La notte del 12 ottobre 2012 e’ stata l’ultima notte in vita di mio padre.

Quattro anni prima avevo perso mia madre improvvisamente e dopo tre anni  viene diagnosticato a lui un tumore.

Io nel 2011 avevo ereditato un po’ di soldi e li avevo usati per aprire un piccolo negozio che vendeva oggettistica per la casa di origine scandinava. Lo avevo fatto perché passavo da un lavoro all’altro con contratti solo a tempo determinato, da tre a sei mesi part-time e non sapevo letteralmente dove sbattere la testa ogni volta che venivo lasciata a casa.

Nel bel mezzo della crisi più pesante che l’Italia possa ricordare dall’inizio della sua storia, io mi ritrovavo a dover gestire un’attività commerciale  che non rendeva abbastanza per pagare tutte le spese. Fortuna che vivevo a casa con mio padre e la sua compagna che, dopo la morte di mia madre e’ diventata la sua seconda moglie; non c’era  nessun rapporto tra me e lei, la situazione era molto tesa.

Fin dall’inizio della malattia sono stata molto presente in tutto quello che erano le cure sia in ospedale che a casa, c’erano giorni che non potevo aprire il negozio perché lo accompagnavo in ospedale a fare la terapia , la mia vita sociale era ridotta a niente ma  non volevo lasciarlo solo, neppure nei periodi in cui sembrava stesse meglio, tra una chemio e una radioterapia.

La nostra vita e’ stata una lotta giornaliera per un anno e mezzo.

Alla fine, dopo un lungo girovagare da un ospedale all’altro tra Lombardia e Piemonte siamo passati alle cure palliative: tutto andava più lentamente, la routine giornaliera era cambiata, adesso avevamo da pensare anche alle bombole dell’ossigeno.

Dormivo al piano di sopra con il cellulare in mano perché capitava che durante la notte mi chiamasse in piena crisi allucinatoria mentre gli sembrava di soffocare, o perché sognava qualcosa di inquietante e si impauriva, ormai non andava più a letto, dormiva in poltrona seduto , i polmoni erano andati .

Due sere prima di morire gli e’ venuto un infarto e il suo defibrillatore e’ partito, il cuore era diventato di carta velina. Si e’ messo paura, quando sono arrivata di corsa dal negozio, l’ambulanza lo aveva appena portato al pronto soccorso e lo stavano visitando.

Li, seduto su quella barella, mi ha detto che sarebbe morto quella sera: si e’ sbagliava, ma di poco.

Continuava a dirmi che lui non aveva paura ma che pensava a me, cosa avrei fatto io adesso?

Non potendo i medici più  fare niente lo hanno messo a riposare in una stanza da solo dicendomi che sarebbe stato ricoverato  nel reparto di medicina. Il mattino dopo e’ stato portato in ospedale nel paese dove vivevamo a pochi km di distanza. E’ stato registrato e prima di andare a casa a cambiarmi mio padre mi dice che ha bisogno di qualcosa per dormire, che i medici non gli vogliono dare niente e non capisce perché. E’ disperato, se non gli porto niente dice che si butta dalla finestra.

Gli rispondo  che faro’ del mio meglio per convincerli a dargli qualcosa .Quella e’ l’ultima volta che lo vedo cosciente.

Nel pomeriggio vado a casa a riposare e mentre chiamo la mia amica Agnese per dirle come era andata la giornata lei mi racconta  che sta entrando in ospedale in quel momento per andare a salutarlo. Da quel momento in poi il mondo per me comincia a cadere: Agnese mi dice con voce ferma di andare in ospedale immediatamente.

Corro e lo trovo incosciente, era entrato in un coma dal quale non uscirà più, un’agonia terribile da descrivere che durerà tutta la notte fino al mattino successivo.

Chiedo al medico di dargli tutta la morfina possibile e di non fare niente che lo possa tenere legato a qualcosa che non e’ più lui.

I valori vitali continuano ad abbassarsi, il colori della pelle diventa blu per la mancanza di ossigeno… io continuo a vomitare.

Dio quanto ho vomitato quella notte e quanto ho pianto.

Mi rendo conto in quel momento che la mia vita cambierà dall’indomani…sarò sola.

Agnese e’ li con me e mi abbraccia , va a casa a prendermi un maglione, poi torna.

Nel momento in cui Enrico ci lascia lei inizia a chiamare tutti i miei amici, conoscenti, parenti.

Quella mattina, il 13 ottobre 2012 decido che sarei partita:  non posso più rimanere in Italia, non ho più legami a cui fare riferimento, nessuno di cui prendermi cura. Quella notte ho toccato il fondo, non c’era  più niente da grattare, da lì si poteva solo risalire.

Ho dovuto aspettare un anno prima di riuscire a disbrigare tutte le pratiche, un anno buio, pesante, che non sembrava finire mai.

Sono partita con la mia macchina a tre porte e i miei due cani a febbraio del 2014.

La strada per arrivare a Oslo e’ stata lunga e faticosa ma ho nelle orecchie una frase di un’attrice norvegese che ha avuto la sfortuna di perdere sia la madre sia  il fratello in giovane eta’: da adesso, dopo tanta fatica, posso cominciare a pensare di rinascere.

Io, oggi,  sono nel pieno della mia rinascita…

nulla-grattare

5 commenti
  1. Antonina
    Antonina dice:

    La perdita degli amori piu’ cari che hanno fatto parte del la tus vita è la cosa piu’ triste di tutti ! Ma sai di essere stata con loro con il tuo amore e la tua presenza per tutti i giorni che Dio ha permesso stessero sulla terra!
    Ti auguro di trovare la tua pace interiore e quella forza che ti permettera’ di vedere questo come una seconda vita.
    Benedico la tua vita e grazie per la forza che hai avuto nel condividere questa esperienza. Un abbraccio

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  2. Beduina
    Beduina dice:

    Cara Tatiana, ho letto la tua storia tutta d’un fiato. Anche io sono partita per lo stesso motivo. Quando non ci sono macerie con cui ricostruire, si può solo andare via e provare a ricominciare. Un abbraccio sincero!

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    • Tatiana Oslo
      Tatiana Oslo dice:

      Provare a ricominciare e’ esattamente quello che si prova a fare , magari non ci si riesce in pieno, ma avere davanti un foglio bianco aiuta parecchio.Allo stesso tempo mi sento sempre un passetto indietro agli altri e faccio fatica a raggiungerli, mi perdo nei pensieri, nei ricordi, avrei bisogno di una vita piu’ rilassata…magari mi trasferisco in campagna…chissa’…:-)

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