Paul Gaugain

Paul Gaugain “D’ou venons-nous”

Le realtà ultime, celate o visibili.

Alla fine dei miei tre anni di studio  presso il Centro Superiore del Turismo di Assisi, a quel tempo sede del corso para-universitario sperimentale in Management Turistico dell’Università di Perugia, mi fu proposto  di presentare una tesi sull’impatto del turismo nelle aree del mondo in via di sviluppo.

Ero rientrata da poco da un soggiorno-lavoro in Giamaica e, per l’epoca, il mio espatrio ai Caraibi era considerato un fatto rimarchevole che meritava attenzione particolare.

Io però quel titolo lo rifiutai.

Alla mia mente non si affacciavano argomenti sufficienti per la tesi. Per me vivere in Giamaica era risultato naturale: mi sentivo  perfettamente integrata nella famiglia che mi ospitava e ai cui figli insegnavo italiano; ero  felice di vivere al caldo umido dei tropici, circondata da una popolazione nera che trovavo esotica e dalla  musica reggae suonata ovunque per le strade a volume altissimo.

Cosa avrei mai potuto scrivere in quella tesi? In Giamaica, ingenuamente, avevo creduto di trovare le risposte a certe aspettative, non rendendomi conto che il mio giudizio era funzionale alle mie necessità di quel tempo e basato su una visione superficiale  delle cose.

Questo benché avessi avuto occasione di vedere scene di vita quotidiana che manifestavano, in maniera evidente, una cultura diversa dalla nostra occidentale. Per esempio, tra le varie cose, mi rimasero impresse le donne locali tirarsi per i capelli e darsi calci emettendo urla selvagge mentre si litigavano per l’attenzione di un uomo che restava a guardarle divertito, intimamente appagato per la lotta che si svolgeva  sotto i suoi occhi in proprio onore.

Fui anche in qualche modo testimone del dilagare dell’uso del crack, soprattutto tra i bambini, che facevano scricchiolare le loro pipette di vetro mentre si nascondevano ai bordi delle strade.

E poi ricordo una scena imbarazzante che da allora si è fissata nella mia memoria: quella in cui il padrone di casa dove vivevo insultava e picchiava una delle domestiche, incinta di sette mesi, colpevole di non aver obbedito con prontezza ai suoi comandi; la stessa domestica poche settimane dopo sparì dalla mia vista perché licenziata a causa di sua figlia, rea di aver  giocato con i figli del sopramenzionato padrone.

La Giamaica io l’avevo sotto gli occhi tutti i giorni, dato che vivevo in una famiglia del posto ed il mio punto di osservazione era privilegiato. Invece vedevo solo le spiagge, le bambine con le treccine colorate, i rasta e la spensieratezza apparente della popolazione.

Quanto ci sarebbe stato da scrivere, penso oggi, nella tesi che mi proposero di fare a quel tempo.

Perché vi racconto tutto questo?

Perché con gli anni ho maturato una visione completamente diversa del mondo e della vita, come è giusto che accada maturando.

Vivo ancora su delle isole, nell’Oceano Indiano questa volta, ma i miei occhi, oggi, faticano a limitare il proprio sguardo su spiagge e palme. Vedo invece l’arretratezza di questo piccolo popolo, che cerca di farsi valere tra  spintoni e sorrisi ma anche con urla isteriche quando tenta di affermare le proprie ragioni.  

Osservarli mi fa provare emozioni intermittenti: passo dalla complicità alla compassione o dalla rabbia al divertimento con molta facilità. Viverci insieme mi confonde, oggi assi più che ieri perchè oggi, a differenza di prima, sulle cose ci rifletto.

Lo scorso 14 agosto, per esempio, ho avuto una reazione di rabbia inaudita di fronte ad una barca che è affondata nei pressi del posto dove lavoro.

La barca, un gozzo con un motore che trasportava sei persone dirette alla festa sull’Isola di La Digue, evento che ogni anno richiama avventori da tutto l’arcipelago, è affondata poco prima di arrivare a destinazione. 

Solo tre di loro si sono salvati, gli altri sono tutti morti.

Come sono saliti su quella barca? Vi sono saliti  ubriachi prima ancora di raggiungere la festa, senza indossare i giubbotti di salvataggio, consapevoli che la maggior parte di loro non sapeva nuotare.

Sono andata letteralmente in escandescenza quando ho appreso la notizia.

Ma cosa hanno nella testa? Perché portare un bambino di sette anni, che immagino fosse sobrio, su una barchetta in mezzo al mare con un equipaggio alterato dall’alcol quando si sa che in quella stagione il mare non è calmo ed il fondale di scogli e corallo può giocare brutti scherzi?

