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Oggi, io, i miei bambini e la nostra au-pair.

Come vi avevo già raccontato in un precedente post, da due anni sono rientrata in Italia. Per la seconda volta.

Ho vissuto in Guatemala dal 2003 al 2006, e poi dal 2014 al 2015, e quindi ben due volte ho già sperimentato cosa voglia dire impacchettare la propria vita e tornare indietro, cercando di tralasciare il senso di sconfitta.

La prima volta sono ritornata da sola.

Daniel aveva ancora delle faccende lavorative da sistemare e quindi sono stata io a dover affrontare le domande e la curiosità della gente.

Dentro di me ero salda nelle mie convinzioni; ero tornata solo per stare accanto a mia madre, che si era nuovamente ammalata di linfoma. Avevo messo in stand by la mia laurea in medicina, che costituiva la mia fonte di motivazione ed autostima, ma ero sicura che ben presto avrei ripreso il percorso universitario. In fondo mi mancavano solo due anni di frequenza, potevo temporeggiare studiando in Italia anche se gli esami non sarebbero stati riconosciuti.

Invece, il ritorno momentaneo si è trasformato in una nuova fase di vita, durata ben 8 anni.

In tutto quel periodo ricordo bene il desiderio di tornare in Guatemala, anche solo per una breve visita, per essere sicura che le persone che mi volevano bene non si dimenticassero di me; per riannodare quella fitta trama di relazioni che mi ero così a fatica creata, vincendo le barriere culturali, la lingua, la mia timidezza e l’insicurezza.

In otto anni non ho mai smesso di scrivere ai miei amici dell’Università, con cui avevamo creato una specie di famiglia, giacché condividevamo pasti, ore di studio e di lezione, le avventure come tirocinanti in ospedale, i turni anche notturni come pompieri municipali (del perché gli studenti di medicina del Guatemala siano obbligati a prestare servizio come pompieri municipali vi parlerò certamente in un altro post), i pomeriggi alla “morgue” a fare le autopsie alle vittime delle sparatorie fra gangs rivali, le giornate mediche tra la povera gente che abitava i vulcani e le campagne sperdute. Si può dire che abbia creato con quelle persone dei ricordi talmente intensi da non poter smettere di ritenerli parte della mia vita.

Eppure, avevo paura che con il passare degli anni tutto questo potesse svanire e non essere più così importante.

Nel 2014, quando sono tornata in Guatemala, i miei amici nel frattempo erano diventati dei medici e avevano avuto dei figli. Io ero madre di due bambini, ero in attesa del terzo ed ero diventata invece una dentista. Li ho rincontrati, ed è stato meraviglioso riscoprire come l’affetto fosse rimasto immutato, come siano bastati pochi minuti per rimetterci al corrente delle nostre vite e ricominciare a ridere per le stesse cose, complici.

Tutto questo forse è accaduto perché da entrambe le parti si era certi che prima o poi ci saremmo rivisti e ritrovati.

Dopo il mio ultimo rientro invece, ho proprio abbandonato là una fetta del mio cuore.

Non so se avrò mai il coraggio di tornare in Guatemala, per quanto mi manchino molte cose. Il ricordo del perché me ne sono andata con i miei figli brucia ancora troppo. Il Guatemala è il Paese del mio ex marito, con cui non riusciamo ancora ad intavolare una conversazione senza rabbia e rancore.

Il Guatemala è stato il teatro del mio sogno sconfitto. Sono partita per avere una famiglia più unita, sono tornata invece con la famiglia in pezzi.

viaggio-nozze-valigia

Cosa resta della mia vita da expat?

I miei amici, che però sanno che forse ci siamo salutati per l’ultima volta e continueremo a tenerci in contatto solo attraverso posts e messaggi. La famiglia del mio ex marito, che si divide in chi ha deciso di continuare a volermi bene e chiamarmi sorella e chi invece pensa io sia solo da ignorare. I miei sforzi, le mie cose materiali rimaste in quella casa, i miei sogni infranti, le cose che ho imparato sfruttando la diversità culturale.

Resterà comunque, dolorosamente, un legame con un Paese che una volta ho considerato la mia Patria.

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2 commenti
  1. Katia
    Katia dice:

    Grazie Imelde per il tuo racconto accorato. Auguro a te e ai tuoi bambini tutta la serenità e la gioia che meritate e che una nuova pagina della vostra vita si stia scrivendo, come conferma che i luoghi in cui vivete ora rappresentino la vostra nuova collocazione del cuore e di maggior pace interiore. Un abbraccio.

    Rispondi
  2. Barbara Bonn
    Barbara Bonn dice:

    TI auguro ogni bene: conosco le sconfitte ma ci piegano e non ci spezzano. Rigogliosi più di prima sorrideremo a un nuovo giorno.

    Rispondi

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