Espatrio e famiglia: quando la distanza diventa difficile

Espatriare significa ricominciare tutto da zero.

Mettersi in gioco, imparare, affrontare le novità con entusiasmo, ma anche allontanarsi da amici e famiglia.

In questi anni ho vissuto migliaia di emozioni differenti: gioia, entusiasmo, curiosità ma anche paura e tristezza. Ci sono stati due momenti che, più di tutti gli altri, hanno mandato in crisi ogni mia certezza e fatto pensare di fare le valigie e rientrare in Italia.

Nel 2016, a ottobre, mio zio Franco – a cui volevo un mondo di bene e che era una persona molto importante – è mancato quasi improvvisamente. Mi è arrivata la notizia da mia cugina via whatsapp. Ero in negozio a lavorare, mi sono chiusa in un angolo e non riuscivo più a fermare le lacrime.

A pochi mesi di distanza anche mia zia Vanda, giovane, bella e fragile se n’è andata. Ancora una volta non ero presente e non ho potuto andare in ospedale da lei.

In entrambi i casi riuscivo a pensare solo che non ero riuscita a salutarli e a dire loro che gli volevo bene.

Per due volte, in pochi mesi, la mia famiglia ha avuto bisogno di me e io non ero con loro.

Il piccolo nuovo mondo che, a piccoli passi, avevo creato qui in Marocco insieme a Maurizio e il cui equilibrio stava iniziando a delinearsi dopo le prime difficoltà, si è spezzato.

Sono diventata triste, spaventata, arrabbiata con me stessa e le mie scelte di vita. Mi si leggeva in faccia che non stavo più bene.

Ho smesso di uscire con gli amici, ridere con loro quando venivano a trovarmi in negozio; ho smesso di parlare, giocare e scherzare con i clienti.

Io, socievole, estroversa ed entusiasta per natura, ho iniziato a chiudermi in un triste silenzio, anche con Maurizio che fortunatamente ha capito ed è stato al mio fianco con la spalla pronta a sorreggermi.

Era come se volessi farmi del male per non aver fatto il mio dovere di nipote, cugina e figlia.  

L’idea di abbandonare il Marocco e ritornare a vivere in Italia per stare vicina ai miei affetti si faceva strada in continuazione nei miei pensieri.

La notte non riuscivo più a dormire e ho iniziato a stare male fisicamente, con problemi di ansia, mal di stomaco e mal di testa. Non sono rientrata ancora per parecchio tempo perché era alta stagione e dovevo lavorare, finché non è arrivato il tempo del Natale.

Una volta in Italia, avevo paura del confronto con i miei, di scoprire che fossero arrabbiati o, peggio, delusi per la mia assenza. I miei genitori invece non erano né arrabbiati né delusi, ma avevano capito che stavo soffrendo e mi sono stati vicini. La prima cosa che ho fatto è stata andare al cimitero insieme a mia madre e lì sono scoppiata in un pianto quasi liberatorio.

Il giorno di S. Stefano poi, per tradizione, tutta la mia famiglia materna si ritrova a casa nostra. Siamo quasi quaranta persone e quella volta c’eravamo proprio tutti, stretti attorno a quei posti vuoti così ingombranti. Si era rotto un equilibrio e bisognava trovarne subito uno nuovo.

Il bello della mia famiglia è che sa essere unita nei momenti brutti come in quelli più lieti.

Quando qualcuno di noi è in difficoltà si crea subito un’armatura di parenti a proteggerlo ed aiutarlo. In quel caso eravamo tutti spezzati e ci facevamo forza l’un l’altro. Parlando con mia cugina mi sono scusata per la mia assenza e le ho raccontato della crisi che era in corso. Lei mi ha detto che con le mie lettere, le cose che scrivo, i racconti, i discorsi durante le nostre riunioni, il mio entusiasmo quando siamo tutti insieme, sono quella che maggiormente contribuisce alla “memoria” della nostra famiglia.

Mi ha regalato un oggetto personale dello zio a cui lui teneva parecchio, proprio per ringraziarmi di quello che secondo lei è il mio grande contributo alla nostra unione. In quel momento ho sentito come se qualcosa dentro di me si stesse riaggiustando.

Ho capito che non è necessario esserci fisicamente e che le persone che ti amano continuano a farlo anche da lontano.

Ho capito che la famiglia che è in Italia non ha bisogno di dimostrazioni e che il suo equilibrio è già abbastanza stabile, ma la mia famiglia adesso è qui, con Maurizio.

È qui vicino a lui che dobbiamo ancora creare tutto, conoscerci a fondo, sostenerci, darci forza a vicenda, credere in noi stessi e nell’altro e mettere a punto il nostro equilibrio.

2 commenti
  1. Antonella
    Antonella dice:

    Carissima Francesca, leggere le tue parole è quasi catartico per me. Vivo all’estero anche io da 10 anni quasi, non si tratta di un paese ‘difficile’ come potrebbe sembrare il Marocco, bensì della ‘civilissima’ Svizzera. Non ho vissuto dei momenti tristi come i tuoi, relativi ai lutti famigliari, eppure mi ritrovo molto nei tuoi racconti. Essere lontano dagli affetti, dalle certezze, dai punti di riferimento di una vita, ti spinge ad ascoltarti, a leggerti dentro. È duro ma ne esci fortificata in qualche modo. Impari a stare da sola, a dare più valore agli affetti, e a goderteli pienamente ogni volta che ci si incontra. Impari anche ad aprirti, a creare nuovi rapporti, e anche questo ti fa crescere. Ciò che comunque ti sostiene è la certezza che non sei mai da sola.

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  2. Francesca Marocco
    Francesca Marocco dice:

    Cara Antonella, è vero quello che dici. Ho dato un valore diverso agli affetti, ho pesato, tagliato e sfoltito quelli per cui valeva la pena di esserci e con questi, quando rientro, passo del tempo di qualità e mi dedico a loro come una geisha. Il resto è tempo perso e noi di tempo da perdere non ne abbiamo più.

    Rispondi

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