Riflessioni minime sul ruolo degli insegnanti in classe

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Oggi, riflessioni minime sul cambiamento dei materiali proposti agli studenti durante il passare degli anni.

Nell’approccio formalistico dove il docente era un giudice insindacabile, i materiali erano manuali di stampa e non vi erano strumenti tecnologici.
Si traduceva, si facevano dettati ed esercizi come “volgi al…”, oppure “trasforma i verbi in…”.
Io non rifiuto questi esercizi a priori ma non baso certo le mi tecniche didattiche su questa tipologia. Vi è anche il metodo naturale: il metodo Berlizt, per esempio, ma non credo si sia mai usato a scuola come principale metodo.

Questo approccio, essendo naturale, è completamente diverso da quello formalistico.

Si ha un sillabo, ma si usa  solo come punto di riferimento. Le conversazioni sono di carattere tematico, più che centrate sulla grammatica.
Io, personalmente, uso il carattere tematico per molte mie lezioni. Non sempre, ma vedo che molti studenti lo preferiscono e quindi vado con ciò che piace loro.
Nell’approccio naturale i materiali sono autentici e l’input viene dato dalla conversazione con l’insegnante.
Anche la figura del docente è diversa, perché deve essere un madre lingua (cosa che succede poco nelle scuole), ed è un regista e un facilitatore.
Io non mi ritrovo nelle vesti dell’insegnante tradizionale anche se vedo che vanno per la maggiore in alcuni ambiti.
Ragioniamo sull’argomento.
L’input per spiegare viene dato dalla conversazione. Ecco, secondo me, va bene a volte, ma non sempre. Vi è bisogno di un lavoro più da regista e di una strutturazione della lezione efficace spesso.
Io uso l’idea che l’input venga dato dalla lezione nelle lezioni singole. Come vedete, apprezzo alcuni aspetti dell’approccio naturalistico. A me piace lavorare con i materiale autentici: ora per esempio, ho una studentessa che deve andare a vivere a Roma e, sicuramente, apprezza l’uso di materiali autentici. Solo che vanno didattizzati  e non è facile farlo bene.
Una mia collega fa giocare i suoi studenti a scopa e didattizza anche questo, ma non tutti sono bravi come lei. L’approccio strutturalistico è quello che ha messo in pratica la generazione di mia madre; gli insegnanti lo hanno usato a scuola, per anni. Almeno alcuni di loro, con molti esercizi strutturali, da strutture più semplici a più complicate, da quelle più frequenti a quelle meno comuni erano comuni anche ai miei tempi.
Mi ricordo che mia madre si portava il registratore audio e si lamentava dell’inesistenza di un laboratorio linguistico nella scuola dove insegnava.
Certamente il laboratorio linguistico è fondamentale per l’approccio strutturalistico; oggi con tutto il mondo a disposizione di un clic è molto meno importante. Molti dei miei studenti con YouTube riescono a vedere un pezzo di film quante volte vogliono senza preoccuparsi di dover uscire da casa o alzarsi dalla poltrona.
Diciamo che ora, per chi vuole imparare le lingua, la vita è molto più facile.

Mia madre è passata nella sua carriera da un approccio strutturalistico a uno comunicativo. E sicuramente una delle mie insegnanti usava un approccio comunicativo: mi ricordo benissimo i livelli soglia e la scelta di situazioni comunicative.

Faccio un riepilogo, perché mi sono lasciata portare dal discorso e non so quanto sia stata logica e strutturata (giusto per tornare a bomba) nella descrizione degli approcci.

Vi è un approccio formalistico (il primo descritto), poi vi è quello naturale, che è quasi l’opposto per concezione pedagogica. Poi vi è quello strutturale che vuole gli esercizi a ripetizione: le famose batterie degli esercizi. Poi vi è quello comunicativo, su cui mi sono soffermata poco, ma in generale è quello dei famosi role-play.

Vi ricordate questi livelli soglia (metodo nozionale- funzionali) con varie forme di role-play e materiali dotati di CD e video per immergere lo studente in situazioni autentiche o quasi autentiche? A mio parere, il metodo comunicativo ha sicuramente molti pregi e ora si possono inoltre utilizzare tutti gli strumenti tecnologici, dagli smart-phone a Skype.

Devo dire che l’approccio comunicativo ha vari metodi, quindi sono stata generica nella descrizione.
Dopo questo excursus che mi è servito per farmi chiarezza, confesso che preferisco un approccio integrato nel mio lavoro. Mi sembra l’unico modo per affrontare classi complesse e studenti sempre diverse.
Preferisco essere sempre regista e facilitatrice.
Scusate se mi sono dilungata. La domanda è quale approccio usano gli insegnanti con i vostri studenti? Ve lo dicono, a voi genitori? Sarebbe interessante saperlo, anche per aiutare i vostri figli a capire come procedere per essere consapevoli di quale gioco si sta giocando.

Poi c’è la differenza tra metodo induttivo e deduttivo: dagli esempi trovare le regole, nel primo caso, dalle regole riuscire a fare degli esercizi in maniera corretta. Sono due modi differenti di vedere il mondo; due modi di interagire con la realtà completamente diversi, quasi opposti, oserei dire.

Una lancia spezzata a favore degli insegnanti: per insegnare bene ci vuole molto lavoro.

Fin quando si insegna, non ci si accorge di quanto lavoro preparatorio e quanta energia ci voglia per ogni ora di lezione. Sicuramente è un lavoro che mi piace molto ma non va preso sotto gamba, proprio perché non c’è un manuale perfetto, perché gli studenti e le esigenze cambiano continuamente.

Ed io spero che questo post vi sia utile in qualche maniera.

Non so, m’immagino qualcuno di voi obiettare: “ma non hai parlato del livello sociale della lingua”.

Sono d’accordo con il concetto che la lingua sia uno strumento sociale, ma sicuramente voi sarete d’accordo con me (scusate la ripetizioni) sul fatto che è anche uno strumento di azione sociale.
Quindi bisogna ben saperla, per ottenere quello che si vuole.
Vi sono tanto articoli sull’importanza di avere un certo accento per ottenere certi lavori.
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