Eppure i seychellesi sono così: semplici, irrazionali e  viscerali. Più vicini a noi di quanto si possa immaginare, con le loro paure, le loro ingenuità, i loro sorrisi disarmanti. Perdono la vita in un attimo, in situazioni ridicole ed evitabili, celebrano i loro morti e tornano a sorridere e a navigare come se nulla fosse accaduto.

Spesso vengono considerati dei semi-selvaggi dai turisti che visitano le isole perché hanno la pelle scura o i piedi callosi, o perché si arrampicano con disinvoltura sulle palme da cocco per coglierne i frutti. I loro vestiti talvolta possono essere sbrindellati, sopratutto se sono uomini di mare che vivono di pesca, e camminano volentieri scalzi per le vie dei villaggi.  Lavorano poco o niente, visto che qui il lavoro rappresenta un’opzione trascurabile.

Poi ci sono i seychellesi  lanciati verso il progresso. E allora calzano scarpe alla moda, perfette imitazioni cinesi di modelli di alto rango, e si vestono in stile occidentale. Quando si trovano al bar ordinano “il cappuccino” e mentre parlano con i colleghi durante la pausa pranzo mostrano con orgoglio i segni  dello stress da lavoro, asciugandosi il sudore dalla fronte e imprecando contro la mole di responsabilità che grava sulle loro spalle. In realtà è solo un teatrino, un’imitazione degli atteggiamenti che vedono mettere in atto dai loro colleghi expat occidentali: qui il lavoro ha ancora un ritmo umano e la vera alienazione è sconosciuta.

Vivere qui è un po’ come entrare nella macchina del tempo: si viene riportati indietro di decenni. Quello che accade oggi è già accaduto da noi venti, trenta o anche quarant’ anni fa. E dunque si pone una domanda inevitabile: che vantaggio ne traiamo noi persone del futuro a vivere in un paese la cui storia in divenire ci è, in parte, già conosciuta?  E ancora: è eticamente corretto vivere in un tempo sfalsato? Quali sono i rischi insiti in questa dinamica?

Naturalmente non ho le risposte a queste domande ma non sono  la prima a essersele poste.

Personalmente ho trovato tutto molto eccitante nei primi anni di espatrio alle Seychelles. Credo che il mio sentire non fosse diverso dal sentire dei molti turisti che si aggirano sulle isole, incantanti dalle bellezze naturali del posto. Il passaggio da una visione incantata ad una più realistica è avvenuto nel tempo, attraverso la conoscenza e l’esperienza fatta sul posto.

Vivendo nel luogo cadono una ad una, come tessere nel gioco del domino, le tante piccole e grandi barriere che separano lo straniero dalla realtà locale. Con l’abbattimento delle barriere finisce anche l’incanto che si prova per quel luogo, che si trasforma così in un territorio abituale e privo di attrattive esotiche. 

Per questo reputo  un “falso” il credo dilagante sui viaggi che aprono la mente. E qui so che mi attirerò le ire dei miei detrattori ed il malocchio di tutti quelli che del “viaggiare” ne hanno fatto una religione.

Il mio punto di vista è il seguente: viaggiando vediamo solo ciò che possiamo vedere e ciò che siamo pronti a recepire. Ma non vediamo, non comprendiamo, non  sentiamo la realtà oggettiva delle cose, che di per sé è molto difficile – o impossibile –  da afferrare.

Viaggiare è bello perché ci permette di allontanarci  da una realtà composta da obblighi e da impegni quotidiani, mensili, pluriennali che ci soffocano e ci stressano (famiglia, lavoro, debiti, mutui). Viaggiare ci regala ossigeno, ci rilassa, ci riempie di gioia e ci fa esultare. Entrare in nuovi scenari multisensoriali è come fare un giro di giostra in una domenica luminosa.

Pero’ viaggiare non ci restituisce alla realtà ultima delle cose perché, per quanto viaggiamo, percorriamo sempre una corsia preferenziale: sia essa un sentiero attraversato con lo zaino in spalla o sia il soggiorno  in un luxury-resort da urlo.

In entrambi i casi siamo sempre distanti dalla realtà intrinseca dei luoghi che visitiamo.

I motivi di questa mia affermazione sono semplici: noi non “viviamo” li’, non dividiamo con la popolazione locale un vissuto comune.  Siamo esseri di  passaggio, poco importa se lo siamo da mesi dormendo in un sacco a pelo o solo per pochi giorni in un comodo materasso King Size. Fatto sta che il nostro cuore è leggero perché  e’ “in viaggio”, settato in una modalità sospesa dalla quotidianità della vita fatta di obblighi e di pesantezze.   

