ridiamoci Non so come avrei vissuto i miei primi 50 anni e passa senza una sana dose di ironia.
Nei momenti bui dell’adolescenza, quando non sei né carne né pesce…eh, è capitato solo a me? Va bene, in quei momenti bui ridevo del fatto che io e la mia migliore amica sembravano Stanlio ed Ollio: lei, minuscola in tutto, capace di fare amicizia in due secondi; io alta e abbondante, un po’ scontrosa. E non ho mai smesso di ridere, a volte anche da sola. Vi assicuro che non sono completamente matta!
Milano, inizi anni ‘90: sono alla mia prima lezione di teatro, con il gruppo di meditazione. Tutti vestiti di bianco.
Il “maestro”, un attore dell’epoca, non molto famoso, incoraggia a muoverci in cerchio intorno a lui, emettendo dei suoni. Mi guardo intorno, pensando: aiuto, sono capitata in una gabbia di matti!
 ridiamoci
Londra, ospedale di Homerton, nasce mia figlia con un cesareo programmato, durante il quale perdo tantissimo sangue.
Non sto a raccontarvi la storia: vi dirò solo che passo una notte più di là che di qua, in una stanza singola. Presenti: io, stato comatoso; mia mamma, che non sa una parola di inglese; mia figlia, che urla come un’aquila; un’infermiera.
Allora, io sono nel mio letto, semi cosciente, con mia mamma che parla da una parte, l’infermiera che mi dice di farla stare zitta mentre tenta di attaccare mia figlia alla tetta, dalla quale non esce niente, e schiaccia, schiaccia.
L’arrivo del mattino è stata una benedizione! Visto che non ero morta, non sto scherzando, mi hanno sbattuto in padiglione, media una trentina di mamme con relativi bebè.
Mia figlia, fetente, di giorno dormiva come un cherubino e di notte urlava come un’aquila! Avrei ammazzato mia mamma e il mio ex marito che continuavano a dire che era un angioletto!
 
Fatto sta che, dimessa dall’ospedale dopo cinque giorni, ci sono ritornata dopo ventiquattrore, per quella che in seguito mi diagnosticano come infezione.
Ho lasciato mia figlia a casa con mia mamma.
Dopo qualche ora, sistemata nella mia camera singola, ho le tette tipo marmo, durissime e doloranti. Stoica, resisto per un po’, poi, alla prima infermiera che arriva esprimo il mio malessere. “Ma lei sta allattando?”, “Sì”; “E la bambina dov’è?”, “A casa”. “La mandi subito a prendere o perderà il latte!”.
Oh mamma, ed allora recupero il mio ex marito affinché vada a prendere la bambina; ovviamente non avevamo la macchina! Insomma, con la bambina svuoto finalmente le tette: sollievo!
Verso sera, mentre la allatto, noto che è tutta bagnata; strano, l’ho appena cambiata. Con orrore (!) mi accorgo che a bagnarla ero stata io! Infatti, la tetta “libera” perdeva latte! Da quel momento, i salvacapezzoli diventano inseparabili compagni per cinque mesi.
Mia figlia ha pagato lo scotto tipico dei primogeniti: l’inesperienza dei genitori.
Quando non sai che piange di notte perché ha le coliche, non perché è posseduta!; quando non sai che se allatti non devi mangiare le cozze, perché poi passi la notte in bianco con la bambina che urla come un’aquila, e scopri in seguito che è “grazie” a quello che hai mangiato; quando corri al Pronto Soccorso dell’ospedale di Loano perché la bambina ha vomitato il latte, e tu hai appena letto che una bambina è morta dopo un episodio del genere, e pensi che sia morta mentre invece sta solo dormendo nel suo seggiolino ed i tuoi genitori non hanno ancora imparato che il cellulare devono tenerlo acceso!; quando il primo cappello pasquale per la bonnet parade dell’asilo pesa quasi più della bambina, che poi comunque perde la sfilata perché non sta bene. Potrei scrivere ad oltranza.
Il mio secondo figlio è stato più “facile”, in un certo senso, ma anche in questo caso gli episodi non mancano.
Alla ventiduesima settimana di gravidanza finisco in ambulanza al Pronto Soccorso in preda a dolori lancinanti.
Qui, dopo vari accertamenti, sospettano una meningite, che mi dà diritto ad una stanza singola ed ad una “bella” puntura lombare! Poco prima di farmela, il dottore mi dice che il mio ex compagno è fuori come una biscia e lo vogliono mandare a casa. “Ma certo, mandatelo!”, rispondo senza esitare: ubriaco perso, era solo un peso! Durante la notte, i dolori diventano sempre più forti; ad un certo punto, ricordo due infermieri a fianco a me, uno per lato, ed io che ne prendo uno per il camice e dico: “Non ne posso più, datemi qualcosa!”. Funziona, mi danno una dose di morfina che, però, non basta. Continuo a lamentarmi, finché arriva un infermiere a dirmi di stare tranquilla, perché gli altri pazienti si sono lamentati. Gli avrei sparato!
 
