Da dove comincio?

Eccomi qua! E’ passato un po’ di tempo dall’ultima volta. E ho avuto mille idee per la testa.

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Ho avuto mille cose da raccontare, senza mai riuscire a metterle su carta o, per essere moderne, su web. Pezzi scritti nella mia testa e abbandonati in qualche cassetto di uno dei suoi armadi. E’ un posto molto affollato, la mia mente. Ma è un caos organizzato, dove ogni ricordo, ogni nozione, ogni pensiero ha un suo spazio ben definito.

E allora: da dove comincio a raccontarvi qualcosa?

L’ultima volta mi avete trovato impiegata come commessa in un grande magazzino, un’esperienza che ricordo con piacere.

Succede che, quando non vivi più una certa situazione, un velo di romanticismo ne smussa i contorni ruvidi e dimentichi le frustrazioni, il mal di schiena e di piedi, i clienti scortesi.

Quella è stata un’esperienza che ha contribuito ad arricchire la mia collezione strabordante di vestiti, top, gonne, calzoni, tutti in varie taglie, nonché di scarpe e borse.

Non che ne avessi bisogno, sia chiaro: ho tre armadi, due cassettiere e due scarpiere piene! Ma per una che ha un debole per i vestiti e lo shopping sfrenato, lavorare nell’abbigliamento donna di un grande magazzino e poter usufruire di uno sconto generoso come dipendente è come un bambino da Hamley’s – noto negozio multipiano inglese di giochi per bambini: non ti sembra vero, e vuoi tutto!

Credo di avere lavorato gratis, e penso di avere speso di più di quanto mi abbiano pagata.

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Gli strumenti della commessa

Quando ormai mi ero rassegnata a fare la commessa a vita, perché sembrava che le porte della City mi avessero chiuso fuori, ho avuto la fortuna di rientrare.

E’ stato un messaggio di una ex collega nel gruppo di WhatsApp,  che diceva “qui da me cercano, c’è qualcuna interessata?”.

Come sempre nella mia vita, anzi, da un certo punto della mia vita in poi, non ho perso tempo, ho preso contatto e nel giro di due settimane era fatta, avevo una lettera di assunzione in mano. I’m back, baby!

Il primo giorno in ufficio mi sentivo come se avessi vinto la lotteria.

Avevo di nuovo una scrivania, un computer, i miei cassetti; potevo andare in bagno senza preoccuparmi che ci fosse una collega a sostituirmi. E che bagno! Rispetto a quelli spartani e spesso sporchi del grande magazzino, sembrava quello di un albergo di lusso.

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Se poi aggiungiamo il fatto che l’ufficio è al diciannovesimo piano del walkie talkie, nel cuore della City, ed offre una vista a trecentossanta gradi di Londra, la sensazione di toccare il cielo con un dito era quasi vera.

Tutto a posto, dunque? Sì, in un mondo ideale: non nel mio.

Succede che appena arrivata in Italia da mia mamma, per le vacanze estive, sperduta sui monti lombardi, comincio a stare male: un mal di testa atroce, senza tregua.

Al secondo giorno, capisco: è meningite.

Arriva l’ambulanza, che devo raggiungere e sulla quale devo salire con le mie gambe perché chi solleva un “peso massimo” come me?

Destinazione ospedale. Giù dai monti, riesco anche a vomitarmi addosso. E poi ci vuole l’elicottero, perché la “signora”, come mi chiama il paramedico, sta talmente male che non può affrontare il viaggio in strada.

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L’elisoccorso

Quella piccola parte del mio cervello che ancora funziona riesce a formulare: “l’elicottero? io ho paura!”. Ovviamente lo dico solo a me stessa e via, si parte. Per fortuna sono distesa così non vedo fuori – sì vabbè, l’aereo lo prendo senza problemi ma l’elicottero è piccolo ed ha tanto vetro! Riesco a stare male un’altra volta.

In ospedale cominciano le domande.Tranquilli“, dico io, “è meningite virale“. “Signora, ma come fa a dirlo? dobbiamo fare tutti i test!“. A partire dalla puntura lombare.

Ovviamente deve “provarci” la dottoressa con meno esperienza. Che ti dice che non è facile per via della ciccia; dimmi qualcosa che non ho già sentito. Come mai, però, il primario ci riesce al primo colpo?

Parte poi la caccia alle vene per mettere la flebo: “signora, le sue vene sono difficili.” Sì, ma pure tu sei incapace, mi viene da rispondere, c’è chi ce la fa al primo colpo. E niente, una vena nuova da trovare quasi ogni giorno.

Ma la botta è un’altra: non mi posso alzare dal letto per dodici ore, per l’effetto dell’epidurale. “Ma come faccio ad andare in bagno?“, “le portiamo la padella“. Ma anche no! Io sono super pudica e proprio non ce la faccio! Mi prendono per sfinimento: o la uso o me la faccio addosso. Ma di notte, quando tutti dormono, sfuggo al controllo e vado in bagno. Ho riconquistato la mia indipendenza.

L’ospedale di Sondrio è proprio spartano.

La televisione è nella sala da pranzo, vince chi arriva primo al telecomando. Il pranzo lo si mangia tutti insieme, a tavola, con la tovaglia. Non c’è un bar interno e nemmeno un’edicola.

Poi ci sono i familiari (rumorossimi!) degli altri pazienti. I miei no, sono troppo lontani, la mamma è anziana, i figli troppo piccoli; per fortuna ho il mio kindle ed il telefono!

La meningite, che è un’infiammazione delle meningi, le membrane che proteggono il cervello ed il midollo, non mi è venuta a caso.

E’ l’escamotage al quale la natura ha dovuto ricorrere per dare alla mia materia grigia un po’ di meritato riposo. E’ durato poco!

Ecco, ho dissertato.

Ho iniziato con un’idea e mi sono persa.

I pensieri sono più veloci delle mie mani che, rapide, scorrono sulla tastiera senza riuscire a tenere testa a tutto ciò che non vede l’ora di uscire dalle mie dita per fermarsi sulla carta.

Fanno come gli spiriti nel film Ghost, in fila, in attesa di entrare nel corpo della medium.

Ho cominciato…

e non ho intenzione di fermarmi.

13 commenti
  1. Rosanna - Lisboa
    Rosanna - Lisboa dice:

    Il tuo testo traspare entusiasmo da tutte le lettere, nonostante la disavventura “meninginica”, quindi continua così. Continuare a sognare, con i piedi per terra, come mi dico sempre, è linfa vitale. Boa sorte!

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  2. Tiziana
    Tiziana dice:

    Ciò che scrivi scorre con la stessa velocità che ha un’amica nel raccontare qualcosa all’altra, entusiasmo allo stato puro.! Sono mamma single anch’io, donna lavoratrice autonoma che pensa di far vivere sua figlia in un posto migliore che non sia l’Italia . Mi farebbe piacere scambiare due avventure con te . Bacio

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  3. Katia
    Katia dice:

    Elena, sempre vivace e sempre piacevole il tuo raccontarti! Brava! E soprattutto complimenti della tua rinconquista della city.
    Mi dispiace per la meningite, riguardati per favore!???

    Rispondi
  4. Monica
    Monica dice:

    Ciao Elena, ciò che scrivi, mi da la carica….vivo in Irlanda con le mie meravigliose e coraggiosissime figlie…in questi giorni siamo a Londra da un’amica e ci siamo innamorate di questa magnifica city!!!! Avrei bisogno di in paio di dritte da chi, come te, ci vive da tanto tempo e la conosce bene….
    Spero di non disturbarti con questa mia richiesta…grazie in anticipo?

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