mia esperienza diretta, consapevole del fatto che non è dappertutto così.

Gli stipendi portoghesi restano tra i più bassi d’Europa e il costo della vita sta aumentando anche qui. L’azienda dove lavoro è anche molto grande e ha diverse filiali europee con standard molto alti.

Ma se questo è il Portogallo che reagisce alla crisi, direi che mi sta bene così!

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concorso-letterario

Concorso Letterario per Racconti a tema Expat “Le paure ed il coraggio delle Donne” aperto fino al 31 luglio 2017.

14 commenti
  1. laura
    laura dice:

    Adoro il Portogallo e i portoghesi, ho passato tre anni tra Portogallo e Brasile e puoi immaginare da dove viene la mia passione. Sono tornata recentemente a Porto dopo qualche anno e l`ho trovata ingigantita, ma nel senso positivo. Un`urbanizzazione d`alto livello (gli architetti portoghesi sono stimati ovunque, del resto), iniziative culturali etc. Certo l`ho guardata con gli occhi di un turista, ma anche a me ha trasmesso l`impressine di essere un paese che sta veramente reagendo alla crisi. Chissa` che un giorno non ci ritorni anche io! Por enquanto boa sorte e tudo de bom!

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  2. Liliana Petracca
    Liliana Petracca dice:

    Ciao sono Liliana, diversamente da voi giovani, io sono una neo pensionata trasferitomi in Portogallo, condivido il vostro contributo di vita reale . Buona fortuna a tutti voi.

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  3. NonPuòEssereVero
    NonPuòEssereVero dice:

    A me l’hanno chiesto spesso quale fosse lo stipendio desiderato o lo stipendio percepito in quel momento (l’ho attribuito al fatto che non sono scemi e sanno che non cambi se ti danno meno), ma non so se sia il mio settore ad essere particolare 🙂

    Quando lavoravo in Mtv, prima che l’azienda venisse venduta, l’acqua era chiaramente gratis, c’era la frutta e anche le bevande calde (caffè, cappuccini, ecc) erano gratuite 🙂

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  4. Matteo
    Matteo dice:

    Lavoro anche io in Portogallo, non per necessità ma con l’idea di provare qualcosa di diverso.
    Mi permetto di commentare solo per dire che all’Italia, tra le tante cose di cui ha sicuramente bisogno, gioverebbe che gli italiani smettessero di pensare che da noi nulla funziona, mentre all’estero tutto è perfetto.
    Questa che tu racconti è una bella storia, personale.
    L’azienda per cui lavoro, che assume migliaia di persone (soprattutto giovani) da tutta Europa e recentemente anche dall’Asia, ha proposto a me e a tanti altri di venire in Portogallo, salvo poi non mantenere alcuna delle promesse e, per ogni cosa dovuta, ci spinge nel dedalo degli uffici interni fino a che la gente o si stufa e si licenzia, o accetta di sottostare a queste condizioni ai limiti dello sfruttamento.
    Questo, in Italia, non mi è mai successo. Mentre ho sempre trovato aziende e datori di lavoro disponibili anche a venire incontro a determinate esigenze e, sì, ai colloqui si parlava anche della retribuzione 😉
    Belle aziende, disorganizzazione, possibilità e fregature ci sono a ogni latitudine, basta augurarsi di trovarle ma per certe cose tutto il mondo è Paese.

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  5. Paola
    Paola dice:

    Ciao, sono Paola. Sono contenta che espatriando tu sia riuscita ad avere il lavoro tanto ambito! Complimenti!
    Volevo chiederti una informazione, come sono organizzati gli asili (da 1 anno in poi del bambino) in Portogallo?
    In bocca al lupo per tutto, a te e famiglia!

    Rispondi
  6. Giorgio
    Giorgio dice:

    Ciao, bello sentire leggere questa tua vicenda.

    A Lisbona sono stato ed è bellissima. Volevo chiederti nel ramo sportivo, palestra o fisioterapisti c’e mercato di lavoro?

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  7. Claudia canales
    Claudia canales dice:

    Ciao sono claudia , cilena , 37 anni . Vivo da 15 a milano e devo dire che l’italia mi ha trattato molto bene. Ma non sono mai stata della idea di rimanere per sempre in un solo posto. Ora sono alla ricarca di lavoro e credo che il Portogallo sia un posto bellissimo ( ho visto Lisbona ) la mia compagna (italiana ) non rischia e non si butta come me nelle avventure ma io ci vorrei provare altrove. Ho lavorato un po in ogni cosa , babisitter , assemblaggio ecc ecc . Se qualcuno mi può dire dove cercare lo ringrazio. A presto

    Rispondi

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