Silicon-Valley-correre-in-mezzo-natura

L’incontro con Ryder Park è stato per me del tutto casuale e, come spesso è accaduto nella mia vita, sono stati proprio gli incontri casuali a rivelarsi portatori di cambiamenti non solo sostanziali, ma anche inimmaginabili.

Era l’ottobre del 2015, ero expat da poco più di sei mesi. Un groviglio di emozioni diverse mi serrava costantemente il petto, e non in modo figurato. Quando provavo a inspirare l’aria a fondo per riempire i polmoni, sentivo una gran pressione ed un ago che mi pungeva distintamente. Eppure ero felice di aver dato finalmente corpo a questo progetto, che ho sempre volutamente chiamato progetto e non sogno, proprio per renderlo concreto nella mia testa. Ero felice di aver dato vita ad un’attività mia, proprio qui dove volevo vivere sin da quando, a sette anni, tra le braccia dei miei amati nonni guardavo “Sulle strade della California”, un telefilm poliziesco in cui Karl Malden e Michael Douglas vestivano i panni di due poliziotti e si cimentavano in inseguimenti rocamboleschi e prodigiosi, proprio a San Francisco.

C’ero finalmente riuscita, dopo anni di sacrifici, rinunce e fallimenti. E allora? Perché non avevo dentro pura gioia, vera gioia ed ancora gioia? 

Perché io non ero solo i miei obiettivi. Negli ultimi venti anni, mi ero semplicemente identificata con essi o meglio, avevo fatto in modo di modellarmi su di essi, poiché volevo arrivare qui: volevo essere esattamente dove sono ora.

Dunque, avevo smesso di correre per arrivare qui e cominciavo a prendere coscienza che i miei progetti, programmi, goals, etc, erano solo una parte di me. Io ero anche una figlia, una sorella, una nipote, una nuora, un’amica fraterna: ecco, era proprio questo a mancarmi terribilmente. Avevo la sensazione di perdermi ogni giorno qualcosa e di non poterlo più recuperare, almeno per ciò che concerneva la quotidianità dei gesti e delle parole. Era questa la spina.

È vero che ogni giorno si può comunicare ugualmente, God bless whatsapp, viber, skype! Ma i pomeriggi spesi insieme a mamma mettendo a misura vestiti, nella stanzetta dove non passava mai abbastanza luce, ridisegnandoli, smontandoli, quelli non li potevo avere più, così come babbo, che mi viziava portandomi il cornetto caldo al mattino accompagnato sempre da un abbraccio che era più tenero, più caldo e più profumato del cornetto stesso.

Non potevo più godere delle chiacchierate fiume con le amichette del cuore o con gli zii, perché il fuso orario incide drammaticamente sulla scelta di potersi sentire o no. Quando qui è sera tarda, in Italia è mattina ed ognuno di noi ha la propria routine, il proprio schedule, per cui forget about la bellezza di una telefonata inaspettata, no!, bisogna mettersi d’accordo, un vero e proprio appuntamento telefonico.

Così, nel bene o nel male, che si voglia condividere un successo clamoroso, una gioia immensa o un dolore sordo, un fallimento personale, un momento di fragilità, bisogna aspettare per potersi parlare.

Per una comunicazione efficace, l’immediatezza del messaggio è tutto: se manca la contemporaneità, si perde gran parte del rapporto comunicativo.

Io registro un messaggio vocale su Ryder-Park-bassa-mareawhatsApp per condividere un evento che accade in tempo reale ed il destinatario avrà modo di sentirlo almeno otto ore dopo. Certo, meglio di niente. Ovvio che siamo molto più avvantaggiati degli expat di venti anni fa, quando questa tecnologia non era disponibile, ma resta forte in me la sensazione di perdere ogni giorno un piccolo tassello del puzzle.

Con questo carico di riflessioni sulle spalle passeggiavo tra le villette basse, tutte molto simili nella metratura, ma personalizzate nel colore e nel layout del front yard. Così ordinate, rassicuranti, protette dalle larghe chiome degli alberi, la cui ombra mi avvolgeva lungo i lati del marciapiede; così cullate dal costante mormorio del vento tra le foglie rigogliose. Ad un tratto mi parve di scorgere l’acqua, di sentire il rumore dell’onda che si infrangeva sulla roccia: possibile? In fondo qui siamo sulla baia, penso, può anche essere… ma davvero così vicino alle case?

Decisi di seguire il rumore.

Mi sembrava di percepire nell’aria un odore salmastro, di acqua stagnante. Percorsi velocemente una stradina sterrata che dalle case portava ad una radura e, una volta giunta sulla cima, mi trovai di fronte la baia: la pista ciclabile, la pista sterrata per la corsa e poi il mare! Ero già dentro Ryder Park!