Qualche anno fa, si sposa una mia collega, l’unico evento mondano del mio scarno calendario. Il matrimonio è nell’Essex, ad un’ora di distanza.
ridiamoci
Durante il viaggio, ricevo una telefonata dalla scuola: mio figlio si sente poco bene. “A posto”, dico io: “quando mangia gli passa”.
Arrivo a destinazione e vicino alla chiesa non c’è un posto neanche a pagare oro; mi tocca parcheggiare a venti minuti di distanza.
C’è un sole cocente, si muore di caldo.
Alla fine della cerimonia, guardo il cellulare e trovo diversi messaggi della scuola. Richiamo, mi dicono che mio figlio è in infermeria, in preda a dolori atroci ed in lacrime. Avviso la sua baby-sitter di andare a prenderlo e portarlo dal dottore.
Poi, però, non me la sento di lasciare a lei la responsabilità, anche perchè una settimana prima eravamo finiti al Pronto Soccorso perchè, giocando con un manico di scopa in giardino, perché non si fa?, era riuscito ad impalarci, per fortuna senza conseguenze.
Ed il pensiero è: e se per caso ha un’emorragia interna a scoppio ritardato?
Vi lascio immaginare il mio stato nel tornare a Londra: un viaggio allucinante, durante il quale gli scenari sono apocalittici. Arrivo a scuola in tempo per vedere mio figlio in spalla alla babysitter, non riesce a camminare.
Ok, stai tranquilla. Corsa al Pronto soccorso, un’attesa infinita durante la quale, dopo un paio di ore, va in bagno. Ne esce come rinato, vispo come un grillo. In pratica… era constipato, doveva solo scaricarsi! Grande il sollievo; però l’avrei anche strozzato per aver rovinato l’unico mio impegno!
Per non parlare delle volte che mi ha fatto venire l’infarto perché, piccolino, scappava.
La prima aveva poco più di tre anni, eravamo da Tesco (supermercato) ad Hackney; è domenica pomeriggio, è pieno come un uovo.
Mi scappa, la cassiera dice che è andato in bagno, però non c’è. Madeleine McCann, la bambina scomparsa in Portogallo solo da qualche settimana, è il primo pensiero: “ho perso mio figlio”, quello successivo.
Una signora mi dice di avere visto un bambino come il mio in braccio ad una zingara e la  mia testa smette di funzionare! Per fortuna qualcuno chiama la polizia; lo ritrovano a breve a trecento metri di distanza, era andato a cercare il padre, che però non abitava a Londra!  Da allora: online shopping!
O quella volta, in campagna dai nonni, in Italia, mentre io sono a Londra.
Mio papà esce in strada a buttare la spazzatura ed una macchina si ferma; la signora alla guida gli chiede se conosce il bambino in macchina con lei. “Certo, è mio nipote”, risponde, basito, mio padre.
Il bricconcello era riuscito a scavalcare il cancello ed arrivare sulla strada provinciale! O quella volta che ha pensato fosse divertente scappare al mio controllo e correre in strada, dove una macchina non l’ha investito per miracolo!
 
Vogliamo parlare di quella volta che ho deciso di cucinare il tacchino per il nostro primo Natale a Londra? Avevo letto che bisognava essere certi che il tacchino fosse ben cotto, perché altrimenti la peste ci avrebbe colto, o quasi!  Come è finita? Bruciato! Era duro come un sasso, ma siamo riusciti a mangiarlo lo stesso.
O di quella volta che, al rientro delle vacanze pasquali con i figli al seguito, arrivo trafelata all’aeroporto di Malpensa per scoprire, al check-in, che il nostro aereo parte da Linate! “Ma mamma, …veramente?“, la critica immediata della più grande.
Ci allontaniamo dal banco, trascinando le nostre mille valigie, e mentre penso a come fare, una persona della compagnia ci avvicina: si sono impietositi, e ci permettono di imbarcarci su un aereo che parte a breve senza sovraccosto.
Anche durante un viaggio di lavoro a Roma, dove ero arrivata in treno, da Milano, sbaglio aeroporto per il rientro a Londra.
Salgo sul taxi: “Fiumicino, per favore”. Vicino all’aeroporto, il taxista mi chiede dove devo andare; la mia risposta non lo convince.
Controllo allora la mail di conferma del volo, e scopro con orrore che parto da Ciampino!
Non so come, sono riuscita ad imbarcarmi, arrivando tre minuti prima della chiusura del gate!
Da quella volta, visto che i viaggi di lavoro erano frequenti, ho tenuto un foglio Excel con tutti i miei spostamenti.
Per fortuna si può ridere di queste disavventure, anche se non subito!

concorso-letterario

Concorso Letterario per Racconti a tema Espatrio “Le paure ed il coraggio delle Donne” aperto fino al 31 luglio 2017.

5 commenti
  1. Michela Contini
    Michela Contini dice:

    Ciao Elena! Leggo sempre con piacere i tuoi articoli. Mi piace molto il tuo modo di raccontare la vita reale senza filtri che la imbellettino. Ultimamente, leggo con ancora più attenzione perché in autunno io e la mia famiglia (marito e bimba di un anno) ci trasferiremo a Londra. Approfittando del tuo gentile invito, farei volentieri due chiacchiere con te per chiederti consigli e pareri sulla città e sulla nuova vita che ci aspetta. Sono già expat (a Dubai da 5 anni e prima a Bali) ma so che il cambiamento sarà notevole! Grazie della disponibilità. Michela

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