scacchisti-bilingueCome promesso, vi racconterò la storia di un personaggio la cui esperienza, vedrete in seguito, ben si adatta anche alla nostra situazione di bilinguismo.

Adrian de Groot era uno scacchista e psicologo olandese cresciuto in una famiglia di scacchisti.

Quando la sua carriera di giocatore di scacchi cominciò a vedere il declino, si mise a studiare psicologia. Da psicologo, gli scacchisti furono i suoi soggetti di studio preferiti: osservò per anni il loro comportamento durante il gioco, in particolare era interessato ai tempi necessari per una mossa e alla verbalizzazione del ragionamento.

Voleva trovare la differenza tra i migliori e gli altri.

Gli esperti avevano una sensibilità per la buona mossa e la facevano più velocemente.

I migliori avevano anche uno spiccato spirito di osservazione a dimostrazione dell’esistenza di una configurazione mentale della scacchiera nella loro testa. Inoltre i migliori potevano ricordare solo alcuni pezzi chiave e ricostruire il resto della scacchiera. Venti anni più tardi, con l’osservazione dei movimenti oculari si sono potute confermare le sue ipotesi.

Tuttavia notò che, scombinando la configurazione della scacchiera,  i principianti ricordavano la disposizione dei pezzi meglio degli esperti. Ciò confermò che per i giocatori esperti ricordare non è una questione solo di memoria ma di capacità di ricostruire in base all’esperienza.

Cosa ha tutto questo a che fare con il bilinguismo, vi starete chiedendo.

Il fatto è che lo stesso avviene per le lingue. Il parlante esperto (adulto o che conosce più lingue) accede alle lingue facendo ricorso alla propria conoscenza, quindi giunge a soluzioni tramite un processo di ricostruzione, come per gli scacchisti esperti. Il principiante non ha questa possibilità, deve costruire nuove tracce mentali perché le sue conoscenze non sono sufficienti.

Ciò significa che l’età di acquisizione non è l’unico elemento da prendere in considerazione quando si parla di competenze linguistiche. L’essere esposti a più lingue sin da piccolissimi non fa di noi dei bilingui. O almeno non dei parlanti bilingui bilanciati.

Il livello di conoscenza delle lingue è fondamentale per essere in grado di comunicare. Certo, ci può essere un apprendimento passivo – tecnicamente il bilingue passivo è un bilingue che però non è in grado di comunicare in due lingue e una delle due probabilmente la capisce appunto a livello passivo, ma forse non è questo che vorremmo per i nostri figli.

L’obiettivo è quello di dare loro l’opportunità di usare due o più lingue e ciò è possibile solo curando il loro livello linguistico in base all’età.

Proprio come gli scacchisti inesperti, un bambino con un linguaggio povero nella sua prima lingua avrà più difficoltà ad apprenderne un’altra. Così come un bambino potenzialmente bilingue poco esposto ad una delle sue lingue ne avrà un livello di conoscenza basso. Viceversa, un bambino che conosce due lingue ad un livello analogo attingerà ad entrambe quindi avrà una conoscenza più ampia cui far riferimento per apprendere nuove strutture linguistiche, diventando in grado di ricostruire situazioni in base alle proprie conoscenze.

Un bambino che parla due lingue conoscerà due strutture diverse, modi di dire diversi, comportamenti comunicativi diversi, che faranno già parte del suo bagaglio culturale acquisito. Potrà far affidamento su un bagaglio più ampio e più vario rispetto al coetaneo monolingue.

I bambini costruiscono sulle proprie esperienze; per questo, anche nel linguaggio, così come per qualsiasi altra competenza, è necessario l’allenamento. Da qui comprenderete che non ci devono essere timori ad esporre un neonato a più lingue poiché per lui sarà solo un arricchimento.

E qui veniamo ad uno dei pregiudizi più diffusi: il bilinguismo sarebbe la causa di ritardi nel linguaggio.

Partiamo dal presupposto che ognuno è diverso e che l’età della comparsa del linguaggio varia da un individuo ad un altro. In genere, si stima un’età media intorno ai 12 mesi, con le dovute variazioni. Quando queste variazioni avvengono nel bambino bilingue, si attribuisce la colpa all’ipotetico sforzo di parlare più lingue. In realtà non ci sono prove di questo ritardo, anzi: i bilingui sono stati osservati rispettare le stesse fasi di sviluppo del linguaggio dei loro coetanei monolingui. In media, nei bilingui e nei monolingui le prime parole compaiono verso i 12-13 mesi.

Verso i 18 mesi, si uniscono due parole verso combinazioni di 3-4 parole, mentre tra i 3 e i 4 anni si cominciano a produrre frasi più lunghe e più complesse usando congiunzioni. Ci sono ancora errori, tuttavia bilingui e monolingui si comportano allo stesso modo, usando pronomi e frasi più complesse e accurate.

Un eventuale scostamento da queste fasce di età media è insito nello sviluppo umano, purché in assenza di disturbi. Ci sono bambini monolingui che cominciano a parlare più tardi così come bilingui, ma finora non ci sono studi che abbiano confermato un legame tra il bilinguismo e il ritardo linguistico.

Vedremo nel prossimo post in cosa si distinguono i bilingui dai monolingui nello sviluppo del linguaggio e affronteremo il temuto tema… del mischiare le lingue!

supporto
0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Condividi con chi vuoi