Visto da questa prospettiva oserei dire che viaggiare è un po’ come l’ennesima droga di cui tutti vogliamo fare uso:  pensiamo che finalmente sia arrivata quella buona, quella   senza effetti collaterali. Pur di riuscire ad avere la nostra dose cerchiamo in maniera compulsiva voli low-cost, alloggi super low-cost, gratuità e risparmi anche di pochi centesimi nonché sistemi per non farsi fregare (quanta energia investita per escogitare il rimborso meschino di una bottiglia di acqua…). In pratica, oltre che partire in stato di astinenza, si parte anche pensando  che qualcuno possa fregarci. Non è un buon inizio, non trovate?

Un discorso a parte merita lo snobismo costruito come ennesimo tentativo di differenziarsi dagli altri: basti pensare che oggi quasi più nessuno si definisce un turista, ma tutti i turisti si definiscono “viaggiatori”. Eppure nessuno può fare a meno di utilizzare  i mezzi destinati alle masse di turisti.  Chi non usa internet per accaparrarsi il volo migliore? Chi non resiste a pubblicare un blog e a diffondere le proprie foto su tutti i socials se decide di fare un qualsiasi viaggio e a maggior ragione se diverso, tipo a piedi, in vespa o a dorso di asino? (che poi qualcosa di davvero innovativo ancora deve manifestarsi, visto che il web pullula di viaggiatori che pur di farsi notare si avviano per il mondo nei modi e con i mezzi più disparati).

Per queste ragioni sono arrivata a credere che il viaggio non sia quel veicolo eccellente che conduce alla conoscenza ed alla libertà interiore. Di sicuro si tratta di un’esperienza gradevole e liberatoria ad un certo livello, ma illusoria ad un livello più profondo.

E’ la nostra mente che etichetta esperienze banali, o addirittura fasulle, come esperienze cariche di significato.

Faccio un esempio: c’è un signore dall’altra parte della montagna dove abito che fa il pescatore.  La sua casa è in prossimità’ della spiaggia e la sua barca e’ spesso in secca.  Arrivano due visitatori trafelati dopo un trekking in foresta equatoriale. Lui li vede e si avvicina. Non c’e’ nessun altro nei paraggi perché la zona è davvero isolata. I due visitatori sono sorpresi e felici di essere approcciati dal locale: questo credono che li avvicini alla realtà del posto Lui offre loro una noce di  cocco e poi dice che, se vogliono, li riaccompagna in barca dall’altra parte della montagna. Loro accettano. Arrivano da me e raccontano l’accaduto: sono entusiasti dell’esperienza vissuta, elogiano l’onestà del pescatore che ha chiesto loro una cifra esigua per il passaggio in barca anzi, all’inizio, sottolineano, non voleva neppure del denaro. “Quanto siamo stati fortunati ad averlo incontrato!” esclameranno con sincerità. Il pescatore si chiama Alibert e si apposta di proposito su quella spiaggia accanto alla sua barchetta. Ogni volta che vede arrivare due visitatori trafelati come loro mette in atto la stessa scenetta. Il suo teatrino è innocuo e regala “felicità” a chi vi partecipa. Ma è reale? E’ vita reale quella che offre?

Io credo che la realtà dei luoghi che attraversiamo e quella dei popoli che incontriamo, ci resti in gran parte celata.

Siamo tutti uguali: viaggiatori, stanziali o turisti, ecco cosa ho capito. Anche chi si muove come un forsennato nei modi che ritiene più alternativi non è diverso, in termini di conoscenze ultime, da me, da te, o dal seychellese che non ha mai lasciato il suo chilometro quadrato di isola. 

Certo, viaggiare resta uno svago notevole. Si gode davvero. Se si è fortunati e dotati di sensibilità maggiore rispetto alla media si può anche avere la sensazione di afferrare l’inafferrabile, attraverso l’esperienza di un viaggio. 

Tutto questo però ha poco a che fare con lo scenario che fa da sfondo: il viaggio, casomai, è sempre interiore. Solo in questo caso si può davvero approdare altrove. 

E per farlo, pensandoci bene, non è necessario spostarsi geograficamente neppure di un millimetro. 

Seychelles, La Digue

Seychelles, La Digue

4 commenti
  1. Solare
    Solare dice:

