Quando l’expat e’ un gatto

…anzi, due!

Lo porto, lo lascio, e se lo lascio, lo ritroverò e se lo porto cosi’ lontano stara’ bene?

Questi i miei dilemmi quando dovevo partire per Singapore e il mio gatto non aveva neanche un anno.

Ma quasi subito ho deciso di portarlo con me: alla fine era parte della famiglia non poteva restare indietro.

E qui si è aperto un mondo: come si fa a portare un gatto da Milano a Singapore?

Premetto subito, anche per chi userà queste note per il proprio animale, non si tratta di un’impresa facilissima. C’e tutta una serie di documenti che vanno preparati e sottoposti alle autorità in una sequenza che va dai pochi giorni prima della partenza ai tre mesi prima.

Inoltre, quale autorità? Di sicuro quella del paese in cui si va, ma a volte anche quella del paese in cui si è. E poi microchip, passaporto europeo, certificato di importazione (ma non lo sto importando è il mio gatto!), vaccinazione antirabbica, prelievo del sangue al gatto (mio marito è svenuto durante il prelievo, alla vista del sangue del gatto).

Un incubo!

Ho pensato di prendere un’agenzia che fa questo tipo di attività.  Non sapevo neanche che esistessero, si fa business con qualsiasi cosa. Alla fine 1.000 eurini per riallocare un gatto mi sono sembrati molti, per cui ho deciso in parte di fare io e di prendere un’agenzia locale una volta arrivata a Singapore (costo 150 euro, ok).

A parte le vaccinazioni e i documenti, che sono un percorso obbligato, la grande scelta è stata: lo faccio viaggiare in stiva pressurizzata (il veterinario: “non potrei mai pensare di fare stare il mio gatto 13 ore in una gabbietta nella stiva di un aereo”) o in cabina (un’ amica: “ha miagolato per 13 ore senza smettere mai”).

La compagnia area ha deciso per me: Singapore Airlines no animali in cabina, solo stiva. Ok, ce la fanno in tantissimi, se fosse pericoloso non lo farebbero, Singapore Airlines è un’ottima compagnia, lo tratteranno superbene… questo il mio mantra nell’accettare il fato.

Quando ho consegnato il trasportino all’addetto a Malpensa, confesso che mi sono scesi i lacrimoni (ma forse era perché stavo realizzando che partivo davvero).

Avevo la fortuna di viaggiare in business, quindi appena salita ho cominciato ad assillare le hostess per sapere se il gatto era stato imbarcato (mi immagino questa poverina: “ma proprio a me doveva capitare la pazza gattofila!”).

Una volta ricevuta la conferma mi sono acquietata un po’, poi durante il viaggio le ho chiesto se si poteva sapere come stava in gatto. Ho ricevuto uno sguardo di compatimento, ma dopo un po’ è tornata a dirmi che il capitano mi faceva sapere che avevano verificato e il gatto stava bene. Ho visto che le cresceva il naso, e anche al capitano, però sono stata poi buona fino alla fine. Bugie a fin di bene? Avendo poi conosciuto i singaporiani, potrebbero averlo fatto davvero…

Quando sono atterrata, l’addetto dell’agenzia si è occupato di ritirate il gatto e completare le procedure locali (dopo SMS con conferma che il gatto era arrivato sano e salvo).

In fila per il taxi eravamo dietro alle hostess di business class: la mia si gira e fa: “e il gatto?”. Volevo sprofondare. Le ho spiegato dell’agenzia, e mi ha fatto un altro sorrisino, con scritto sopra “poveretta”.

Cinque anni dopo, scafata dall’esperienza del primo giro e tornando comunque in Italia, ho fatto tutto da sola. Di nuovo Singapore Airlines, di nuovo stiva, stavolta però 2 gatti. Ho pensato: magari si tranquillizzano a vicenda… Esperta etologa!

Anche qui business class, ma son stata brava: ho chiesto solo conferma che fossero stati imbarcati, e mi sono goduta il viaggio, anche grazie alla boccetta di fiori di Bach che mi ero presa.

Arrivo a Malpensa e vado a recuperarmi i gatti: il veterano già in piedi, pimpante come se fosse sceso adesso da casa, l’altro in fondo al trasportino, catatonico. E la sciura della consegna, anche un po’ seccata: “eh signora questo gatto non sta mica bene!” Gia’ ero in panico, ci mancava anche questa.

E se mi fanno storie per portarlo dentro, se il finanziere non mi fa passare, se lo deve visitare il veterinario dell’aereoporto?

Nulla di tutto ciò e’ accaduto, il finanziere manco l’ha guardato, il veterinario non c’era. All good.

E appena saliti in macchina e aperte le gabbie, il catatonico si è ripreso nel giro di 10 minuti. Mi è rimasto però il dubbio di come sarebbe andata se fosse rimasto un paio di ore in più.

Non so se se avrò cuore di fargli fare il viaggio un’altra volta. Just in case! Keep calm and fly your pet!

PS. E se volete info serie su cosa fare per esportare un gatto, scrivetemi pure!

1 commento
  1. Laura
    Laura dice:

    Ho appena fatto la stessa cosa e con un viaggio ahimè non diretto. Ero spaventata come se fosse la nonna di 95 anni a viaggiare da sola. Stesse trafile per mesi, stesse vaccinazioni e prelievi (anch’io ho pensato al prelievo del sangue, che forse stessi chiedendo troppo a un pelosetto!). Nonostante tutto lo rifarei, ora è con me e sembra adattarsi senza problemi alla vita europea. Resta un viaggio molto stressante per entrambi!

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