C’era bassa marea quel giorno, l’oceano si era ritirato in buon ordine e la baia appariva fangosa, emanando l’odore pungente che avevo sentito nell’aria. Gabbiani, cormorani, merli, e tantissimi altri uccelli di cui ignoro il nome si muovevano in una danza incessante, facendo sentire insistentemente la propria voce.

Ero rapita.

Ryder-Park-correre-jogging

Camminai per due ore godendomi ogni passo, ogni odore, ogni creatura incontrata (era anche pieno di coccinelle!), avvolta in una vista splendida. La sagoma di San Francisco si stagliava in lontananza, mentre il San Mateo bridge era così vicino che sembrava di poterlo toccare. Un porticciolo di barche pareva uscito da un dipinto impressionista. Ovunque posassi il mio sguardo curioso, rimanevo magneticamente attratta; i profumi, i colori, i suoni, finirono per assorbirmi completamente, rigenerandomi e ricaricandomi, finalmente.

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San Mateo bridge in lontananza

Da quel giorno, Ryder Park è diventato un compagno fidato e prezioso, a cui affido le mie ansie, le mie frustrazioni e le mie preoccupazioni. Mi ascolta in silenzio, mi appaga sempre. Da allora ho smesso finalmente di correre per arrivare ed ho cominciato a correre per me. È partito tutto come una valvola di sfogo, è diventata una passione vera e propria. La corsa mi consente di liberarmi dello stress accumulato nel quotidiano e di ricaricarmi, grazie alla bellezza dei luoghi che mi riempie gli occhi, alla presenza di così tanti animali diversi e amichevoli che mi riempie il cuore, e al costante andirivieni della marea che sembra muoversi con i ritmi del mio sentire. E mi riempie l’anima.

Da quel giorno, tutti i giorni la mia giornata inizia a Ryder Park e non sento più nessun masso che schiaccia i polmoni. Quando corri abitualmente per 90 minuti, dalle 7 alle 11 miglia, entri in una fase come di trans; hai modo di leggerti dentro, hai tempo per farlo, ti interroghi, ti perdoni. Ti riprogrammi.

Certo, il dolore onnipresente dovuto alla mancanza dei tuoi affetti resta lì intatto, non c’è corsa che possa scalfirlo. Quello su cui ho potuto intervenire, però, è stata l’elaborazione dello stesso, la gestione delle emozioni.

Chi è expat come me, sa bene che basta una canzone suonata per caso in un caffè, un profumo intenso magari di un dolce tipico, una fragranza indossata da una persona cara, o un suono che – per qualche motivo – ci è familiare, ad azionare la valanga dei ricordi, che ci travolge con emozioni apparentemente sopite e ci scombussola così tanto, e così dentro alle viscere, da portarci persino le lacrime agli occhi.

Ma poi le lacrime ce le sappiamo anche asciugare. Ci ripetiamo che siamo qui per scelta, che stiamo realizzando il nostro progetto di vita e che proprio l’accoglimento di tutte le nostre emozioni, anche quelle che sembra ci possano rendere più fragili, in fondo ci rende umani, sensibili e persino più forti di quanto avessimo mai immaginato.

 

 

8 commenti
  1. Walter
    Walter dice:

    Manuela, quanto ti capisco…Anche io qui da pochi mesi,ed anche io vado a Ryder Park a correre ☺ magari ci si incrocia,basta che vai piano

    Rispondi
  2. Fiammetta
    Fiammetta dice:

    Ciao Manuela
    mi affascina molto il tuo modo di scrivere e raccontare le cose.
    Mi piacerebbe poterti chiedere info e consigli sulla vita in California.
    Anche io, come tanti italiani probabilmente, sto pensando al grande salto.. trasferirmi in California.
    Posso scriverti a qualche indirizzo email?
    Un caro saluto e complimenti ancora!

    Rispondi
    • Manuela
      Manuela dice:

      Fiammetta, grazie davvero x le tue belle parole! sono a tua disposizione, nel mio piccolo, per quello che posso :))) lasciami la tua mail qui nei commenti e ti contatto volentieri. Un caro abbraccio

      Rispondi
  3. Lorena
    Lorena dice:

    Scrivi molto bene, brava. Io sono mamma di una ragazza expat, che ora è in Florida. Hai descritto ciò che vivo io in Italia, al contrario. Buona continuazione!

    Rispondi
    • Manuela
      Manuela dice:

      Lorena grazie per i complimenti, immagino che da mamma deve essere estremamente dura, forse anche di più che per noi che siamo “solo” figlie :)))
      Un abbraccio

      Rispondi

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