    Quando si vive all’estero si è costretti volenti o nolenti, ad entrare in contatto con la realtà del luogo, con le persone che lo abitano e con tutto quello che compone quel dato paese da un punto di vista burocratico, logistico o professionale. La leggerezza con cui si vive piuttosto il viaggio certamente viene meno, purtroppo.
    Personalmente sono stati molti i momenti in cui ho rimpianto questa leggerezza quando mi sono trasferita all’estero. Durante tutti i miei viaggi ho attraversato villaggi in cui sapevo che non mi sarei mai fermata, spiagge deserte da fotografare e sognare, monumenti assolati e maestosi che fanno sentire tutto il peso dei secoli passati e mi è capitato di sfiorare solo per un attimo persone lontanissime da me per lingua, età e cultura. Persone di cui non conoscerò mai la storia, non capisco la lingua che parlano e non le rivedrò mai. Sono sempre stata consapevole che questo non significava che io ero entrata in contatto con mondi agli altri sconosciuti o che ero superiore ai turisti. Sono stati momenti di grande gioia personale, di scoperta personale e di forte senso di libertà e spiritualità in molti casi. Tutte esperienze che stando a casa mia seduta in salotto non avrei mai potuto fare perché non avrei incontrato quei volti, sentito quelle voci e provato quelle sensazioni immediate regalate anche dal non conosciuto. Inoltre ci sono paesi più turistici e paesi meno turistici dove gli incontri con chi ci vive sono più spontanei di quelli che capitano a chi incontra il tuo pescatore che si apposta con la sua barca per sorprendere i turisti ignari e dare loro un passaggio, che poi magari sono comunque incontri umanamente interessanti per entrambi anche se agli occhi di chi sa, sembrano falsi. Ognuno trova nel viaggio ciò che ha già dentro di se, se una persona è vuota lo è comunque.
    Ho trovato interessante la tua riflessione sullo sfalsamento temporale, molto difficile da capire se è giusto o meno ma di certo io resto dell’opinione che solo allontanandosi dal conosciuto e familiare si riesce a definire prima di tutto da dove veniamo e poi forse, negli anni anche il posto dove siamo approdati.

    Rispondi
    • Katia
      Katia dice:

      Ciao Solare, molto bello il tuo commento, di cui ti ringrazio.
      Ho scritto questo post di notte, come di solito faccio quando mi appresto a descrivere i miei paesaggi interiori. Quello dei turisti e’ un tema a me caro per molte ragioni:
      1) sono stata una turista-viaggiatrice che per molto tempo ha sposato la filosofia del viaggio come soluzione catartica alle problematiche della propria vita. Mentre oggi, come ho scritto e come anche tu hai sottolineato, i problemi si risolvono e la mente si apre solo se siamo pronti per farlo. Non necessariamente durante un viaggio.
      2) Del turismo ho fatto il mio lavoro. Sono passata da un ventennio di dedizione totale alla causa ad un momento di rottura, in cui ho cominciato a mettere in dubbio le certezze che mi avevano sostenuta per tanto tempo.
      3) Dopo aver lavorato in Italia in un Centro Congressi BTB mi sono ritrovata a vivere in un paese che del turismo sta facendo il motore trainante dell’economia locale, assistendo e partecipando allo sviluppo del settore ed all’arrivo sempre piu’ massiccio di “turisti”. Questo fenomeno non lo vivo piu’ con euforica simpatia, lo vivo con apprensione, pensando alle possibili conseguenze che un impatto del genere puo’ provocare su queste piccole isole. Penso a quali grosse rivoluzioni ambientali, sociali ed economiche possa ineestare.
      Detto questo riconfermo quanto gia’ scritto nel post: viaggiare ci fa provare sensazioni bellissime, quasi accarezziamo l’idea di poterci illuminare e salire su un piano piu’ elevato dell’esistenza, talvolta. Al di la’ dei paesaggi e dei sorrisi che incontriamo lungo il percorso credo tuttavia che si tratti solo di impressioni elaborate dalla nostra mente. Come tu stessa hai detto , una volta che ci trasferiamo nei paesi che abbiamo visitato come turisti-viaggiatori, queste impressioni lasciano lo spazio ad una visione molto piu’ realistica e meno trasognata rispetto a quella vissuta in fase di viaggio.

      Rispondi
  2. Anna
    Anna dice:

    Cara Katia, hai proprio ragione. Il vero viaggio è solo quello interiore. Apprezziamo la bellezza e la diversità dei paesaggi, raramente o quasi mai, per quanti sforzi possiamo fare, riusciamo a cogliere la realtà che ci circonda, a capire davvero la gente con cui crediamo di convivere, a superare le barriere. A volte, per circostanze fortunate e solo per pochi attimi, ci capita che fra noi e l’altro avvenga un vero incontro e magari ce lo portiamo dietro e, forse, col tempo, pensandoci e ripensandoci, qualcosa ci sfiora, diventa parte di noi. Resterà qualcosa anche all’altro? Difficile rispondere. Sicuramente per molti il viaggio non è che qualcosa in più da consumare, come tutto del resto, qualcosa da esibire, di cui vantarsi. E nulla più.

    Rispondi
  3. Katia
    Katia dice:

    L’ultima categoria che hai menzionato, Anna, e’ quella che mi da maggiori preoccupazioni.
    Ne ho parlato ampiamente anche nel nostro libro.
    Grazie per aver compreso quello che ho tentato di spiegare!

    Rispondi

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