ritornoRitornare alle origini significa fare non uno, ma mille passi indietro.

Significa mettere un bel po’ di orgoglio e di indipendenza in una valigia e chiuderla a chiave per qualche tempo.

Erano mesi che riflettevo, che mettevo sulla bilancia i pro e i contro della mia vita in Senegal e, ogni sera, nel profondo di me stessa e nel mezzo della notte africana, sentivo la mia vocina interiore dire: “partite”.

Partire per dove però?

Quella che per me è stata casa non lo era più da 5 anni e non lo è mai stata per mio marito.

Tornare semplicemente in Europa, a tasche vuote, era impossibile, anche se i paesi francofoni ci sembravano la soluzione migliore.

Le mete extraeuropee non le abbiamo neanche prese in considerazione per non rischiare di complicarci la vita con i visti lavorativi, probabilmente non difficilissimi da ottenere per me, ma probabilmente molto più complessi per mio marito senegalese.

La scelta è stata quindi dettata dalla logica: ritorno alle origini, le mie, in ITALIA. 

Con l’obiettivo principale di sistemare inizialmente i documenti di mio marito per permettergli di poter vivere e lavorare in Europa regolarmente, per poi poter emigrare insieme un’altra volta.

La decisione era presa, sofferta ma presa, con il nuovo anno avremmo iniziato a organizzare questo ritorno in Italia.

Poi la vita si mette in mezzo e quello che doveva essere un ritorno organizzato e pianificato diventa una necessità imminente, le valigie si fanno in una settimana e dieci giorni dopo ci si ritrova seduti sul marciapiede di fronte all’ambasciata Italiana di Dakar aspettando il visto di mio marito per poter prenotare il primo volo disponibile per Milano.

A fine dicembre emozionati, agitati, confusi e forse anche un po’ disorientati, siamo saliti in mezze maniche su un aereo che sarebbe atterrato sei ore dopo a 30° C di differenza nella nebbiosa e fredda notte milanese.

Unico complice del nostro rientro mio padre, che si è presentato in aeroporto con piumini, sciarpe e cappelli di lana. Uno shock termico e non solo.

Le abitudini diverse, anche quelle più banali, una lingua diversa da parlare, con la quale io sono cresciuta ma che mio marito conosce poco, il freddo pungente di Dicembre al quale io mi ero disabituata ma che mio marito non ha mai conosciuto.

Riscoprirsi sotto montagne di vestiti cercando di ritrovare un equilibrio anche precario, lasciando le infradito, insieme all’orgoglio e all’indipendenza in quella valigia chiusa a chiave nel garage di casa dei miei genitori.

Due mesi dopo iniziamo a intravedere, con l’arrivo del sole, un’accenno di equilibrio. Io ho trovato lavoro e mio marito frequenta una scuola di italiano mentre, tra un appuntamento e l’altro, rinviano di giorno in giorno la consegna del suo permesso di soggiorno.

Progetti per il futuro ce ne sono tanti, forse troppi: un po’ strabici, guardano con un occhio oltre le Alpi e con l’altro osservano l’Italia.

Stavolta però , ci lasciamo il tempo di decidere con calma.

3 commenti
  1. laura
    laura dice:

    La calma, quella che non ho mai imparato ad avere. Spero di poter imparare dalla tua storia a prendere la vita, e le decisioni che presenta, con un po` di serenita`, grazie per aver condiviso

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    • Francesca Senegal
      Francesca Senegal dice:

      In verità la calma non l ho mai avuta neppure io, è una dote che ho coltivato in senegal, per necessità .
      Prima,le mie scelte e decisioni erano dettata tutte dall’impulso. Ora dopo questi due anni di training alla calma africana, con un marito al mio fianco che più calmo di così si muore, provo a agire con più serenità.
      Questa attitudine alla calma e alla serenità tipica dell’Africa, è uno degli insegnamenti più preziosi che mi sono portata via dal senegal, anche se in diverse occasioni l’ho detestata.
      Un abbraccio

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  2. Laura
    Laura dice:

    Ciao io sarei rimasta in Senegal …anzi parto tra poco per cercare una nuova vita e lasciare l Italia che è invivibile ormai …

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